Intervista a Mirko Zilahy

Una figura poliedrica quella di Mirko Zilahy: lo conosciamo scrittore, creatore del profiler Enrico Mancini, a cui l’autore dedica una intera trilogia. È così che si uccide, il suo romanzo d’esordio, che ha poi aperto le porte agli altri due che compongono la triade riservata al commissario: La forma del buio e Così crudele è la fine.Zilahy non è solo scrittore: ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino, è appassionato di lingua e letteratura inglese ed è stato editor per minimum fax. Ha prestato le sue conoscenze linguistiche come traduttore, dedicandosi alla trasposizione in italiano di testi di una certa rilevanza, come Il Cardellino di Donna Tartt.“Mirko possiamo fare due chiacchiere con te?”“Molto volentieri”Ed eccoci qui.

Mirko Zilahy voglio partire da una domanda che generalmente faccio alla fine: ti piaci scrittore?

Mi piace scrivere. Mi piace la scrittura. Il ritmo di una bella scrittura. Mi piace poter dedicare ogni mia giornata alla scrittura perché è il mio mestiere. Mi piace vivere continuamente tra due mondi, pensare, vedere, immaginare tutto per tradurlo nell’universo letterario che sto costruendo. Quindi sì, mi piaccio scrittore.

Mirko Zilahy la tua professione di traduttore ti ha accompagnato per mano verso la stesura del tuo primo thriller?

Le mie professioni di traduttore e editor, le mie passioni per la lingua, le mie ossessioni letterarie. Tutto questo, e molto di più, mi ha trascinato mani e piedi dentro quest’altro mondo che è la scrittura. La traduzione mi ha insegnato a produrre gli effetti sonori, ritmici per conquistare l’orecchio e la pancia del lettore forte.

Impariamo a conoscere Enrico Mancini nel tuo thriller di esordio “È così che si uccide”: quanto hai dato di tuo a Mancini e quanto hai preso da lui?

Ho messo la mia parte peggiore in lui, le mie ombre, la difficoltà e il tempo di riemergere da un lutto doloroso, la voglia di isolarsi e poi quella di trasformarsi in qualcos’altro. L’inferno, il purgatorio, il paradiso.

Perché si chiama proprio Enrico Mancini?

È il nome di un falegname, poi commerciante di mobili a Roma, antifascista che agiva nei luoghi che racconto spesso nei miei romanzi: Testaccio, Garbatella, Ostiense. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, ma come vedi non è morto davvero.

Mancini un uomo fragile e determinato allo stesso tempo: le sue debolezze sono create per renderlo più simpatico agli occhi del lettore?

Le sue sono le debolezze di tutti, donne e uomini forti o fragili, di fronte all’incomprensibile mistero della morte. Lui ne ha fatto il proprio mestiere, la scena del crimine, la sovraesposizione alla violenza, ma quando la nostra signora arriva anche a casa sua, una malattia gli uccide Marisa, sua moglie, tutte le difese che Mancini ha messo in atto fino ad allora nel lavoro crollano. Diventa l’ombra di se stesso, e prova a reagire difendendosi, indossando un paio di guanti di pelle per escludere gli altri, il mondo, dalla sua vita.    

Mirko la tua scrittura è bella, scorrevole, sa essere elegante e popolare: è con questa penna che descrivi Roma in tutta la sua bellezza e la sua pericolosità. Perché scegli proprio la capitale? La vedi davvero così la città eterna?

Roma è La città. Il luogo letterario per antonomasia. L’universo in cui l’alto in basso convivono continuamente, come nella vera letteratura. La bellezza e la morte, insieme. E a Roma non c’è sasso, fontana o monumento che non viva di questa doppia natura. Pensate al Colosseo…

“La forma del buio” il secondo romanzo della magnifica trilogia: quando hai creato Mancini avevi già deciso di farlo vivere in una triade di romanzi?

Appena mi sono reso conto che È così che si uccide stava iniziando a volare in giro per l’Europa ho pensato che avrei potuto raccontare la sua storia per intero, facendolo passare attraverso i tre regni dell’esistenza: quello della paralisi del dolore, quello della trasformazione e quello della risalita. Avevo in testa una trilogia di milleduecento pagine che raccontasse Roma in tre modi diversi e che affrontasse tre temi che mi sono cari: Giustizia, Realtà, Identità.

