Recensione: “Fariña. La porta europea della cocaina” di Nacho Carretero

Bentrovati a tutti, il libro che ci accingiamo a presentarvi fa parte della collana “Munizioni”, edita da Bompiani e curata e diretta da Roberto Saviano.
Si tratta di “Fariña. La porta europea della cocaina.” del giornalista investigativo Nacho Carretero.
Un libro-inchiesta di notevole spessore, che tratta un argomento spinoso senza lesinare nomi e cognomi dei personaggi coinvolti.
Proprio uno di questi, nello specifico Alfredo Bea Gondor, ex sindaco di una cittadina della Galizia, nel 2016 ha denunciato per diffamazione l’autore. Il libro è stato così momentaneamente messo al bando dall’autorità giudiziaria, ma grazie all’intervento dell’opinione pubblica nel 2018 il libro è tornato in vendita, per il piacere di tutti noi lettori.
Non fatevelo scappare!
Buona lettura.

“Potete sequestrare il libro,
non le parole.”
(tratto dalla copertina)

Fariña. La porta europea della cocaina

Nacho Carretero

Traduttore: Giuseppe Grosso
Editore: Bompiani
Collana: Munizioni
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 11 ottobre 2019
Pagine: 368 p., Brossura
EAN: 9788845296901

Recensione a cura di Pamela Mazzoni

“Coca”, “farlopa”, “perico”, “fariña”. Nella storia spagnola nessun prodotto è mai stato commercializzato con tanto successo. Negli anni ottanta e novanta infatti quasi tutta la cocaina che sbarcava in Europa faceva il suo ingresso dai porti della Galizia, che allora ha rischiato di trasformarsi in un vero e proprio narcostato. Oltre alla posizione geografica privilegiata, la Galizia aveva tutte le carte per diventare una “nuova Sicilia”: ritardo economico, una tradizione secolare di contrabbando via terra, mare e fiumi, e un atteggiamento di tolleranza ammirata verso una cultura criminale ereditata dall’epoca degli “inoffensivi” e “benevoli” boss del tabacco. I clan, potenti e intoccabili, sono cresciuti in un clima di massima impunità grazie all’inerzia – se non alla complicità – della classe politica e delle forze dell’ordine. Attraverso le testimonianze dirette di boss, piloti di aerei, pentiti, giudici, poliziotti, giornalisti e madri di tossicodipendenti, Nacho Carretero disegna con minuzia uno scenario criminale spesso sottovalutato, ma che ha annientato il tessuto sociale, economico e politico della regione spagnola, che ancora oggi paga il prezzo delle attività dei clan del narcotraffico, tutt’altro che estinti.

La Galizia, terra di misteri, di naufragi, di coste frastagliate battute dai venti, di leggende celtiche come le sue origini, di religiosità antica, con Santiago de Compostela a fare da caposaldo.

Ma anche terra quasi interamente circondata dal mare, isolata dal resto della Spagna, relegata in un ruolo marginale che ha provocato l’estrema e deprimente povertà di una società arcaica e tradizionalista volta a tramandare di padre in figlio l’attività della pesca.

E del contrabbando.

Una consuetudine dura a morire quest’ultima, alimentata anche dall’assenza o quasi della legge in tutte le sue varianti ed accettata benevolmente e con occhio di riguardo dalla popolazione.

“Il contrabbando, in definitiva, prosperava grazie alla tolleranza delle autorità politiche e della polizia. Lungi dall’essere considerati delinquenti, i contrabbandieri godevano dell’appoggio compatto della società e delle comunità locali. Quello di contrabbandiere era, anzi, un lavoro a cui molti galiziani aspiravano, tanto che chi lo diventava ne faceva motivo di vanto. A Tui, un paese tra Vigo e la frontiera portoghese, ricordano ancora la storia di una donna, moglie di un contrabbandiere, che andò ad iscrivere all’anagrafe il figlio appena nato.

L’impiegato allo sportello le fece le domande di rito; quando le chiese la professione del padre, la signora rispose senza esitare: – Contrabbandiere. -”

Nacho Carretero, con uno stile ammaliante ed una narrazione quasi romanzata ci accompagna lungo uno spaccato di storia contemporanea, svolgendo un’analisi lucida e disincantata sulle condizioni sociali alla base di determinate scelte; una riflessione sulla capacità di questi delinquenti di conquistarsi la fama di eroi popolari e sugli inconfessabili ma inconfutabili intrecci tra potere politico, potere criminale e potere economico, puntando i riflettori sugli ultimi decenni, testimoni di un’escalation inarrestabile di questo traffico illecito, evolutosi nel tempo in base alle richieste di mercato.

Ed eccoci passare dal contrabbando di medicinali, armi, metalli durante le guerre al contrabbando di sigarette degli anni ‘60 fino ad arrivare al ben più micidiale narcotraffico, che si è sviluppato negli anni ‘80.

