Intervista all’autore “Filippo Tapparelli”

Oggi vogliamo dedicare uno spazio particolare a Filippo Tapparelli, autore di L’inverno di Giona, opera che l’ha reso vincitore nel 2018 del premio Calvino.  Noi abbiamo letto il suo romanzo, che è stato anche oggetto della nostra lettura condivisa, e ne siamo rimasti estasiati e affascinati. Da lì è sorta l’intenzione di approfondire la penna che ci ha fatto dono di una lettura tanto saziante e ci ha portato all’intervista che segue.

  • Intervistatore: Ciao Filippo, benvenuto! Ti ringraziamo per la disponibilità mostrata.

Filippo Tapparelli: Ciao e grazie a voi per aver pensato a me. È sempre bello fare quattro chiacchiere.

  • I.: Cominciamo rompendo il ghiaccio con una domanda di routine, noi ti conosciamo quale scrittore, ma Filippo Tapparelli chi è nella vita ordinaria?

F.: Filippo Tapparelli è un semplice impiegato con il pallino per il giardinaggio, la fotografia e la forgiatura di coltelli, che riesce ogni tanto a ritagliarsi un attimo per scrivere, quando non è costretto a servire come uno schiavo una gatta nevrotica ed egoriferita.

  • I.: Nel tuo quotidiano quale genere prediligi?  Quali libri hai collocato durante la tua vita sul podio indiscutibilmente?

F.: Tendo a dividere la letteratura in due generi e basta: i libri buoni e quelli meno buoni. Leggo entrambi per imparare a raccontare storie ed evitare di commettere errori. Ho qualche autore di riferimento: David Grossman, Chuck Palahniuk, Italo Calvino, John Steinbeck, per citarne giusto un paio. Il mio personalissimo podio di libri cambia in continuazione, quindi farei torto a qualcuno se cominciassi a stilare una classifica.

  • I.: E adesso quale libro stai leggendo?

F.: Sono impegnato nella lettura de La volontà del male, di Dan Chaon. Un autore che decisamente sa come si fa a entrare nella mente dei personaggi.

  • I.: La scrittura è da sempre presente nella tua vita? Quando e come è cominciato tale rapporto?

F.: Se escludiamo i temi delle elementari, medie, superiori, tesine e tesi varie, ho cominciato a scrivere tardi. Circa una dozzina di anni fa, mese più, mese meno. È cominciato per gioco: essendo stato istruttore di scherma, aiutavo degli autori a rendere più verosimili le scene di combattimento. Uno di loro un giorno mi disse: «Perché non provi a scrivere qualcosa di tuo?» Decisi di ascoltarlo e nacque il mio primo racconto, che venne subito pubblicato su un’antologia. Nei mesi successivi scrissi altri racconti, fino a quando non mi imbarcai in qualcosa di più strutturato e lungo: il mio primo romanzo.

  • I.: Ma veniamo al tuo romanzo, L’inverno di Giona, com’è nata l’idea?

F.: L’idea è nata dal primo racconto che scrissi. Si chiamava Lo scambio e parlava di un ragazzino che fuggiva dentro un bosco. Contemporaneamente avevo una domanda che continuava a frullarmi in testa, ossia: se una persona non ricorda nulla del suo passato e nessuno si ricorda di lei, può definirsi viva? La ricerca di una risposta mi ha portato a scrivere L’inverno di Giona.

  • I.: L’Inverno vissuto da Giona non delinea un mero aspetto temporale, ma piuttosto uno stato d’animo, ci spieghi più dettagliatamente cos’è per te?

F.: L’inverno è la stagione della rinascita. Della potenzialità. Sotto il terreno gelato covano i semi della primavera. Ogni cosa è in attesa, assopita ma non del tutto addormentata. Il romanzo in fondo parla di questo: di una potenzialità inespressa che preme per uscire da così tanto tempo che il tempo ha perso di significato.

  • I.: Leggendolo abbiamo appreso come il testo sia ricco di sensazioni di ogni tipo, tra cui sicuramente quelle connesse al gelido paese in cui vive Giona. Le suggestioni che ne derivano sono molto forti, ti sei servito di particolari motivi ispiratori per infonderle in narrativa?

