Recensione: “Amore” di Hanne Ørstavik

Cari amici lettori, oggi ci apprestiamo a presentarvi un romanzo di forte impatto, Amore di Hanne Ørstavik, finalista al National Book Award e vincitore del Pen Award per il miglior libro in traduzione. Un libro sconvolgente, in grado di intaccare qualunque animo.

Amore

Hanne Ørstavik

Traduttore: L. Spagnol
Editore: Ponte alle Grazie
Collana: Scrittori
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 9 maggio 2019
Pagine: 126 p., Brossura
EAN: 9788833311104

Recensione a cura di Rosa Zenone

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Jon, trasferitosi da poco con la mamma Vibeke in una nuova città, attende l’arrivo di quest’ultima. Al normale svolgimento della routine quotidiana si aggiunge però una forte trepidazione da parte del bambino, poiché il giorno seguente compirà nove anni.  Dopo aver consumato assieme un pasto e commentato l’arrivo del luna park in città, Vibeke e Jon si dedicano separatamente alle proprie faccende. Il bambino, pensando che la mamma debba preparare la torta per il proprio compleanno, decide di uscire per assicurarsi il successo della sorpresa. Ma, ignara della sua assenza, di lì a poco uscirà anche Vibeke…

“Il rumore della macchina. Quando sta aspettando che arrivi non riesce a farselo tornare in testa. Me lo sono dimenticato, pensa. Ma poi arriva, spesso quando lui ha smesso per un momento di aspettarlo e non ci pensa. Lei arriva e lui riconosce il rumore, lo sente, nella pancia, è la pancia che si ricorda il rumore, non io, pensa, e appena dopo che ha sentito la macchina, la vede, da quell’angolo della finestra, la macchina blu gira la curva dietro il cumulo di neve in fondo alla strada, lei sterza per entrare in casa e sale la piccola rampa verso l’entrata. Il rumore è forte e si sente benissimo da dentro la stanza prima che lei spenga. Poi lui la sente chiudere la portiera della macchina e aprire il portone d’ingresso, Jon conta i secondi prima che si richiuda. Gli stessi rumori ogni giorno. “

Questa è una delle prime scene del romanzo, Jon attende con ansia il ritorno della madre, una situazione a tal punto interiorizzata da percepire il rumore dell’auto con la pancia. L’attenzione che il bambino manifesta nel cogliere tutti i segnali dell’arrivo di Vibeke, fanno intendere quanto forte sia il desiderio di vederla e di come rappresenti il centro del mondo del figlio. Tale descrizione devia il lettore creandogli delle aspettative disattese. Il rientro di Vibeke infatti non creerà alcun particolare e idilliaco tête-à-tête madre- figlio.

“Pensa al trenino, non può farne a meno, qualunque cosa stia pensando arriva un treno nei suoi pensieri, inclinato in una curva a sirene spiegate, a tutta velocità. Forse può farle un massaggio alla faccia, pensa, massaggiarle la fronte, le guance, l’hanno imparato a ginnastica, fa bene.                                                                                                                                 

Lei porta i sacchetti in cucina, posa la posta sul tavolo e mette la spesa in frigorifero, qualche libro su uno scaffale. L’ingegnere del dipartimento tecnico, il bruno con gli occhi marroni, era seduto di fronte a lei quando hanno presentato il piano cultura. Il suo primo incarico come nuova consulente culturale. Aveva insistito perché fosse stampato con la copertina a colori, un quadro suggestivo di un artista locale. È in piedi vicino al banco, beve un bicchiere d’acqua. È andata benissimo, è venuta della gente dopo a dirle che erano contenti di averla lì. Che c’era una visione, avevano visto nuove possibilità. Occhi marroni le ha sorriso in diversi punti della presentazione, durante il riepilogo ha commentato che era estremamente interessato alla prospettiva di un lavoro comune trasversale.”

