Intervista all’autrice “Annalisa Ambrosio”

Leggere un’opera ci pone in contatto con altri mondi, quello interno al testo ma anche con quello della mente da cui è scaturito. Tale situazione molte volte fa nascere in noi la voglia di confrontarci con l’autore e porgli tutte le domande che ci si sono delineate in testa durante la lettura. Oggi, dopo averne apprezzato l’opera, possiamo colmare la nostra curiosità, poiché abbiamo l’immenso piacere e onore di conoscere più da vicino Annalisa Ambrosio, autrice di un libro interessante e stimolante, Platone: storia di un dolore che cambia il mondo.

  • Intervistatore: Buongiorno Annalisa, grazie per essersi prestata alle nostre domande da parte di tutto il blog.

Annalisa Ambrosio: Buongiorno a voi, grazie per avermi scritto: è bello essere vostra ospite.

  • I.: Direi che non c’è modo migliore per cominciare a conoscerla meglio che con una presentazione e dunque chiederle: chi è Annalisa Ambrosio e cosa fa nella sua vita quotidiana?

A.: Io lavoro per la Scuola Holden di Torino. Nello specifico mi occupo un po’ di progetti editoriali, un po’ della didattica del corso universitario nuovo nuovo: Academy. Negli ultimi due anni, per esempio, mi è capitato di scrivere – con moltissimi altri – un’antologia di italiano per i primi anni del liceo, La seconda luna.

  • I.: Dietro a uno scrittore solitamente si cela anche un grande lettore, si ritrova con tale affermazione? Lei che tipo di lettrice è e quali sono i libri che occupano uno spazio speciale nel suo cuore?

A.: In effetti è così, almeno nel mio caso. Leggere mi piace tantissimo ed è una cosa che mi sembra di non avere mai abbastanza tempo per fare. Sono una lettrice piuttosto onnivora, vi dico le ultime due cose che ho letto: un libretto di Piero Manzoni e l’arte di rappresentare il nulla, e Figlio di dio di McCarthy. Nel mio cuore ci sono certamente i libri di Faulkner, Middlemarch di Eliot, la trilogia di Rebecca West, Steinbeck. Leggo soprattutto i classici.

  • I.: Dopo aver parlato della Ambrosio lettrice passiamo a quella scrittrice. Cosa rappresenta per lei la scrittura?

A.: Domanda difficile. Non so, forse il tentativo di liberare RAM nella mia testa o di cercare un posto che non c’è ancora, e che può essere più confortevole di molti altri.

  • I.: Lei ha scritto l’opera Platone: storia di un dolore che cambia il mondo, ponendo l’accento sul dolore per la morte di Socrate e rapportandolo al progetto della filosofia platonica, come è nata in lei tale idea? C’è un motivo particolare per il quale ha voluto parlare di Platone e farlo secondo tale impostazione?

A.: Mi ricordavo di me sui banchi di scuola, mi ricordavo che avevo cercato di capire che cosa potesse significare la morte di un maestro. Ecco, volevo semplicemente dare dignità a quel momento, riaprirlo, entrarci dentro, osservare che gli eventi hanno sempre delle conseguenze e lasciano una scia.

  • I.: All’interno della sua opera, lei parla del design del libro ideato da Platone, un progetto che rimane valido per tutti gli scrittori. Richiamando tali nozioni, le vorrei chiedere quale fosse il suo design, dunque verso quali destinatari abbia indirizzato la propria opera, quale messaggio volesse trasmettere e quale effetto volesse ottenere nel lettore.

A.: Platone è una cosa che abbiamo tutti in comune, come molti altri classici, semplicemente per il fatto che li abbiamo studiati a scuola. Nella mia idea il libro si rivolge a chi è passato da Platone, magari durante gli anni della giovinezza, e poi l’ha completamente dimenticato. Oppure a chi l’ha appena incontrato e rischia di studiarlo solo per una interrogazione o per un esame, senza però dargli un valore al di fuori di queste cose. In quanto all’effetto sul lettore: non so, mi piacerebbe se qualcuno andasse a riaprire il suo manuale di filosofia del liceo. Dentro i nostri libri di scuola c’è un sapere immenso: se solo lo tenessimo sempre attivo ci sarebbe quasi tutto quello che dovremmo sapere.

  • I.: Socrate muore a causa dell’ingiustizia vigente ad Atene, se fosse vissuto oggi che destino avrebbe avuto secondo lei? E se anche Platone fosse stato un nostro contemporaneo avrebbe provato la stessa necessità di scrivere/raccontare?

A.: Forse oggi ci sono dei Socrate a piede libero, chissà. Probabilmente non sarebbe morto adesso, magari farebbe una vita ai margini, e di lui parlerebbero solo le scuole di teatro sperimentali, o le riviste di arte contemporanea. Noi, al pari di Platone allora, non facciamo altro che scrivere: di fatto sui nostri telefoni ci sono fiumi di letteratura autoprodotta e a uso interno. Forse, però, se Platone fosse vissuto oggi, la sua voce avrebbe rischiato di scomparire tra le altre. Questo sì.

  • I.: Quanto crede sia importante il rapporto tra allievo e insegnante ancora oggi? Crede che possa incidere ancora così tanto sulla propria formazione e vita? Ha avuto un esempio positivo a cui si è ispirata nel delineare il rapporto tra Platone e Socrate?

A.: Moltissimo. Io ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri, sì, ma al di là della mia esperienza personale o del rapporto tra Socrate e Platone, penso che un vero maestro – indipendentemente che ti insegni a spatolare il cemento o a solfeggiare – sia una persona in grado di cambiarti la vita, cioè di mostrarti che cosa sei in grado di fare e quindi chi sarai e, dunque, dove andare. E non servono superpoteri per insegnare a qualcuno tutto questo, solo la conoscenza profonda di qualcosa, e un po’ di cura umana.

  • I.: Lei all’inizio del libro sostiene che oggi la solitudine quasi non esista poiché siamo perennemente connessi gli uni con gli altri, sempre circondati di voci e messaggi. Tale situazione secondo lei rischia di soffocare le voci importanti che possono insegnarci qualcosa e privarci di momenti di pura riflessione? In tale trambusto può ancora esistere la filosofia?

A.: Si, è vero, il trambusto annulla tante voci, come dicevamo prima immaginando un Platone contemporaneo. Però credo che se la qualità della tua voce si distingue veramente, se hai l’urgenza di dire qualcosa, se – nel caso della filosofia – intercetti domande o risposte che sono valide anche per altri, in tutti questi casi tu possa fare un ottimo lavoro. E magari anche passare alla storia. Nonostante ci siano moltissimi altri sulla stessa barca. E certo, sì, credo che la filosofia esista e che esisterà finché qualcuno proverà a chiedersi come mai fa quel che sta facendo (in tutte le possibili e infinite declinazioni della domanda).

  • I.: Lei ha esordito con quest’opera, cosa si prova nel vedere pubblicato il proprio libro?

A.: È strano, ti trovi improvvisamente esposto. Però bellissimo, perché ti sembra di aver lasciato qualcosa.

  • I.: Dopo questa esperienza, ha già in progetto un nuovo libro?

A.: Sì, ma ancora segretissimo e instabile. Però posso dirvi che Platone non c’entra (quasi).

Intervista a cura di Rosa Zenone

Condividi:

Be the first to comment

Rispondi