Nel tuo secondo romanzo ci sono riferimenti alla mitologia greca e all’arte classica: questa fa del thriller una lettura impegnativa ma apprezzabile. Perché la scelta di mescolare delle vicende terrificanti con i classici?

È una lettura impegnativa, ma questo fa parte del contratto che il lettore stipula con me ogni volta che mi sceglie, o mi risceglie. La lingua che adopro e i riferimenti sono considerati un po’ fuori genere, ma è una sciocchezza clamorosa. Ognuno di noi lettori si aspetta qualcosa da un romanzo e i lettori di thriller aspettano di ritrovare le strutture e il ritmo di quello che hanno imparato ad amare leggendo autori contemporanei e guardando serie tv bellissime. Io scrivo come mi piace leggere, scrivo per me come lettore e ho bisogno di mettermi in gioco, di partecipare alla lettura quando leggo. Non voglio una serie di immagini senza profondità che mi investono per raccontarmi una sequenza di cose che chiamiamo storia. Un tempo gli autori che oggi diremmo di genere scrivevano. Cioè non si limitavano a narrare le vicende del proprio personaggio attraverso spazi e tempi diversi. Scrivevano. Avevano una voce riconoscibile. Chi dice che il giallo dovrebbe essere in un modo, il thriller in quell’altro, ecc, dice una serie di sciocchezze legate alle sue (giustissime come il gusto) aspettative. Io invece, da lettore e scrittore, ho bisogno di un coinvolgimento totale e voglio che i miei lettori mi riconoscano, indipendentemente dal romanzo mio che stanno leggendo. E che entrino nei mondi che costruisco per loro, che sono tutti ugualmente lontani dalla realtà. Perché sono letteratura, finzione, arte.

Anche il tuo ultimo lavoro, Così crudele è la fine, è un’opera di strepitoso vigore. Ritroviamo un Mancini fortificato, con voglia di fare e di spaccare.  Cosa gli è successo? Si guarda forse finalmente allo specchio?

Prova a vedersi diverso, ha finalmente tolto i suoi guanti e desidera tornare a vivere veramente. Ha bisogno della vita, del lavoro, per sapere chi è diventato. Perché questo è il tema del romanzo: l’identità. Chi siamo veramente? Ed è anche il tema che si porta dietro il serial killer assieme alla scia di sangue che semina tra i monumenti antichi della mia Roma. Mutila le sue vittime privandole di un elemento identitario (un pianista delle dita della mano destra, ad esempio) e poi le chiude nella pancia di Roma. Le lascia a se stesse, alla paura della morte che è l’unico specchio che abbiamo. L’unico momento di sincerità che ci è concesso, quello in cui non possiamo più mentire a noi stessi. E dobbiamo riconoscerci per ciò che siamo, non per ciò che ci siamo raccontati per tutta la vita, creando la nostra autobiografia romanzata.

Lo specchio, la casa, il buio e la luce: quattro parole che fanno in qualche modo il filo conduttore del libro. Quale tra queste è la parola cardine del romanzo?

Tre di queste. Lo specchio per quello che abbiamo appena detto sull’identità. La casa come rappresentazione dell’io. Il buio fa parte del nostro mondo interiore, quello più vero, più represso dai dettami sociale e culturali, dalle sovrastrutture. La luce invece mi interessa solo in quanto capace di incontrare corpi, menti, emozioni che proiettano ombre.

L’identità sembra essere un altro tema portante della storia: una scelta azzardata visto che quella di ogni tua creatura ha sempre svariate sfumature. Sarà perché un’identità ben definita per te non esiste?

