Recensione: “Caro Evan Hansen” di Hansen Val Emmich, Steven Levenson, Benj Pasek

Caro Evan Hansen

Val Emmich,Steven Levenson,Benj Pasek

Editore: Sperling & Kupfer

Collana: Pandora

Anno edizione: 2019

In commercio dal: 2 aprile 2019

Pagine: 300 p., Rilegato

EAN: 9788820067137

Età di lettura: Young Adult

Recensione a cura di Manasseri Mariangela

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Timido e solitario, Evan Hansen non è esattamente l’anima della festa. Così, per sopravvivere al suo ultimo anno di liceo, ha deciso di seguire il consiglio di scrivere lettere incoraggianti a se stesso. Quando, però, una di queste lettere arriva nelle mani sbagliate, a Evan si presenta l’occasione della vita. Per coglierla deve solo assecondare un equivoco, e fingere che il suo enigmatico compagno di scuola Connor Murphy, appena suicidatosi, fosse in segreto il suo migliore amico. All’improvviso, Evan ha uno scopo. E un sito web. La sua ansia paralizzante sembra dissolta. È sicuro di sé e popolare. Adesso è Evan Hansen . Non è più invisibile per Zoe, la ragazza dei suoi sogni, e i genitori di Connor lo accolgono nel disperato tentativo di sapere di più sul figlio perduto. Evan sa che quello che sta facendo è sbagliato, ma tutta la storia che ha messo in piedi sta davvero aiutando delle persone. Compreso lui. Grazie a una bugia, la sua vita è cambiata e ora sente di essere finalmente parte di qualcosa. Ma tutto ha un prezzo. E quando la verità minaccia di emergere, Evan si trova a dover fronteggiare di nuovo il suo peggior nemico: se stesso. Dai creatori del musical che ha fatto impazzire l’America, Dear Evan Hansen, arriva il romanzo ispirato al grande successo di Broadway e da mesi in vetta alle classifiche del «New York Times». Un vero e proprio fenomeno che ha conquistato la mente e il cuore di tantissimi giovani e non.

Aprirsi al mondo di Evan Hansen è, per il lettore, addentrarsi in un’insolita serie di eventi… ed è chiedersi, pagina dopo pagina, dove gli autori lo vogliano accompagnare.

Evan è adolescente, ha diciassette anni, soffre di depressione ed ha necessità di assumere ansiolitici per poter gestire tutto il groviglio di emozioni che lo muovono, che lo agitano e gli rendono difficile relazionarsi con gli altri.

Vive in una bolla fatta di solitudine e senso di vuoto: passare oltre la sua parete cristallina è di una difficoltà tale da farlo sentire impotente e solo – la scrittura è lo strumento che gli viene proposto per tentare di affrontare le proprie fragilità.

Gli autori ci raccontano, attraverso una storia dinamica e ricca di situazioni, come si sta quando il disagio mentale entra in una famiglia: un tema difficile da trattare perché spesso  percepito come distante, in realtà più vicino di quanto si pensi.

L’approccio narrativo è scorrevole e mai pesante, vibrante e delicato nei passaggi più intimi ed intensi della vicenda.

Tutta la trama ruota intorno al suicidio di uno studente che il protagonista conosce appena.

Attraverso lo sguardo di Evan e quello parallelo del ragazzo suicida, i destini dei due adolescenti si specchiano e si riconoscono l’uno nell’altro: entrambi implodono, schiacciati dal forte bisogno di sentirsi visti, guardati e accettati per quello che sono, cercando ostinatamente qualcuno che gli conferisca un ruolo, una parte da interpretare nella scena della propria vita e in quella delle persone per loro importanti.

E’ in questo bisogno disperato che ciascuno si crea un personaggio, anche non congruo con il proprio sentire, che lo tragga fuori dal nulla e lo partorisca, palesandolo al mondo. Trovata la maschera da indossare si impara a recitare il copione, pur di rimanere nello sguardo di un mondo che crea e annulla i propri attori con la stessa fagocitante velocità.

Gli adulti di questo romanzo sono molto fragili: a volte risultano deludenti ma non si arrendono. Le madri, in particolare, tentano fino all’ultimo di farsi ascoltare: inarrestabile è la loro voglia di esserci e di far arrivare la propria voce e l’immenso amore che provano. Sono adulti che nonostante tutto salvano, anche quando la morte lascia insondabili sensi di colpa e l’impossibilità di riparare le relazioni spezzate.   

E’ una storia scritta a più mani, dove traspare l’urgenza dell’incontro con l’altro e, contemporaneamente, la fatica necessaria per coprire gli spazi che dall’altro ci separano.

Ci spinge a guardarci dentro, per renderci consapevoli di quanto nessuno in realtà si conosca davvero del tutto, di quanto sia importante sentirsi riconosciuti nel proprio valore di persona e quanta sofferenza porti la distanza emotiva nei confronti di chi amiamo.

“Tutti contiamo qualcosa” ci dicono i protagonisti in un azione di auto-convincimento, lo comprendono soltanto quando trovano il coraggio di affrontare il dolore, di farsi profondamente attraversare da esso. Sentirsi riconosciuti è un bisogno di tutti: per questo spesso si confonde la notorietà e la conoscenza superficiale con l’amicizia, che ha invece tutt’altro peso e ben’altro contenuto, fatto di condivisione e di vicinanza.

“Mi è toccato morire per accorgermi che prima ero vivo” troviamo tra le righe, per sottolineare che proprio il dolore ci permette di diventare persona nuova, restituendoci la capacità di rileggere i significati delle esperienze sotto una luce più onesta; per poterne fare risorse per i giorni che verranno, aprendoci a chi ci sta vicino e permettendo loro di aiutarci, imparando infine, noi per primi, a sondare i nostri vuoti e a perdonarci i nostri ingenui e inutili tentativi di apparire perfetti.

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