Sono stati proprio i “signori do fume”, creando una capillare e ben organizzata rete per lo smercio del tabacco, a farsi notare per la loro solerzia dai marocchini e dai cartelli colombiani, primo tra tutti il famigerato cartello di Cali, che hanno visto nella Galizia il perfetto crocevia del narcotraffico in Europa.

“Il passaggio dei clan galiziani dalle sigarette agli stupefacenti (hashish e cocaina) avvenne in poco tempo e si svolse in maniera impeccabile: i capi della ria riuscirono a guadagnarsi la fiducia dei marocchini e dei colombiani, e gli sbarchi iniziarono a farsi sempre più numerosi.

Le vecchie bande di contrabbandieri si trasformarono definitivamente in perfette organizzazioni criminali con strutture gerarchizzate, contatti capillari e fatturati milionari.

I boss galiziani, che già avevano accumulato grandi fortune col tabacco, videro crescere esponenzialmente i loro conti correnti con la droga. Diventarono i padroni della ria e ci tennero a sbandierarlo ai quattro venti.”

Con la polizia della Guardia Civil sul libro paga e l’ammirazione incondizionata del popolo, circondati da un’aurea quasi leggendaria, i boss galiziani hanno agito indisturbati incamerando soldi facili grazie ad un’attività altamente redditizia, legando a filo doppio anche i più reticenti con donazioni ed elargizioni varie, consci che il denaro racchiude in sé il potere di lastricare strade impervie rendendole di facile scorrimento.

I vari Sito Miñanco, Manuel Charlin Gama detto il “Viejo”, Marcel Dorado, Laureano Oubiña, con la loro profonda conoscenza di ogni anfratto, ogni rias, ogni millimetro della costa galiziana, forti di   agganci giusti, scaltri e privi di qualsiasi morale, hanno costruito veri e propri imperi criminali, diventando così complici ben consapevoli del dilagare di una delle piaghe più purulente ed infette della nostra epoca.

Sicuri del loro potere, si sono mossi con sicumera, orgogliosi di ostentare tutta la loro ricchezza, tronfi del loro status di privilegiati.

E’ passato il treno, loro ci sono saliti al volo.

Peccato fosse quello sbagliato.

Hanno varcato il confine della giustizia, inoltrandosi sempre più in una zona franca, dove parlare di legalità è un vero e proprio eufemismo.

I “signori do fume” si sono trasformati in re senza corona della fariña, in un regno marcio e corrotto.

Dobbiamo dar loro atto della lungimiranza, però: questi abietti ed esecrabili traffici non sono stati eliminati ed a tutt’oggi sopravvivono, peraltro in buona salute.

Lo scappellotto all’opinione pubblica finalmente è arrivato dalle coraggiose madri dei tanti ragazzi che di quella droga sono diventati prigionieri, molti di loro poi morti; donne le cui voci, in un crescendo di intensità, si sono unite in un unico grido di disperazione e raccapriccio per quel flagello che ha colpito così duramente la loro terra.

Arrivederci alla vergognosa abitudine di voltarsi dall’altra parte ed un caloroso benvenuto alla necessità di guardare in faccia l’allarmante realtà.

“- Mamma mia, non puoi immaginarti quello che abbiamo combinato quel giorno. –

A parlare è Carmen Avendaño, portavoce e volto noto dell’associazione Érguete ( -Sollèvati – in galiziano), che esiste tuttora e che fu creata da un gruppo di madri di Vigo per lottare contro coloro che, con quasi assoluta impunità, vendevano a prezzo di saldo le sostanze che stavano uccidendo i loro figli.”

Da qui una virata improvvisa delle forze dell’ordine con retate, arresti, processi, a stringere il cerchio attorno a questi intoccabili.

Feriti, indeboliti? Si, certo.

Annientati? Assolutamente no.

Per tutti loro è stata solo una battuta d’arresto, il tempo necessario per riorganizzarsi e passare il testimone alle nuove generazioni.

In sintesi, è cambiato il sistema ma la sostanza è la stessa.

Un libro denso, forte, con gli eventi narrati, avallati da documenti e testimonianze dirette, scarnificati e privati di edulcorazioni e sensazionalismo, ma esposti invece in modo crudo, diretto.

Una denuncia implacabile su di un problema, quello della droga, che ha raggiunto livelli di preoccupante globalità.

Un racconto che sembra follia nella sua brutale veridicità e per il quale, forse, la parola fine non verrà mai scritta.

A Nacho Carretero, per averlo scritto…
A Roberto Saviano, per averlo scelto per noi…
Chapeau.

Nacho Carretero, nato a La Coruña nel 1981, è giornalista investigativo per El País. Ha scritto reportage sul genocidio in Ruanda, sull’epidemia di ebola in Africa, sulla Siria ma anche sull’amatissimo Deportivo La Coruña. Nel 2019 viene pubblicato da Bompiani Fariña. La porta europea della cocaina.

Materiale fornito dalla casa editrice

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