Recensione: “Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa “

Mixed race teenage girl standing in remote desert

Buongiorno amici lettori,
quante volte vi capita di domandarvi in che mondo viviamo ed essere amareggiati dalla realtà che vi circonda? Se vi capita spesso direi che oggi abbiamo il libro che fa al caso vostro, Frammenti di fuoco nel deserto del sud Europa di Filippo Violi, la sua lettura sarà in grado di rendere meno incompresa e solitaria la rabbia che vi anima dinanzi alle brutture del mondo.

Frammenti di fuoco. Nel deserto del sud Europa

Filippo Violi

Editore: Pav Edizioni
Collana: Tante storie
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 17 giugno 2019
Pagine: 340 p., Brossura
EAN: 9788899792800

Recensione a cura di Rosa Zenone

Un intreccio di storie vere, di personaggi reali che si muovono su un piano sequenza inclinato, in quel limite estremo della vita che porta in grembo fenomeni sociali quali veleni, fabbrica, tumori, immigrazione, usura, caporalato e prostituzione.

Siamo nel profondo sud Italia, precisamente nella città di Crotone e nei suoi dintorni. La città calabrese è tratteggiata in modo preciso, nomi delle strade, di locali ecc. sono indicati con precisione e totale aderenza alla realtà. Ma Crotone non funge da mera scenografia, ma da centro nevralgico del libro: tutto ciò che è narrato è completamente in interazione con il posto.

“(…) la gente chiude bottega e scappa, emigra. Il deserto nel Sud-Europa avanza, indisturbato. Restano solo cumuli di macerie a cielo aperto, veleni e lutti per esalazioni, miseria e precariato a vita. Un costo immane, amaro e salato da pagare, lasciato in dote al popolo pitagorico.”

Il libro risulta essere un’opera di denuncia di ciò che avviene nella città e sui suoi problemi, ponendo l’accento sull’indifferenza verso il prossimo che vi domina. In realtà per ogni lettore, qualunque sia la sua provenienza, non sarà difficile ravvisarvi eventi vicini anche a sé.

 “Si cercherà di mostrare tutto lo spazio della dispersione, dove opera e lascia scarti il genere umano. Alla storia come continuum narrativo-documentario si opporrà una “storia generale” che problematizza gli scarti, le fratture, i diversi tipi di relazione esistenti, le discontinuità infinitesimali. Si cercherà così di far emergere la storia dei vinti, la storia di verità altrimenti sottaciute, nascoste, col nobile intento di creare un sapere storico di lotta. È proprio in questa direzione che si colloca il frammento, un elemento di rottura contro la linearità totalitaria della storia, che privilegia in forma assoluta il racconto dal lato esclusivo del vincitore. L’intento dell’autore è quello di raccontare piccole storie locali, racchiuse in frammenti di vite umane, verità sconsiderate, sottaciute, magari per molti prive d’interesse e valore. Istinti profondi di vita che percorrendo i sentieri dell’esistenza interagiscono, rilevando il marciume che vigila a cielo aperto sul pianeta terra.”

Filippo Violi ha creato una raccolta di frammenti di esistenze comuni cogliendone tutto il disagio in una società consumistica, insensibile ed egoistica. Come chiarisce più volte nel testo, il suo obiettivo è quello di fornire storie locali individuali di vinti, a dispetto della storia generale concentrata interamente sul vincitore. L’autore pone la propria lente dunque su quelle esistenze che solitamente passano inosservate, su individui che il più delle volte sono abbandonati a se stessi e alle proprie miserie senza alcun riguardo. Il suo sguardo si posa in basso, sugli ultimi.

Per raccontarne le vicende viene utilizzata un’affascinante struttura narrativa, i vari frammenti non solo sembrano essere disposti come scatole cinesi incastrandosi l’uno dentro l’altro, ma anche ad anello, poiché l’apertura si va a connettere alla chiusura.

La prima conoscenza che abbiamo modo di fare è Leone, un anziano comandante dei vigili del fuoco in pensione, purtroppo affetto da un cancro.

“Tutti conoscevano l’ex comandante dei vigili del fuoco e gran parte non poteva fare a meno di fermarsi, durante il tragitto, per salutarlo. Gli unici che dimenticavano con facilità estrema, la sua ormai fiacca presenza, erano gli uomini vestiti con abiti di ordinanza e potere. (…) Ora col suo sguardo profondo sentenzia con velo di ironia che non è più così: l’uomo pensionato divenuto “vecchio” perde di valore e di interesse nell’opulenta società.”

Leone, nonostante ricoprisse un ruolo di tutto rispetto, ormai si trova a fare i conti con la vecchiaia che lo colloca tra i “pesi morti” della società. L’incontro col suddetto avviene durante la sua permanenza in ospedale in compagnia del figlio, il signor Pellitto. Tale situazione diviene l’occasione per soffermarsi su quello che è attualmente il funzionamento della sanità, il quadro che ne fuoriesce non è per niente rassicurante.