Il bambino pensa al trenino, oggetto costante nella sua immaginazione in quanto rappresenta l’ambìto regalo per il proprio genetliaco. Entrambi sono assorbiti dai propri pensieri, ma mentre quelli di Jon contemplano l’idea di alleviare la stanchezza della madre, in ciò che occupa la mente di Vibeke il figlio non rientra minimamente. Ella non solo è completamente assorbita dal proprio nuovo lavoro di consulente culturale, ma anche da un affascinante ingegnere dagli occhi marroni. Avanzando nella lettura si potrà desumere come sia totalmente dedita a se stessa, persa nelle proprie idee che non hanno altro oggetto all’infuori di sé. L’unico momento in cui i due sono colti in un momento di condivisione è durante il pasto.

“Si sveglia perché Vibeke è sulla porta, c’è luce attorno a lei, dice che è pronto da mangiare. Jon la segue su per le scale, si siedono al tavolo della cucina. Vibeke spegne la radio. Guarda la posta mentre mangiano. Jon vede che sono brochure pubblicitarie di mobilifici e grandi casalinghi. Su un foglio è stampato un titolo: Luna Park. Chiede che cos’altro dice. Vibeke legge ad alta voce che è arrivato un Luna Park al campo sportivo vicino al comune, hanno ufomachines e seggiolini volanti. Il Luna Park non fa per te Jon, dice. Jon chiede se hanno giochi 3D. Vibeke non sa che cosa sono. Astronavi, dice Jon, un gioco elettronico dove ti siedi in una macchina e guidi nello spazio e devi superare degli ostacoli. Vibeke guarda di nuovo il foglio, non trova niente del genere.

(…) Jon si mette in ginocchio sulla sedia e si sporge sul tavolo, lei vede che sta provando a catturare l’ultima salsiccia con la forchetta come arpione. Lui racconta una barzelletta che ha inventato di un uomo che si butta dalla finestra e non arriva mai a terra. Lei trova che le sue barzellette non abbiano senso. Lui prende la salsiccia, la divide a metà e gliene dà un pezzo. Lei sorride. Mangiano sempre l’ultima così, la dividono, senza niente sopra. Poi lui resta un po’ appoggiato sui gomiti, come se aspettasse qualcosa. Racconta di un’immagine di tortura che ha visto su un giornale, un uomo appeso poco al di sopra del pavimento con un cappuccio in testa. Le braccia sono legate con una corda a un palo, è appeso da così tanto tempo che le braccia quasi si staccano dal corpo, dice Jon. Perché non te ne vai, pensa lei. Trova qualcosa da fare, gioca un po’.

«È bello che pensi a quelli che soffrono» dice. «Se tutti facessero così forse il mondo sarebbe un po’ migliore>>.  Allunga una mano e gli accarezza i capelli. “

Tutte le scene seguenti non li rappresenteranno più insieme. Inoltre solo in questo caso assistiamo a un discorso diretto tra i due, mentre la gran parte del libro predilige il discorso indiretto libero. La scelta di distaccarsi dalla norma ricorrente è una chiara intenzione dettata dallo scopo di sottolineare la situazione rara. Il discorso indiretto libero invece sembra creare un continuo distacco tra i parlanti, come se fossero soli nonostante l’atto di comunicazione con l’altro.

La narrazione è onnisciente e segue in contemporanea lo svincolarsi delle vicende sia di Jon che di Vibeke, includendo le loro rispettive riflessioni. Le azioni dei due personaggi non sono però distanziate dalle pagine, bensì in frasi tanto vicine da sembrare sovrapposte. Tale escamotage consente al narratore di riportare le azioni dei protagonisti in modo sincronico. Inoltre, in questo modo si pone anche l’accento sulla lontananza dei due protagonisti, perfino laddove potrebbero essere più vicini che mai.

La chiacchiera tra i due annuncia l’arrivo del Luna Park, ma tale elemento all’interno del romanzo è posto come perturbante e sembrerà acquisire all’interno della narrazione una luce quasi macabra, degna del miglior film horror. Da tale aura sembreranno non esserne immuni nemmeno le persone che vi lavorano e che faranno la propria comparsa in modo rilevante nel romanzo.