F.: Mi è bastato chiudere gli occhi e ricordare cosa prova la pelle, cosa sente il naso e qual è il sapore delle cose. Si tratta di un libro molto sensoriale: il paese è avvolto in una caligine perpetua in cui la vista non è uno strumento così potente. Lo sono però gli altri sensi, quelli più antichi, quelli che evocano i ricordi che Giona non ha.

  • I.: Pirandello sosteneva fossero i personaggi stessi a bussare alla sua porta, ti trovi d’accordo con tale affermazione? Com’è avvenuta la costruzione dei tuoi personaggi?

F.: Pirandello diceva bene: i personaggi hanno vita propria nella mente dell’autore. Nel mio caso sono nati da soli, come naturale conseguenza della mia determinazione a scrivere. Giona per primo, poi Norina e Alvise e poi via via tutti gli altri, come se fossero in attesa da tempo che qualcuno si aprisse a loro e si mettesse ad ascoltare quello che avevano da raccontare.

  • I.: L’inverno di Giona ti ha condotto alla vittoria del premio Calvino 2018, ma qual è la storia di questo libro? Quando l’hai scritto e quale iter ha affrontato fino ad approdare al famoso concorso?

F.: Ho finito di scrivere L’inverno di Giona il 21 marzo 2013. Dopo ci sono state parecchie revisioni e riscritture e il solito calvario di invii senza risposta alle case editrici che a mio avviso erano più adatte a lui. A pochi giorni dalla scadenza del bando per il Premio Italo Calvino 2018, ho deciso di provare quella strada. Il PIC è il più onesto dei premi, perché, per sua stessa natura, è al di fuori da tutte le meccaniche editoriali. A me serviva un riscontro onesto e scevro da ogni giudizio basato sulla pubblicabilità.

  • I.: C’è un aspetto particolare del tuo libro sul quale vorresti soffermarti e renderne partecipi noi lettori?

F.: Credo sia un libro che parli di guarigione più di quanto faccia inizialmente pensare. Non è un thriller né un giallo analitico, come qualcuno sostiene. Non appartiene ad alcun genere, credo. È un libro che tratta di confini e di come questi – il più delle volte autoimposti – ci rinchiudano in gabbie delle quali non siamo nemmeno consapevoli.

  • I.: Hai qualche consiglio da dare agli scrittori in erba che sognano una pubblicazione a proprio nome?

F.: Partecipate al Premio Italo Calvino. Con me ha funzionato benissimo! Scherzi (ma neanche tanto) a parte: leggete. Leggete un sacco e imitate, copiate e saccheggiate ogni cosa bella che vi capita tra le mani. Sembrerà una cosa da squinternati, ma non pensate subito alla forma: pensate alla storia. Preoccupatevi di farla uscire, non di come farlo.

  • I.: L’inverno di Giona ha rappresentato una parentesi o l’auspicato inizio di una serie di opere? Hai intenzione di dedicarti a un nuovo libro?

F.: Nel mio caso la scrittura non era del tutto pianificata, quindi non so dire se si è trattata di una parentesi o altro. Ho un paio di libri nella mia faretra, che aspettano solo di essere scoccati. Vedremo cosa accadrà.

  • I.: Filippo sappiamo che sarai presente al Bookcity di Milano 2019, ti va di ricordare in quali date e dove per tutti i lettori interessati a parteciparvi?

F.: Giona sarà a Bookcity per due eventi: il primo sabato 16 novembre alle 17 in punto, che si terrà alla libreria Rizzoli in galleria Vittorio Emanuele, dove presenterò il romanzo insieme alla bravissima Stefania Auci, autrice de I Leoni di Sicilia. Il secondo invece sarà domenica 17 alla casa del Manzoni, sempre a Milano, insieme a tutto lo staff del PIC, a Emanuela Canepa, vincitrice del XXX Premio Italo Calvino e a Gennaro Serio, che si è aggiudicato la XXXII edizione del premio.

Intervista a cura di Rosa Zenone

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