Un tema che ricopre ampio spazio è sicuramente quello dell’immigrazione, affrontato tramite la figura di Anuar, un libico che affronta il mare per ritrovarsi in un nuovo paese privo non solo dei propri averi, ma anche della propria famiglia che non vi è giunta.

“Lui non aveva modo di dirlo a nessuno, ma la mortificazione che subiva era scritta nel suo sguardo, basso e abbandonato. Le ingiurie infatti non mancavano. Alcuni abitanti del luogo, dopo aver ricevuto richiesta di offerta, inveivano a malo modo, intimandolo a ritornare al suo paese. Un’intera comunità che si sentiva invasa dagli immigrati e trovava l’occasione per giustificare e spiegare così tutti i mali di quella terra: disoccupazione, degrado sociale, ambientale, miseria…”

La situazione di Anuar è aggravata dall’indifferenza, dalla xenofobia e dalla mancanza di umanità che lo circondano. Non disposto a piegarsi ai soprusi riceve un decreto di espulsione, sarà costretto a fuggire in campagna lontano da Ornella, una donna capace di far battere nuovamente il suo cuore e con un’esistenza altrettanto difficile alle spalle. Il trasferimento di Anuar apre uno scorcio sul marchesato crotonese, evidenziando la serenità che concede una vita semplice a contatto con la natura. Inoltre anche la popolazione sembra essere più accogliente, tra tutti spiccano le figure affascinanti del diacono Oreste e del parroco Jesus, punti di luce in mezzo alle tenebre. Ambedue faranno breccia nel lettore per i buoni sentimenti di cui sono portatori. Il marchesato però non è privo di sfumature buie quale il caporalato e lo sfruttamento della manodopera immigrata nei campi, che rappresentano altri punti chiave che passano al vaglio critico dell’autore.

Tra i personaggi di spicco non troviamo solo le fasce più deboli, ma anche quelle più forti, quelle responsabili dei mali che attanagliano la terra crotonese. Sono delineate figure della politica locale e con massima minuziosità viene tracciato il meccanismo insano e depauperante che mettono in atto. Uomini assorbiti dal proprio utile, senza alcun interesse verso i propri concittadini e l’alto numero di tumori che li sta decimando.

“«Sono stato per anni parroco in una diocesi di Crotone e conosco i mali e le sofferenze di quella comunità. Ho visto morire molta gente, pure in età ancora giovane, per i danni ambientali cagionati a quella terra. Il marcio, lo scarto divenuto veleno, lo hanno sotterrato e fatto inghiottire dalle acque, lo hanno nascosto sotto terra e poi tutti in chiesa a confessarsi per i peccati, mentre si attentava la vita di milioni di esseri. Figliolo questo di certo non è disegno di Dio ma opera di malvagi, di cuori pavidi dedicati a Satana.»”

Tutti i personaggi sono descritti in modo accurato e dettagliato, nell’aspetto come nel carattere e nelle azioni. Una caratteristica particolare del libro è l’uso frequente del discorso diretto, molte scene sono incentrate sui dialoghi, utilizzati non solo quale esposizione dei pensieri del personaggio ma anche per narrare ciò che li circonda. Tutti i personaggi appaiono essi stessi narratori, seppure in realtà il narratore è extradiegetico. Quest’ultimo, coincidente con l’autore, non si astiene dal commentare e dall’evidenziare i propri scopi, facendosi portatore di un intento morale ed educatore.

“Al mondo d’oggi non si dovrebbe lasciare nulla al caso. E anche la letteratura è giusto che faccia la sua parte”

Il narratore, così come i protagonisti, non di rado menziona classici della letteratura per confronti con il presente, un tratto che risulta estremamente piacevole.

La prosa di Violi è molto ricca e non si risparmia mai, ciò assicura dei connotati caratteristici che le permettono di distinguersi. Forse talvolta potrebbe risultare carica, ma tale circostanza in realtà fa trapelare veemente rabbia e la necessità ineludibile di parlare tanto più a lungo di determinate tematiche nel tentativo di sensibilizzare il lettore. In ogni caso è estremamente limpida e raggiunge la massima forza nelle descrizioni dei personaggi e dei posti.

Il libro ha il grande e coraggioso merito di cogliere la realtà così com’è, senza edulcorazioni. La realtà viene scandagliata nei suoi risvolti più bui, non vi è alcuna dolce rassicurazione ma il monito di non accettare tale impostazione e non rinunciare mai alla propria umanità, quale unico caposaldo di salvezza.

Filippo Violi

Filippo Violi è nato a Crotone nel 1970, dove tuttora risiede. Laureato in Scienze politiche presso l’Ateneo di Bologna con una tesi su Michel Foucault, dal 2000 è funzionario pubblico presso l’Ente Provincia di Crotone. È autore di diversi scritti e articoli su giornali locali. Per Imprimatur ha pubblicato nel 2014 ‘Cronache da un campo di battaglia‘.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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