“Pensa agli omini di gelatina e a una torta al cioccolato con la crema marrone chiaro, non scuro come all’ultimo compleanno dove è stato. Vede Vibeke dietro di sé nello specchio, esce nuda dalla cucina con il flacone della lozione, lo solleva sorridendo perché lui veda che l’ha trovato. Torna in salotto, alza il volume. Lei sta sempre lì a ungersi dopo la doccia la mattina. Ma di solito non si fa la doccia di sera. Jon pensa che forse si prepara adesso per risparmiare tempo per il compleanno. (…). Vibeke dev’essere lasciata tranquilla per i preparativi. Se lui non è in casa quando lei fa la torta sarà più come una vera sorpresa, pensa Jon. Esce. Giù per la via si pente di non aver preso i guanti, ma non torna a casa.”

Apprendiamo del compleanno del bambino solo dallo stesso, egli fantastica attorno a tale giorno e vi si aspetta grandi cose. Ricollega perfino la cosmesi anticipata della madre al grande giorno, anche se in realtà Vibeke non vi pone alcun pensiero al riguardo e si sta preparando per andare in biblioteca. Non accortasi dei movimenti del figlio, lascerà casa convinta della sua presenza all’interno. Ma quelle due uscite a poca distanza di tempo li porranno su strade parallele ma distanti, nella totale inconsapevolezza di dove sia l’altro e di cosa stia facendo.

La scenografia della storia è un paesaggio freddo e innevato, su cui più volte si concentra la descrizione.

“Lui va alla finestra. A ogni lato pende una tenda decorata. Jon guarda fuori. Vede che un piccolo tratto di bosco è illuminato, la luce viene dalle finestre della casa. Pensa che i tronchi scuri degli alberi nella neve sono come righe su un foglio di carta. Diventano sempre più fitte. In fondo è tutto nero.”

L’ambiente e il clima delineati coi loro colori contribuiscono a creare un sottofondo tetro e scuro, a tratti agghiacciante. Più volte lo scenario è scorto dalla finestra, ciò pone gli stessi personaggi nella posizione di osservatori, quasi a distanziarli dalla narrazione in cui sono agenti.

Il titolo Amore richiama quello che è il fulcro sotteso del romanzo, seppure è un termine mai menzionato nelle pagine. Quello stesso sentimento infatti dovrebbe intercorrere nel rapporto madre-figlio, può apparire come un concetto assodato, ma nel libro tale assioma è quasi rovesciato. Nell’attenta analisi che conduce all’interno del legame tra Vibeke e Jon, non sembra trasparire amore da parte di quella verso quest’ultimo. L’amore richiede attenzione e cura verso l’altro, è un sentimento completamente altruistico, ma Vibeke pare esserne immune. Ella lo sogna e lo cerca negli uomini, rende questi protagonisti delle proprie rosee immaginazioni invigorite dai romanzi, ma in realtà ne sa ben poco.

Amore è un romanzo brillante, oscuro e straziante. L’intera narrazione ricopre un arco temporale minore di 24 ore, ma ogni attimo dei protagonisti è reso su carta. Il ritmo lento contribuisce a suscitare angoscia e a creare presagi nefasti. Lo stesso modus scribendi, scarno e lapidario, tratteggia un’atmosfera tormentosa capace di indurre nel lettore preoccupazione e agitazione. Un libro contraddistinto da forti risvolti e intense emozioni, la narrazione di una tragedia silenziosa ovattata dalla neve.

Hanne Ørstavik 

Hanne Ørstavik nasce nel 1969 a Tana, nel nord della Norvegia. Scrittrice molto prolifica, tradotta in ben ventisei lingue, ha pubblicato il primo romanzo nel 1994, mentre oggi la sua produzione ne annovera tredici. L’ultimo cronologicamente precedente ad Amore, è A Bordeaux c’è una grande piazza aperta. Vive a Milano dal 2017.

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