Recensione: “Il bibliotecario di Auschwitz” di Andrea Frediani

Cari lettori, oggi rivivremo una delle esperienze più dolorose che la storia ricordi, accadimenti che devono essere raccontati per non essere dimenticati e che ogni volta suscitano non possono non suscitare forti emozioni e un pathos del tutto particolare.

Il bibliotecario di Auschwitz

 Andrea Frediani

Editore: Newton Compton Editori
Collana: Nuova narrativa Newton
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 28 maggio 2020
Pagine: 320 p., Rilegato
EAN: 9788822736536

Recensione a cura di Maria Ruggieri

1944. Il professore ebreo Isaia Maylaender, tornato in Ungheria da Fiume per stare vicino agli anziani genitori, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato: finisce con loro ad Auschwitz-Birkenau. Maylaender è un uomo brillante, abituato agli agi, e la spietata vita nel lager lo consuma. Pur di vivere con minor disagio, accetta l’offerta di un ufficiale delle SS, Hillgruber, che vorrebbe mettere a frutto i libri requisiti nel ghetto di Cracovia e creare una biblioteca per offrire ai soldati nazisti distrazioni più elevate del gioco e del bordello. Il professore prende il compito molto seriamente: spera infatti che i libri possano rendere le SS più umane. Hillgruber, intanto, gli assegna altri due incarichi: fare da precettore al figlio e redigere le sue memorie di guerra, compito che si rivelerà molto più pericoloso di quanto Maylaender avrebbe mai potuto immaginare… Ignaro dell’avanzata inesorabile dei sovietici, ormai sempre più prossimi ad Auschwitz, il professore dovrà prestare attenzione alle numerose insidie che si celano dietro ognuno dei suoi incarichi, stretto nella morsa dell’inferno del lager.

Il protagonista di questo libro crudo e struggente al tempo stesso è un professore universitario di storia, ebreo di origini ungheresi, Isaia Maylaender, che si ritrova a vivere un’esperienza che va al di là di ogni immaginazione e racconta di questa “guerra subita” che ha vissuto.

“Guerra subita, non guerra al fronte: lì, almeno, ogni uomo ha un’arma con cui può provare a difendersi. Ma in un campo di sterminio non ci sono armi, se non l’intelletto e la mancanza di scrupoli, spesso insufficienti contro lia convinzione del tuo nemico che tu non sei nulla, e che può far scomparire ogni traccia di te con un semplice desiderio…”

All’improvviso e senza quasi rendersene conto, si ritrova catapultato ad Auschwitz-Birkenau: “l’Inferno reale. Non quello immaginario creato dall’Alighieri, dalla Chiesa cristiana, talvolta edificante, perfino epico, addirittura rassicurante, per quella sua tendenza a stabilire un fato preordinato in relazione al peccato commesso. No, l’inferno nel quale sono finito io, insieme a milioni di altri, non ha alcuna relazione di causa effetto. Alla pena non corrisponde necessariamente un reato. Non c’è giustezza, non c’è giustizia, c’è solo il caso. Puoi finirci a soffrire e morire solo perché sei nato o sei finito dalla parte sbagliata dell’universo.”

Questo romanzo è la storia fedele e dettagliata della sua sopravvivenza nel lager di sterminio nazista, una cronistoria dei fatti accaduti e dei sentimenti provati del suo ultimo giorno di vita da uomo “quasi” libero, quando è partito insieme ai suoi anziani genitori, senza sapere dove sarebbero stati portati e quale destino li avrebbe attesi all’arrivo.

E quel destino va ben oltre ogni più terribile aspettativa perché gli ebrei vengono trattati brutalmente e le SS, nella convinzione di avere a che fare con dei parassiti della società, si comportano di conseguenza. Infatti, “Hitler continua a perseguire ostinatamente la sua politica, come se la guerra dovesse durare in eterno: non teme il giudizio della Storia, né quello dei futuri vincitori, e neppure le conseguenze che ricadranno sul suo Paese. I suoi discorsi e le azioni che ha promosso non sono improntati solo alla volontà di potenza, ma anche all’odio e alla superiorità razziale.”

