Recensione: “Con il Vesuvio sotto i piedi” di Marisa De Spagnolis

Cari lettori, oggi vi porto con me in un luogo antico, misterioso e pieno di fascino, alla ricerca delle nostre radici: l’antica Pompei. Seguiremo le avventure di una grande archeologa alla scoperta di un mondo perduto.

Con il Vesuvio sotto i piedi

 Marisa De Spagnolis

Editore: Ali Ribelli Edizioni
Copertina flessibile: 168 pagine

Recensione a cura di Maria Ruggieri

«L’incredibile avventura di un’archeologa all’inizio della sua carriera. “Costretta” dalle circostanze a trasferirsi da Roma a Pompei, vive all’interno degli scavi lavorando nel territorio pompeiano e rendendosi protagonista di eccezionali scoperte. “Con il Vesuvio sotto i piedi” restituisce al lettore una Pompei brulicante di vita quale doveva essere il giorno della fatidica eruzione. Ci svela aneddoti provenienti dal dietro-le-quinte degli scavi, l’emozione per una scoperta eccezionale, l’arguzia nel fronteggiare la criminalità locale; ma soprattutto ci rende la testimonianza di una donna forte, intelligente, colta e sensibile, che ha saputo sporcarsi le mani per riportare alla luce tesori a lungo sepolti.» (Jason R. Forbus)

“Con il Vesuvio sotto i piedi” è un vero e proprio saggio, in cui la protagonista racconta in prima persona la storia di come è arrivata a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia dell’archeologia italiana.

Da Roma a Pompei, seguendo l’amore per l’archeologia trasmessole sin da bambina, la seguiamo in un viaggio avventuroso nella realtà archeologica più importante d’Italia, in un mondo magico, lontano millenni, eppure così vicino.

L’autrice, con grande professionalità, racconta le sue avventure nel territorio partenopeo, alla ricerca di quello che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e le eruzioni successive, hanno celato al mondo.

La gente di Pompei, all’epoca, non sapeva che il Vesuvio fosse un vulcano e quindi la sua eruzione colse tutti di sorpresa.

Nella maggioranza si formava la convinzione che oramai gli dei non esistessero più e che quella notte sarebbe stata eterna e l’ultima del mondo.”

Così Plinio il giovane descriveva l’evento, e forse non immaginava che quell’ultimo giorno degli abitanti di Pompei, sarebbe arrivato fino a noi grazie al lavoro certosino degli archeologi con la missione di riportare alla luce quello che lapilli, cenere e lava avevano seppellito.

Dagli scavi sono emersi pezzi di vita, quotidianità interrotte all’improvviso e ne emerge la struttura di della civiltà dell’epoca.

“Strutture e reperti, grazie agli interri dell’eruzione del Vesuvio cui dovevano la loro distruzione, prendevano nuova vita e raccontavano la loro storia. Il Vesuvio era stato l’artefice della loro morte ma anche della loro rinascita.”

Nessuno può immaginare quello che si cela in uno scavo e questa archeologa/scrittrice ce ne dà un’idea chiara, suscitando curiosità, voglia di approfondire e voglia di visitare quel posto magico per vedere con i nostri occhi tanta ricchezza.

Il libro non è una narrazione tecnica ed asettica dei fatti e dei ritrovamenti di cui l’autrice è stata protagonista; al contrario, nel raccontare gli episodi con tanta minuzia di particolari, ci mette il cuore, fa sentire l’emozione che vibra e i sentimenti che l’hanno spinta a continuare e a non arrendersi davanti alle difficoltà che, in una situazione locale come quella partenopea, sono all’ordine del giorno.

L’autrice riesce a catturare l’attenzione del lettore, anche se non è un addetto ai lavori e con le sue riflessioni riesce a trasmettere le emozioni, l’amore ma anche le difficoltà e a volte la sfiducia che sono parte integrante di un lavoro delicato come quello dell’archeologo.

Racconta di come ha trovato Pompei la prima volta che ci è andata da bambina, e di come la ritrova venti anni dopo, nella sua qualità di archeologa.

“La sola vista di Pompei faceva viaggiare la mente tra il passato e il presente, tra il presente e il passato.”

Sullo sfondo di tutto emerge il Vesuvio: “la vista dell’indomito gigante suscitava sempre pensieri inquieti che contrastavano con le emozioni offerte dalla città antica, quasi un paese di favola, proiezione dei sogni e delle fantasie degli archeologi.”

L’autrice si trova così di fronte a una pagina bianca su cui scrivere una storia inedita, un luogo da indagare per la ricostruzione di un mondo costruito dagli uomini di un lontano passato, fatto di silenzi e segreti.

Assistiamo all’inizio di una serie sorprendente di scoperte eccezionali, fatte di ville rustiche, di fattorie, di tombe. E ciascun reperto è una traccia, un frammento di vita interrotta bruscamente. E suscita emozione anche nel lettore immaginare la scena di una famiglia che viene sorpresa dalla cenere a poca distanza da casa e viene ritrovata così, nell’atto di fuggire dall’eruzione.

L’autrice racconta con dovizia di particolari i ritrovamenti più importanti. Sembra di essere lì con lei mentre scava e porta alla luce tombe o resti di utensili pieni ancora del loro contenuto. Questo grazie anche alle foto che arricchiscono il libro e rendono meglio l’idea al lettore del contesto di cui si parla.

Vediamo come scavare il lapillo, alla ricerca di preziose testimonianze del passato diventa gratificante, perché anche il lapillo aveva un suo proprio linguaggio da imparare a capire.

E la passione che la guida in questo lavoro, che diventa anche una vera missione, suscita rabbia e indignazione per i gravi danni causati dall’incuria e dalla distrazione e per il mancato rispetto verso un patrimonio archeologico che tutti avrebbero dovuto difendere.

Ma una vita così piena, così dedita alla ricerca delle nostre radici,può provocare anche momenti di smarrimento.

“A che serve esplorare il passato- mi domandavao -cercare le testimonianze di uomini vissuti tanti secoli or sono, quando la società attuale sembra non voler guardare indietro, decisa a proiettarsi, senza memoria, solo nel futuro?.”

Capita anche questo a chi ama il suo lavoro e lo svolge con una grande passione fino alla fine, fino a quando l’autrice non lascia Pompei per tornare a Roma.

“Lasciavo un sito magico, mai posseduto da alcuno. Pompei, simile a un’accattivante sirena, non ha mai avuto bisogno di voce per esercitare il suo richiamo. Bellissima, altera, algida, ha sempre ricevuto, apparentemente senza curarsene, l’omaggio di quanti l’hanno ammirata, amata, desiderata.

Il nome di Pompei è legato solo a se stessa, alla sua storia così singolare, ai suoi abitanti cristallizzati in statue di gesso nel momento drammatico della morte, ai suoi segreti che gli archeologi si affannano a capire. Tutto le è dovuto per il dono che il Vesuvio le ha fatto di averla fermata nel tempo, a quel 24.8.79 d.C. costato il sacrificio di gran parte dei suoi abitanti.

Un libro che non lascia indifferenti, pieno di storia, fatti realmente accaduti narrati in modo leggero, mai pesanti, pieno di dettagli che affascinano e che ci trasporta indietro in un tempo passato.

Persino Marziale ha dedicato un epigramma a Pompei:

 “E questa fu Pompei, città / prediletta da Venere, a lei cara / più della stessa Sparta: e questa fu Ercolano, dedicata / al nome del grande Ercole. / Vedi, ora tutto è annerito, sommerso / dal fuoco e dalla cenere. Gli dei / si pentono di quello che hanno fatto.”

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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