Recensione: “Il castello invisibile” di Mizuki Tsujimura

Amici lettori, oggi vi parlerò del romanzo Il Castello Invisibile di Mizuki Tsujimura, una lettura che abbraccia la tematica della fragilità dell’io e della schiacciante ombra del bullismo. Una storia in cui mi sono spesso rivista e di grande attualità, rivisitata e arricchita da un’irresistibile nota magica!

Il castello invisibile

Mizuki Tsujimura

Traduttore:
Bruno Forzan
Editore: DeA Planeta Libri
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 16 aprile 2019
Pagine: 462 p., Rilegato
EAN: 9788851168216
Età di lettura: Young Adult

Recensione a cura di Elisa Mazza

A tredici anni Kokoro trascorre le giornate nella sua stanza, affidando al brusio della televisione il compito di attutire i pensieri e i rumori della vita di fuori. Da quando le cose a scuola si sono fatte troppo difficili, e cosi che ha deciso di rispondere al disagio e al dolore. Scomparendo. Fino al giorno in cui una luce improvvisa dentro lo specchio la rapisce per trascinarla altrove: in un castello abitato da una strana Bambina e da sei ragazzi che come lei hanno smarrito qualcosa. L’innocenza dei sogni. Le istruzioni per vivere. Il coraggio che serve per accettare se stessi. Solo raccogliendo la sfida che la Bambina dalla faccia di lupo propone loro, Kokoro e gli altri potranno scoprire che cosa li ha portati fin lì. E ritrovare ognuno a suo modo la strada del mondo. Fenomeno editoriale da oltre mezzo milione di copie vendute in Giappone, «Il castello invisibile» è un romanzo per tutti, toccante, avventuroso e incantevole. Che mescola realismo e magia per raccontare cosa vuol dire diventare grandi nel mondo di oggi.

“Per te ogni giorno è una battaglia, vero?”

Questo libro mi ha stregata. L’ho iniziato con curiosità, ho scorso le sue pagine con bramosia e sono arrivata al finale praticamente spiazzata e in lacrime. Dal sapore fiabesco ma con insegnamenti profondamente sensibili, richiama il talento di Miyazaki e le sue insolite, meravigliose animazioni di cui sono chiaramente un’appassionata.  Il romanzo apre una finestra alla storia di Kokoro (traduzione dal giapponese della parola Cuore, Anima) una ragazzina insicura e introversa che non vuole più avere a che fare con la sua classe: un giorno viene risucchiata dal suo specchio e portata ad un Castello, dove conosce altri sei ragazzini e ragazzine che come lei hanno i loro “demoni” da nascondere. Qui vengono convinti da una strana bambinetta con una maschera kabuki a forma di Lupo, ad affrontare una sfida che li premierà con un unico desiderio; ma ci sono regole ben precise che se non verranno rispettate porteranno conseguenze terribili, cioè venir mangiati dal Lupo. La lettura rimbalza tra fantasia e realtà con naturalezza e semplicità, dove la morbidezza del luogo fatato sfuma parzialmente la crudele motivazione della presenza dei ragazzini all’interno del Castello.

“Anche il tempo trascorso al castello faceva senza dubbio parte della loro vita, ma la realtà vera si trovava fuori di lì, ed era qualcosa a cui non avrebbero voluto tornare.”

Kokoro soffriva terribilmente, si vergognava di sé stessa, e ormai era piena di rabbia e sentimenti così distruttivi da non riuscire a uscire da casa. Questo isolamento è un fenomeno sociale riconosciuto in Giappone, detto Hikikomori, ovvero ragazzini così offesi dalla vita che preferiscono non affrontare più la realtà: la causa di questa estremo disagio interiore spesso si scatena a causa del bullismo, dove l’insicurezza del non sapere socializzare, o un insolito aspetto fisico, viene usato come arma per distruggere. Ogni personaggio dentro il Castello è un po’ strano, guardingo ma anche eccitato da questa chance concessagli dalla bimbetta che si fa chiamare Signora Lupo. Man mano che si approfondisce la conoscenza tutti scoprono una cosa che li accomuna: nessuno va a scuola, tutti ne hanno paura.

“volevo solo farti capire che nonostante la situazione io mi sento esattamente come voi, tranquilla perché sarete insieme a me! A non voler andare a scuola domani per la tensione non saresti stato solo tu. Proprio come tu hai pensato che fossimo venuti noi sarebbe andato tutto bene, anche noi ti aspetteremo con lo stesso pensiero.”

Questa fragilità, l’abbraccio dell’adolescenza in arrivo, è così ben descritta che muove una tenerezza incredibile nel cuore di chi legge; nella narrazione si vedrà  sbocciare delle personalità delicate, e in crescendo sempre più decise e combattive seppur nella loro imperfezione, che andranno a formare in questo ambiente protetto un piccolo gruppo di amicizia solido, fraterno e cavalleresco. Con un ritmo di narrazione morbido, uno spirito di rivalsa e autostima inizia a coronare questa magica avventura, dove però il richiamo alle favole e l’inquietante presenza del lupo che può mangiarli, ricorda loro che il tempo passa e la minaccia incombe. Poteva essere reale la realizzazione del desiderio? Quel Castello lo era?

“E dunque, anche se fosse stato davvero irreale, avrebbe comunque preferito rimanere lì, in quel mondo ideale. Perché quello reale era per lei davvero insopportabile, un luogo dove non venivano tenuti in considerazione né i suoi pensieri né i suoi desideri.”

L’autrice rivela il ginepraio dei tragici trascorsi di ognuno di loro, come fosse una melodia nostalgica e triste. Ciascuno è minuziosamente descritto, e ben distinto per il proprio storico e per i propri obiettivi. I dettagli presto saranno gli anelli della catena in cui, finalmente scevri dal pregiudizio, potranno costruire una solida amicizia, così forte da minimizzare per un po’ la sensazione che presto succederà qualcosa, e iniziare concretamente a pensare perché sono lì e cosa nasconde la signora Lupo.

“Non so perché e da quando, ma a un certo punto ho creduto di non poter essere come tutti gli altri. E mi sentivo una fallita. Ma qui tutti mi hanno offerto la loro amicizia come se fossi una ragazza qualunque, e ho provato un’immensa felicità.”

Come la quiete prima della tempesta, sul volgere alla fine il ritmo della narrazione si assottiglia, quasi è immoto per poi precipitare ed esplodere nel finale. Il colpo di scena è quasi assordante e insostenibile e travolge Kokoro che finalmente si scopre combattente, determinata e viva, e soprattutto felice di essere com’è. Il risultato è stupefacente, assolutamente fuori da ogni aspettativa che il lettore potrebbe immaginarsi, incantevole e spaventoso , toccante e avvincente. I richiami alla cultura giapponese e il tocco fiabesco sono amalgamati alla perfezione, i flashback utilizzati con maestria per sottolineare quanto possa essere oppressivo  il peso del crescere, dell’isolamento. Mizuki Tsujimura ha scritto un capolavoro assolutamente vincente, insolito, che racchiude quella buffa tenerezza unita ad una grande saggezza che portano con sé i bambini. Provare per credere!

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