Dopo 3 settimane di quarantena nel lager, il professore ha imparato tutto quello che c’è da sapere per sopravvivere; quello che vede lo disgusta, è in lotta con se stesso, ma “sceglie di attendere per vedere quante probabilità di vivere avrebbe avuto obbedendo ai nazisti.”

Però non è sicuro di voler sopravvivere, perché per sopravvivere bisogna scendere a compromessi con la propria dignità, con la propria coscienza, con il proprio essere.

“Proprio quest’abitudine alla morte che sto sviluppando mi ripugna quanto l’esistenza che devo condurre. Vorrei poter morire, prima di giungere a contemplare un cadavere con indifferenza. La sola cosa che mi tiene in vita è la curiosità. La voglia di sapere cosa c’è al di là della quarantena. E di conoscere la sorte dei miei genitori, anche se mi sento autorizzato a fare le previsioni più fosche, al riguardo.”

L’autore, con grande maestria e in modo fedele alla realtà, traccia una descrizione dei luoghi, delle persone, dei protagonisti di questa immane tragedia e al lettore sembra di essere lì con loro a soffrire, a respirare quell’aria aspra che brucia le narici, a vedere quel cielo grigio a causa dei fumi perenni, a provare quei sentimenti di angoscia, di ansia e di terrore che chi non ha vissuto quei fatti non può neanche lontanamente immaginare.

Il lettore ha la netta sensazione di essere ad Auschwitz con gli ebrei deportati, fa il viaggio con loro, urla, si dispera, piange… prova tutti gli stati d’animo che si alternano nell’intimo del professore e degli sventurati che sono con lui, li vive come se fossero propri.

Isaia affronta gli avvenimenti non passivamente, ma con quel senso critico che è insito in lui; non riesce a dormire perché è combattuto tra la sua ragione che gli dice che non può vivere dove le persone vengono trattate come bestie e il suo istinto che gli dice che, invece, deve lottare per vivere, per raccontare, per essere testimone fedele delle atrocità che vede commettere intorno a sè.

Ma in un luogo dove per gli uomini la vita e la morte di altri esseri viventi non contano nulla, la differenza la può fare anche un dettaglio, anche il guardare le cose da altre angolazioni.

Il professore decide che deve avere uno scopo, che la sua permanenza nel lager non deve essere inutile ma deve servire alla Storia.

Fra i deportati riconosce il suo amico Bergamo, che lo aiuta permettendogli di vivere in modo meno disagevole e gli offre anche uno scopo:

“Siamo studiosi di storia, e chi meglio di noi è in grado di descrivere questo processo di sterminio? La guerra presto finirà, è inevitabile: e dopo qualcuno dovrà raccontare queste atrocità perché non si verifichino di nuovo. … un crimine quando rimane impunito finisce per perpetuarsi: ma non se lo denunceremo, se spiegheremo a cosa può portare l’odio razziale unito alle potenzialità dell’industria moderna.”

Non fa nulla se ora fa parte del Sonderkommando, dove, insieme agli altri deportati, deve “spostare e bruciare i cadaveri, come tanti Caronte che trasportano nell’Ade anime senza colpa”.

Farne parte può allungargli la vita, anche se di poco. Il prezzo, però, è sempre quello: il conto da pagare alla sua coscienza, i sensi di colpa, i conflitti tra cuore e ragione che lo dilaniano.

“E’ davvero così facile, per gli esseri umani, rinunciare alla dignità, ai propri valori, alla propria morale, per salvaguardare la propria vita? La paura di degradarsi dovrebbe essere superiore a quella di morire, eppure non è così. … Bergamo mi direbbe che devo pensare a salvarmi, per poter raccontare che i nazisti ci hanno costretti a mostruosità come queste. Io non posso fare la differenza per queste persone, ma posso farla per me e per il mondo che verrà ricostruito dopo la guerra.”

E così, anche in quel luogo infernale, Isaia riesce a trovare la sua missione: può alleviare le sofferenze delle persone concedendo loro un po’ di conforto.

“La speranza non è un’illusione, nelle loro condizioni, ma un aiuto concreto, perché consente di vivere meglio quel poco che resta da campare.”

