Intervista a “Giulio Ronzoni” a cura di Chiara Mearelli

Intervista a Giulio Ronzoni


Giulio Ronzoni  , ventiseienne di Montelanico (RM), vive a Roma ed oltre che scrittore è anche cantautore. Ha vinto il premio “Letteralmente” con “Generazione fuori luogo”, suo convincente romanzo d’esordio e attraverso la voce del protagonista Lorenzo ci racconta i chiaroscuri di un ragazzo e di un intero gruppo di giovani.

Intervistatore: Parlaci un po’ di te: chi è Giulio Ronzoni?
Giulio Ronzoni: Questa è la domanda più complicata che potevate farmi. Giulio Ronzoni è un ragazzo che cerca continuamente di scoprirsi. Scrivo, canto canzoni e lavoro in biblioteca. Per il resto sono una persona permalosa, spesso insicura, ossessionato dalla musica d’autore e con una discutibile passione per le camice a fiori.

I.: Quando ti sei avvicinato alla scrittura?
G. R.: A casa fin da piccolo ero circondato da libri, mio nonno mi raccontava le trame dei romanzi che leggeva e con mio fratello c’era una sorta di sfida implicita a chi leggeva più libri, sfida tra l’altro sempre vinta da lui. La vera e propria passione per la scrittura è iniziata verso i primi anni del liceo, grazie anche ad alcuni incontri che hanno stimolato la mia parte creativa. All’inizio del liceo incappai nella ristampa del diario di Kurt Cobain e ne rimasi ossessionato tanto da iniziare a riportare ogni mio pensiero su una serie infinita di quaderni. All’inizio si trattava principalmente di sproloqui o canzoni abbozzate, ma è da lì che ho preso questa abitudine che porto avanti tutt’ora.

I.: Com’è nata l’idea di questo romanzo?
G. R.: Ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a scrivere questo romanzo. Ero al primo anno di università, al tempo ancora non vivevo a Roma e facevo la dura vita del pendolare. Ricordo che era dicembre, ero sul bus che doveva portarmi dal mio paese alla cittadina in cui avrei preso il treno per andare a Roma. Non erano nemmeno le sei di mattina, mezzo assonnato iniziai a scrivere alcune parole sul quaderno di latino. Le parole uscirono da sole, una dopo l’altra, andando a creare quello che al momento è il capitolo 55 del romanzo.

I.: Si dice che dietro un grande scrittore ci sia sempre un grande lettore: quanto è vero questo per te? Quali sono stati i libri che ti hanno ispirato maggiormente?
G. R.: Sono completamente d’accordo. Ho iniziato a leggere molto presto, spinto dalla mia famiglia, divorando un po’ di tutto quello che trovavo per casa. Il fatto di aver frequentato prima un liceo classico e poi aver preso laurea prima in lettere moderne e poi in filologia mi ha aiutato ad ampliare i miei orizzonti letterari, spingendomi a leggere e conoscere cose che da solo non avrei mai scoperto. Come ognuno poi ho nella mia piccola biblioteca personale uno spazio riservato alle mie divinità letterarie personali. Tra questi Jack London, Hemingway, Čhecov, Palahniuk e sopra tutti Céline, uno degli scrittori che mi ha segnato profondamente sia nel modo di concepire la vita che, credo, nel modo di raccontarla.

I.: Sei un artista poliedrico, oltre alla scrittura ti dedichi anche alla musica: come immagini di definirti in futuro? Scrittore, cantautore, o altro?
G. R.: È una domanda interessante, me la sono posta molte volte anche io. In realtà sia lo scrivere canzoni che scrivere romanzi mi viene naturale porli sullo stesso piano. Non vi sono differenze d’approccio, in entrambi gli ambiti seguo sempre il mio istinto nel modo più onesto possibile. Naturalmente dal punto di vista dell’esecuzione sono due cose distinte. L’emozione che mi dà salire su un palco e urlare tutto quello che sento è ogni volta fortissima, però la sensazione di orgoglio che ho provato vinto il premio letterario è stata qualcosa di difficilmente paragonabile con altro. Per il futuro mi piacerebbe potermi definire semplicemente artista.

