Recensione: “Il gioco degli dèi” di Paolo Maurensig

Il gioco degli dèi

Paolo Maurensig

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno edizione: 2019

In commercio dal: 26 marzo 2019

Pagine: 145 p.

EAN: 9788806240745

Recensione a cura di Chiara Mearelli

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Chi è Malik Mir Sultan Khan? L’uomo misterioso di cui parla tutta New York, lo scacchista col turbante che ha battuto Capablanca, rimane un enigma per chiunque lo incontri. Si sa che è nato nella foresta del Punjab, dove ha imparato l’antica arte del chaturanga, si sa che una tigre lo insegue da sempre e che Mrs Abbott gli ha lasciato in eredità la sua Rolls-Royce. In bilico fra Oriente e Occidente, talento e strategia, karma e destino, la storia vera e immaginaria dell’umile servo che per un istante divenne re. Il chaturanga è l’antenato indiano degli scacchi. Si dice che quando gli uomini sono concentrati su quelle pedine dalle strane forme animali dimentichino tutto, come se dalle loro mosse potesse dipendere la distruzione o la salvezza dell’intero universo. Apprenderne l’arte è un percorso impervio, ma non per Malik Mir Sultan Khan. Gli dèi, o il caso, gli hanno donato un talento naturale che lo porterà in breve tempo a diventare il più imbattibile scacchista degli anni Trenta. Ma un dono divino può essere duro da sopportare, soprattutto per chi sa di essere destinato ad attraversare l’esistenza soltanto da spettatore. Nei suoi sogni di bambino è apparsa una tigre, che poi si è fatta reale portandogli via entrambi i genitori. Ma sarà quella stessa tigre a permettergli di entrare alla corte del maharaja che – notando la sua abilità nel gioco – lo condurrà in Europa a gareggiare nei più importanti tornei di scacchi. Così il giovane servo, da molti considerato un ‘idiot savant’, arriverà ad affermarsi fino a battere l’ex campione del mondo Capablanca, intrecciando la propria storia con quella di un’Europa lacerata, ormai sull’orlo della Seconda guerra mondiale. Paolo Maurensig torna a muovere i suoi personaggi nell’universo affascinante e ricco di storie degli scacchi, regalandoci il ritratto sorprendente di un personaggio che ribalta continuamente l’immagine del campione, e i nostri pregiudizi occidentali.

Con Malik Mir Sultan Khan, il friulano Paolo Maurensig torna ad affascinarci con il mondo degli scacchi. Ispirato alla storia di un personaggio realmente esistito, il romanzo ci porta dall’India, all’Inghilterra e all’America seguendo le orme di un celebre scacchista internazionale.

Dopo aver perso entrambi i genitori per l’attacco di una tigre, il giovane Sultan Khan viene accolto come servo sotto la protezione del proprio maharaja, che accetta di esaudire un suo desiderio: istruirlo all’antica arte del chaturanga, precursore del goco degli scacchi. Il protettore vede presto nel ragazzo, dotato di inaspettato intuito e capacità, un futuro campione, in grado non soltanto di competere in patria, ma soprattutto di riscattare l’orgoglio del popolo indiano contro il tracotante potere inglese. Sultan Khan approderà in Europa, in un’ascesa che sembra inarrestabile, ma che forse è solo frutto di un gioco del karma, o degli dei.

Pur non toccando il livello de “La variante di Lüneburg” per l’intensità della storia, è facile rintracciare il consueto, peculiare stile di Maurensig nel definire personaggi e situazioni. La sua prosa asciutta e priva di fronzoli riesce a raggiungere un’alta capacità evocativa che, anche stavolta, è capace di legarci alla storia, seppur con un impatto meno forte che in altri suoi testi.

