Recensione: “I dimenticati” di Roberto Bolognesi

I dimenticati

Roberto Bolognesi

Editore: Youcanprint

Anno edizione: 2019

In commercio dal: 8 aprile 2019

Pagine: 108 p.

EAN: 9788831614306

Recensione a cura di Chiara Mearelli

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“Mamma! Mamma! Dove sei? Non lasciarmi con loro!”. È il grido disperato del piccolo Ginetto, mentre due uomini lo trascinano in macchina. Ha dodici anni e non rivedrà più sua madre. Casa sua sarà una stanza in un manicomio toscano, in mezzo ai folli e agli abbandonati. Per trent’anni sarà anche lui uno di loro, finché un bel giorno uscirà a cercare la mamma che lo aveva rifiutato. Anche Ottavia è una ragazza che passerà decenni fra le mura di un istituto che non ha nulla di umano, niente che possa curare i veri malati. Rinchiusa perché la famiglia non la voleva. E Alberto che verrà trascinato verso lo stesso destino con l’inganno, condannato a perdere lentamente la ragione. Le loro sofferenze hanno lasciato traccia nelle lettere che queste persone scrivevano. Vi sono rimasti impressi i loro pensieri, le loro paure, i tentativi di cercare un contatto con le famiglie senza sapere che nessuno le avrebbe mai lette. Ciò che ne risulta è un resoconto toccante e tragico, un vero monito contro la violenza sugli esseri umani.

“I dimenticati” è un libro breve. Non richiede molto tempo. Non occupa molto spazio. Come le vite dei suoi protagonisti, perdute nel 1948 nei corridoi di un istituto e ritrovate a brandelli dopo trent’anni, all’alba della Legge Basaglia.

Ottavia Donati, Ginetto e l’insegnante Alberto Marrandi. Sono loro i portavoce di un esercito di persone accantonate nei lunghi padiglioni delle strutture di internamento psichiatrico:  “I dimenticati” non è un titolo casuale, è la precisa scelta che la società compiva verso coloro che risultavano “scomodi”. Allontanarli. Rinchiuderli. Ridurli all’inazione. E, quanto più possibile, scordarsene.

Diventare ospiti del manicomio, in un non lontano passato, era piuttosto semplice. Normale era la condotta che non creava fastidio o disturbo. Pazzo era chiunque se ne distaccasse. Anche i bambini che si dimostravano troppo irrequieti, o che semplicemente si faticava a mantenere ed allevare; gli uomini scomodi; le donne che non rispondevano al canone sociale della sottomissione e dell’obbedienza e che davano “pubblico scandalo”.

Roberto Bolognesi ce li propone tutti e tre, questi esempi di devianza da curare. Lo fa attraverso le loro parole, raccolte in lettere sempre meno accorate e incredule e sempre più arrese e per questo ancora più sferzanti per il lettore.

“Erano seduti a tavolino, lui la mamma e Ninuccio. Che serietà. Ho pensato subito a una disgrazia e non ho aperto bocca. Poi l’annuncio che avrei dovuto curarmi per il mio stato “agitato” ed “incontrollabile”. Esistono

cure all’avanguardia, basterà veramente poco per riacquistare la calma e una vita serena. Parole di un esperto. Li ho guardati bene. La faccia della mamma, così composta e seria da non riconoscerla. Faceva di sì

col capo ad ogni parola del ‘noioso’, nascondendo dietro due occhi dolci l’odio per le preoccupazioni che, secondo loro, avevo dato alla famiglia. Mio fratello fissava il tavolo, giocherellando con un posacenere. Non

scorderò mai quel silenzio. Mi ha ucciso, quel silenzio. Mi hanno ucciso con gli sguardi.”

Tutti e tre cercano di capire che cosa possano aver commesso di tanto terribile per meritarsi un simile trattamento e, attraverso le loro lettere inascoltate, cercano un contatto con coloro che li dovrebbero amare e proteggere. Tutti e tre cercano di convincere il mondo che si è trattato sicuramente di un errore, senza riuscirci: nessuna di quelle missive trova una risposta. L’impotenza degli scriventi è la più grande condanna a carico dei destinatari e ne sentiamo tutto il peso. Come avvertiamo prepotentemente la tenerezza per il ritorno alla libertà dei nostri protagonisti, una libertà che sono del tutto impreparati a gestire, perché negata per troppo tempo. E li vediamo nuovamente inermi, comunque separati dal mondo dei “normali”, anche se non più da quattro mura e dalle sbarre.

“È freddo. Ora so che il cielo è come l’acqua. Tanti ne hanno paura. Temono di non respirare, esattamente

come me. Infatti non sento l’aria. Finalmente. Non sento la vita, non ho più sentito la vita. Chiudo gli occhi. Forse ora vedrò qualcosa che non ho mai visto. Con l’acqua in bocca, bisogna saltare gli ostacoli dell’esistenza. Lo chiamano annegare. Invece è vivere.”

L’autore ci offre una fotografia impietosa, perché estremamente vivida e vera, di uno dei capitoli più bui della nostra storia recente. Lo fa con la sensibilità di chi lascia che siano i propri protagonisti a parlare, senza interferenze, perché ci spieghino cosa possa significare abbandonare la propria dimensione umana così come si fa con i vestiti, sostituiti da pigiami a righe pregni dell’odore di muffa e di altre persone. Essere sottratti alla vita per arrivare alla semplice sopravvivenza e diventare delle marionette a comando: e laddove l’alienazione dei trattamenti farmacologici non fosse sufficiente a spegnere ogni scintilla di individualità, ricorrere alla contenzione, o all’elettroshock. Prendere coscienza della condanna a un’abissale solitudine, resa possibile in primis dalle proprie famiglie. Un libro non da leggere, ma da ascoltare. Perché la voce di quelle persone possa finalmente arrivare alle nostre orecchie, ma soprattutto al nostro cuore. E per poter ricordare, attraverso la profonda semplicità delle loro parole, tutti quelli che per troppo tempo sono stati “i dimenticati”. E restituire tutta la dignità della vita che è stata loro rubata.

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