La lotta per la sopravvivenza è ai massimi livelli e ora che ha deciso che deve vivere per raccontare, il professore asseconda gli eventi che gli capitano e cambia come mai avrebbe pensato potesse succedergli.

“L’istinto di sopravvivenza può essere la più grande minaccia: proprio come l’amore – e d’altra parte cos’è la voglia di vivere, se non l’amore per noi stessi –  può indurci alle trasformazioni più impensabili.”

E presto la sua trasformazione, almeno esteriore, ha luogo. Infatti, grazie alla sua audacia nel presentarsi ai superiori, si ritrova sotto le dirette dipendenze dell’ Hauptsturmfuhrer Hillgruber, che intende creare una biblioteca con i libri sequestrati nel ghetto di Cracovia per fornire, con la lettura, una cultura e un diversivo ai soldati.

Così Isaia conosce e si confronta con quest’uomo misterioso e colto, che sembra l’unico più civile e umano tra i suoi simili nel lager, seppur con i grandi limiti dovuti ad una formazione di partito, e conquista la sua stima e la sua fiducia, tanto da diventare il precettore del figlio.

Crea dal nulla una biblioteca, e la speranza che lo supporta nell’immane lavoro è quella che i soldati si umanizzino e si elevino attraverso la lettura.

“Eccolo, forse, un modo per salvare vite umane: rendere i tedeschi più umani, costringerli a porsi delle domande, abbandonando la visione dogmatica che i loro governanti gli hanno trasmesso, e provocare in loro almeno una piccola crisi di coscienza, di fronte allo sterminio di innocenti e inermi.”

E incredibilmente, nonostante alcuni capi delle SS remino contro, Isaia e Hillgruber riescono nel loro intento di portare i soldati alla lettura. Come gli diceva un suo vecchio amico libraio, non bisogna “dare mai per scontato che la gente sia immune al fascino di una bella frase. O di una bella storia. Basta trovare quella giusta per ciascun essere umano: da qualche parte, in qualche libro, esiste una frase, un concetto, una vicenda narrata, in grado di toccare perfino il bruto peggiore di questa terra.”

Questo però, è solo l’inizio per il professore, perché il suo scopo reale è quello di scrivere un diario, “una cronaca fedele della sua esistenza ad Auschwitz che, pero, avrà più forza di qualsiasi resoconto o romanzo possa scrivere a mente fresca scrive mentre osservo la più spietata opera di  annichilimento che esseri umani abbiano compiuto ai danni di altri esseri umani”.

Nel romanzo vengono tratteggiati gli aspetti più intimi dell’animo umano, i più reconditi pensieri e segreti vengono svelati e ogni pagina è una rivelazione, tanto che il lettore è letteralmente catturato dalla lettura e non può smettere.

L’autore ha avuto la capacità di trattare un argomento particolarmente crudo e che non lascia indifferenti con uno stile lineare e pulito e con un linguaggio che rende perfettamente l’idea delle emozioni che vuole trasmettere, tanto da lasciare un nodo in gola in più di un passaggio.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

Libri di Andrea Frediani

Andrea Frediani

Consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato, tra gli altri, i saggi “Le grandi battaglie di Roma antica”; “I grandi generali di Roma antica”; I” grandi condottieri che hanno cambiato la storia”; “Le grandi battaglie di Alessandro Magno”; “L’ultima battaglia dell’impero romano” e “Le grandi battaglie tra Greci e Romani. Ha scritto inoltre i libri 101 segreti che hanno fatto grande l’impero romano e 101 battaglie che hanno fatto l’Italia unita, e i romanzi storici 300 guerrieri”; “Jerusalem”; “Un eroe per l’impero romano”; la trilogia “Dictator” (“L’ombra di Cesare”, “Il nemico di Cesare” e “Il trionfo di Cesare”, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011), “Marathon”; “La dinastia” e “Il tiranno di Roma. Gli Invincibili – Alla conquista del potere” è il primo volume di una quadrilogia dedicata al futuro imperatore Augusto. Le sue opere sono state tradotte in cinque lingue.
Il suo sito è www.andreafrediani.it.

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