L’aspetto più affascinante di questo libro è legato soprattutto al percorso seguito dal suo protagonista. La parabola che porta un orfano a diventare un campione non si associa ad alcuna idea di riscatto, come saremmo tentati di supporre. Sultan Khan è destinato a morire dimenticato, il suo astro non diverrà una stella fissa nel firmamento dei potenti. Resterà, nella trama di questo romanzo, sempre “l’idiot savant” del cui successo tutti si stupiscono. Le sue intuizioni non gli procureranno potere. Ed è lui stesso, figlio del proprio karma, a non pretenderlo. Il suo destino prevede che egli sia servo ed è di fatto la dimensione in cui si cala meglio.

“Dal canto mio, l’orgoglio era un sentimento che non mi potevo permettere, la mia educazione religiosa me lo proibiva. Appartenevo alla casta degli Shudra, dei servitori, dopo la quale veniva quella peggiore degli intoccabili. Essa mi era stata assegnata dal karma e io dovevo accettarla come premio o espiazione per il comportamento condotto nelle vite precedenti. Piú gravi sono i peccati commessi e piú vite occorrono per cancellarne le conseguenze: ribellarsi al proprio karma equivale quindi a prolungarne gli effetti negativi. Esso va accettato poiché nell’universo tutto tende a compensarsi: la piú grande sofferenza è il preludio ad altrettanta felicità.”

Come negli scacchi, la vita può spostare i propri elementi secondo schemi inaspettati, che conducono a partite più complesse come l’incontro con il maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan, o con la ricca americana Cecilia Abbot, che sembrano sovvertire gli esiti della partita. Eppure, il messaggio finale che ci lascia il nostro protagonista, è che per quante varianti si possano conoscere, occorre giocare sempre nel ristretto spazio di una scacchiera.

“Sono nato per fare il servitore, e questo talento per gli scacchi non ha fatto che privarmi dell’umiltà e il rigore richiesti dalla mia casta. Lo sprazzo di genialità che mi è stato donato alla nascita è simile a una goccia di vino che da sola può inquinare un intero pozzo di acqua pura. Non mi sono mai ritenuto un grande giocatore, perché la mia era una dote naturale. Non ero io a inventare o a progettare, mi limitavo ad aspettare che il genio preposto al gioco mi desse il suggerimento giusto. Essere supportati dagli dèi non è poi quella gran cosa che tutti credono; non è un merito muoversi appesi alle loro fila, diventare una loro pedina. È appena poco piú di ciò che fa un servo nell’obbedire ai desideri e ai comandi del proprio padrone”

La passione per il gioco degli scacchi, che connota Maurensig, è come di conseueto legata a tematiche di altro ordine: la scenario della guerra, l’elemento delle distinzioni razziali e del colonialismo, la differente concezione esistenziale tra oriente ed occidente. L’eleganza con cui riesce a legarle all’interno della trama è un altro degli elementi tipici di questo autore e un merito di questo libro: un romanzo fluido che tesse realtà storica e inventiva letteraria in maniera piacevole ed affascinante.

PAOLO MAURENSIG

Scrittore italiano, approdato alla scrittura dopo aver fatto l’agente di commercio. Il successo letterario è arrivato nel 1993 con La variante di Lüneburg, che narra di una partita fra due maestri di scacchi, che si prolunga idealmente attraverso gli eventi storici dell’ultima guerra, con il colpo di scena finale che rivelerà la vera natura dei giocatori.
Il secondo romanzo, Canone inverso del 1996, è invece incentrato sulla musica, in una cornice mitteleuropea che è stata la base per la versione cinematografica diretta da Ricky Tognazzi. 
Con Mondadori ha pubblicato inoltre: L’ombra e la meridiana (1998), Venere lesa (1998), L’Uomo scarlatto (2001), Il guardiano dei sogni (2003), Vukovlad (2006), Gli amanti fiamminghi (2008), Il golf e l’arte di orientarsi con il naso (2012) e L’arcangelo degli scacchi (2013). Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Amori miei e altri animali (Giunti, 2014), L’ultima traversa (Barney, 2015) e Teoria delle ombre (Adelphi, 2015) con cui vince il Premio Bagutta 2016. Il diavolo nel cassetto (2018) è il primo romanzo pubblicato per Einaudi, seguito da Il gioco degli dèi (2019).

Materiale a nostra cura.

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