I.: Dopo la vittoria di questo concorso e la tua prima pubblicazione il tuo approccio alla scrittura è cambiato?
G. R.: Diciamo che ho iniziato a prendere più seriamente la cosa. Se prima l’idea di scrivere era qualcosa relegata ai soli momenti di sfogo, adesso cerco di dedicare al momento della scrittura più tempo, anche durante il giorno per intenderci. Mi sto approcciando in un modo più educato, più razionale. È un modo del tutto nuovo per me, ma sto iniziando a prendere confidenza con me stesso e con l’idea di essere davvero uno scrittore.

I.: Hai già in mente un nuovo libro?
G. R.: Sì, è ormai più di qualche mese che ci lavoro. L’idea è nata un paio di anni fa, ha avuto il tempo per depositarsi dentro me e adesso sta scorrendo molto fluida. Sono pagine estreme, forse ancora più esagerate del primo. Sto scrivendo pensando solo a me stesso, senza preoccuparmi di essere eccessivo o leggibile. Tanto per quello ci sono i correttori di bozze, lascio a loro il privilegiato piacere della censura.

I.: Fai leggere a qualcuno ciò che scrivi? A chi?
G. R.: Sì, la mia compagna. Lei è la mia prima lettrice per tutto, sia per le pagine che scrivo che per i testi delle canzoni. Sono fortunato perché non è il tipo di persona che si trattiene se deve fare una critica e questo mi ha fatto crescere moltissimo. È stata di molto aiuto in tutto, sia come prima lettrice che come prima sponsor di quello che faccio e che sento. Quello che dico sempre è che lei crede nelle cose che faccio ancor prima che io riesca a realizzarle. E così è stato per questo libro. Appena concluso lo ha divorato e non ha avuto pace finché non ha trovato un modo per vederlo pubblicato. C’è decisamente riuscita.

I.: Quando scrivi pensi a un ipotetico lettore o lo fai principalmente per te stesso?
G. R.: Sempre e solo per me stesso. Su questo non ho dubbi, non mi fermo mai a pensare se quello che sto scrivendo sia o meno adatto ad essere letto. Non riuscirei ad essere onesto se facessi diversamente.

I.: Cosa ispira Giulio Ronzoni quando scrive? “Perché scrivi solo cose tristi?” “Perché quando sono felice esco.” Quest’affermazione è stata attribuita a Luigi Tenco. Nel tuo caso, quanto incide il fattore emotivo sulla tua scrittura?
G. R.: Gran parte delle pagine di questo libro sono nate di notte, quando tornavo a casa dopo una serata e mi ritrovavo da solo con tutte le ansie in testa e la voglia di farle uscire. Diciamo che scrivere per me in alcuni momenti è stato un semplice sfogo, in altri un modo per capire quello che io stesso provavo. Il fattore emotivo è stato tutto nella composizione di queste pagine.

I.: Nel libro riesci a rendere fortemente dia il senso del dramma che quello dell’ironia. Ma quando si scrive è più facile far ridere o far piangere, secondo te?
G. R.: Questa è una delle cose che mi ha fatto maggiormente piacere notare nei commenti delle persone che hanno letto il romanzo. Mentre scrivevo il romanzo i sentimenti che provavo erano il più delle volte cupi, eppure rileggendolo ho passato la maggior parte del tempo a ridere da solo. Leggere i commenti delle persone che dicono di morire dalle risate leggendo le mie pagine mi riempie di gioia. Quindi sì, la risposta per me è che secondo me sono difficili entrambe, ma riuscire a far ridere davvero le persone è la cosa che può regalare la soddisfazione più grande.

I.: Quanto si sente “fuori luogo” Giulio? C’è un personaggio del libro nel quale ti identifichi maggiormente? Quale? Perché?
G. R.: Mi fa molto sorridere questa domanda perché è esattamente quello che la gente non si aspetta quando mi conosce, mentre credo si capisca a pieno leggendo il romanzo. Io mi sento estremamente fuori luogo, ma devo ammettere che ho imparato a sentirmi a mio agio a stare qui. Sicuramente il personaggio con cui mi identifico maggiormente è proprio Lorenzo. L’altro giorno parlando di lui ho detto che Lorenzo rappresenta tutto quello che odio di più di me stesso e allo stesso tempo quello di cui sono maggiormente orgoglioso. Chi ha letto il libro capirà il perché, chi invece non lo ha ancora letto spero abbia un motivo in più per farlo.

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