Recensione: “Gina. Diario di un addio” di Marco Aime

Gina. Diario di un addio

Marco Aime

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Anno edizione: 2019

Pagine: 90 p., Brossura

EAN: 9788833311548

Recensione a cura di Chiara Mearelli

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Gina è madre e nonna, è stata moglie, figlia e sorella; adesso ha ottant’anni, la sua storia è quella di una vita tra sacrifici e lavoro, la famiglia, la casa. Un giorno telefona a uno dei suoi figli e gli dice di essere in un posto dove invece non è, in una casa che non riconosce, e che invece è proprio casa sua. Per Gina ha inizio un’altra storia che lei non sarà mai in grado di raccontare e di cui non rimarrà traccia tra le foto di famiglia. I capitoli di questa storia sono quelli noti ai parenti delle persone colpite da demenza senile, impietosamente registrati dai referti medici e indagati dalle pubblicazioni scientifiche: resoconti di una progressiva sparizione, come se la malattia prendesse il posto della persona, divorandola. E invece no, la persona non sparisce: nel racconto di Marco Aime, Gina – sua madre – è presente più che mai, non è l’ombra o la nostalgia di quella che era, e la sua nuova storia può e merita di essere raccontata. Aime lo fa per Gina, per sé, per noi, con uno sguardo che osserva senza giudicare, un’attitudine vicina alla contemplazione e quindi a una più alta dimensione di consapevolezza, con il rispetto, la pietas antica e nello stesso tempo modernissima dell’accettazione.

“Qualcosa ti si incrina dentro, quando vedi una persona che ti è vicina, che conosci da una vita, che ti ha cresciuto, educato, perduta a sé stessa. Quel volto e quel corpo non corrispondono più a tua madre. L’involucro e il nome restano di quella persona. È il sentimento che ti lega. Ormai non so più se è nostra madre, mi dice Valter. Ormai no.

Senti che qualcosa ti viene a mancare, a te come a lei. A lei sfugge il senso delle cose, a te quello della persona che hai di fronte. Sbiadisce, come un tessuto al sole, come quel canto di cuculo, che ora si tace e lascia vuoto il caldo dell’autunno.”

Preparatevi ad una storia struggente, preparatevi alla cronaca di un addio. Quello di un figlio a una mamma, ma anche di una donna a se stessa.

Gina ha ottantacinque anni e in qualche ingranaggio della sua mente i meccanismi si sono inceppati. Tempo, spazio, volti non hanno più una coerenza, il filo che li unisce si è aggrovigliato. Smarrita in un presente che non riconosce, Gina girovaga sulle tracce di riferimenti persi costellando questo mondo capovolto di persone e fatti reali o mai esistiti, cercando di dare una coerenza a ciò che vede e sente, ma perdendo la battaglia inesorabilmente.

“Come la sabbia del bagnasciuga, che le onde impregnano, gonfiano, fanno pesante, per poi abbandonarla in un istante, lasciandole un vuoto ricordo di acqua e sale. Ha memoria corta quella sabbia, e all’onda successiva ritorna a sperare, felice del suo essere un pezzo di mare. Così sono i suoi giorni, accarezzati e a volte strapazzati dalle onde di ricordi inquinati, di un mare torbido che porta a riva memorie vere e false e le ingarbuglia nel suo ventre tortuoso.”

Lo stile linguistico è impeccabile. La scrittura, mai artificiosa, è ricercata e la resa accuratissima. In questo breve romanzo, in cui un’intera vita si fa confusa, diventa “un pasticcio”, mentre il labirinto della mente sovverte i legami, i ricordi, il senso del tempo, qualcosa resta, cristallino e  non corrotto: il sentimento del figlio per quella figura che ha perso tutto, ma non l’essere sua madre.

“Quanta gioia può dare un semplice sorriso in quell’intrico di rughe, in quel volto eroso dagli anni, dalla confusione e dal malumore costante. Non è mai stata allegra Gina. Non lo è ora. Ma quando entri in quel salone, dove sono tutti seduti in cerchio e lei ti vede, quel sorriso ti stringe il cuore. Ti ha riconosciuto. E non importa se sei suo figlio, suo fratello o suo marito, ti ha riconosciuto, ha letto in te qualcosa che la lega al passato. Quel sorriso cancella ogni tristezza, ogni rimpianto, è viva e seppure per un istante è contenta di riconoscere qualcuno. È di nuovo Gina, è una madre, una sorella, una che ha vissuto e che della vita ricorda dei volti che le sono cari.”

Marco Aime ci offre una testimonianza di estremo dramma e poesia, presentandola nelle vesti di scrittore, ma soprattutto di figlio: con la semplicità con cui si esprimono le verità importanti, toccando i sentimenti più profondi e facendocene delicatamente dono.

MARCO AIME

Marco Aime è attualmente ricercatore di Antropologia Culturale presso l’Università di Genova. Ha condotto ricerche in Benin, Burkina Faso e Mali, oltre che sulle Alpi.Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato vari testi antropologici sui paesi visitati: Chalancho, ome, masche, sabaque. Credenze e civiltà provenzale in valle Grana (Centre de Minouranço Prouvençal, Coumboscuro, 1992); Il mercato e la collina. Il sistema politico dei Tangba (Taneka) del Benin settentrionale. Passato e presente (Il Segnalibro, 1997); Le radici nella sabbia (EDT, 1999); Diario dogon (Bollati Boringhieri, 2000); Sapersi muovere. Pastori transumanti di Roaschia in collaborazione con S. Allovio e P.P. Viazzo (Meltemi, 2001); La casa di nessuno. Mercati in Africa occidentale (Bollati Boringhieri, 2002); Eccessi di culture (Einaudi, 2001); L’incontro mancato (Bollati Boringhieri, 2005); Gli specchi di Gulliver (Bollati Boringhieri, 2006); Il primo libro di antropologia (Einaudi, 2008); La macchia della razza (Ponte alle Grazie, 2009); Una bella differenza (Einaudi, 2009). È autore anche di alcune opere di narrativa: Taxi brousse (1997), Fiabe nei barattoli. Nuovi stili di vita spiegati ai bambini(1999), Le nuvole dell’Atakora (2002), Sensi di viaggio (2005), Gli stranieri portano fortuna (2007), Il lato selvatico del tempo (2008). Fra gli altri suoi titoli si ricordano: Gli uccelli della solitudine (2010), L’altro e l’altrove (2012), Tra i castagni dell’Appennino (2014), Je so’ pazzo. Pop e dialetto nella canzone d’autore italiana da Jannacci a Pino Daniele (2014), La fatica di diventare grandi (2014), Senza sponda. Perché l’Italia non è più una terra d’accoglienza (2015), Invecchiano solo gli altri (Einaudi, 2017).

Materiale a nostra cura

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