Esatto. Difficile dire chi siamo veramente. Quelli nella nostra carta d’Identità? Il documento con la foto che non ci assomiglia mai, in cui mentiamo sul colore degli occhi, sull’altezza, ecc? Quante persone ci abitano? Quanti impulsi diversi e contraddittori ci animano e quanto lasciamo loro spazio? Poco, o nulla. Idem in latino vuol dire uguale. A=A. Ma noi non siamo uguali a noi. Anche se il tentativo esterno ed interno è quello: ridurci all’uno. Renderci facilmente leggibili, collocabili, gestibili. Ma sono automenzogne. 

Ancora Roma nella tua narrazione: questa volta è la Roma degli abissi. Vuole essere anche una metafora che si riferisce agli abissi della mente? O quelli della personalità?

Roma, come dicevo, è un grande teatro, estetico, culturale, mentale. E i suoi abissi pocciano gli uni sugli altri e sono in continuo movimento. Cos’è veramente Roma, qual è davvero la città Eterna tra i suoi mille strati ed i livelli? È la stessa domanda che riguarda l’identità. Io provo a scavarne fuori le tracce, i segreti più dolorosi, come quello delle Vestali.

Descrivi gli ultimi istanti delle vittime: credi si viva intensamente il momento che precede la morte?

Lo dicevo a proposito dell’identità delle vittime del serial killer a cui il commissario Mancini dà la caccia. Quello è l’unico grande, mostruoso, momento di verità su noi stessi che ci è concesso.

Usi spesso gli opposti nella tua scrittura, luce e buio per esempio: sembra quasi che le vie di mezzo non ti piacciano. Sbaglio?

Amo molto le ombre, e io grigio. È così che si uccide è tutto costruito su quel colore. Preferisco la notte, certo. E gli opposti, come il dentro e il fuori, li uso per raccontare come funzioniamo, quanto ci spaventa il fuori, l’altro, il diverso. E quanto ci sentiamo sicuri dentro casa, nelle nostre tane che costruiamo, arrediamo (di cose, persone, storie) a nostra immagine e speranza. Anche lì ci raccontiamo una storia: io sono queste cose, questi oggetti, queste abitudini. Non è così. Ma non abbiamo il coraggio di derogarvi.

“La trilogia degli spettri”: così identifichi i tre romanzi. Perché hai scelto questo nome?

Gli spettri di Roma, città rovinosa e assente. Gli spettri che animano Mancini e le tre colonne (i tre temi) del pensiero occidentale che i miei serial killer  prendono a spallate: giustizia, realtà, identità. Quando si termina uno dei miei romanzi si ha sempre la sensazione di sentirsi spostati rispetto a qualcosa che davamoper assunto, scontato, prima di leggere. La letteratura toglie certezze, sposta, appunto. Non le dà.

Il tuo stile è indubbiamente cambiato in “Così crudele è la fine”. Consideri questo cambiamento una normale evoluzione o è “dovuto” come complemento alla storia narrata?

Lo stile dei tre libri si rifà completamente al tema del romanzo, al modus operandi del serial killer, e alla Roma che racconto di volta in volta. Così crudele è la fine aveva bisogno di una scrittura leggermente più veloce ed asciutta per raccontare un assassino dall’identità sfuggente e che distrugge l’io delle sue vittime, per raccontare il capitolo finale del percorso di Mancini e per descrivere la Roma dei monumenti classici, degli scavi e dell’acqua.

Hai dichiarato che scrivere “La forma del buio” è stato un massacro: ti riferivi solo all’impegno pratico o anche a quello emotivo?

Il secondo romanzo è sempre complicato. La Forma del Buio è nata dal successo internazionale di È così che si uccide e nella mia testa doveva essere un progetto più ambizioso. Ho dovuto tornare a studiare i classici e costruire un mondo visionario, quello dello Scultore, il serial killer, che si fondasse sui miti greci e latini, sulla letteratura antica, sulle creature mitologiche. E dovevo farlo utilizzando una struttura doppia, quella dell’indagine di Mancini e quella dei corsivi in cui il lettore si trova sulla scena del crimine insieme all’assassino mentre lui sta commettendo il delitto. I corsivi de La Forma del Buio sono tecnicamente i più lirici che ho scritto e mi hanno occupato per mesi. 

Hai già un’idea di come procederà il tuo cammino di scrittore?

Certo, ma non ve lo dico… stay tuned!

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