Recensione: “Il maestro di Auschwitz” di Otto B Kraus

Bentrovati amici lettori, oggi vogliamo porre la vostra attenzione su un romanzo che tocca da vicino quello che fu il grande orrore della Shoah, l’opera in questione è Il maestro di Auschwitz, basato sull’esperienza vissuta dallo stesso autore, Otto B. Kraus, all’interno del campo di concentramento. In un’epoca in cui l’antisemitismo non è ancora stato debellato, ricordare e sapere è più che mai necessario, è un passato che non si può e non si deve seppellire, e le parole di Kraus con veemenza e orripilante audacia ci trasportano in ciò che fu e che non dovrà più essere.

Il maestro di Auschwitz

Otto B Kraus

Traduttore: Laura Miccoli
Editore: Newton Compton Editori
Collana: 3.0
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 2 gennaio 2020
Pagine: 284 p., Rilegato
EAN: 9788822736994

Recensione a cura di Rosa Zenone

Alex Ehren è uno dei prigionieri di Auschwitz-Birkenau. Ogni giorno che passa la lotta per sopravvivere all’orrore del campo di concentramento si fa sempre più dura. Eppure Alex ha deciso di contravvenire agli ordini dei suoi spietati aguzzini e, di nascosto, dà lezione ai bambini raccolti nel famigerato Blocco 31. È un piccolo gesto di coraggio, che ha però un incredibile valore sovversivo, perché è il solo modo per tentare di proteggerli dalla terribile realtà della persecuzione che sperimentano sulla propria pelle. Eppure, insegnare ai bambini non è l’unica attività proibita a cui Alex si dedica… Questo romanzo è ispirato alla vera storia di Otto B Kraus, che durante la prigionia nel campo di concentramento osò sfidare le inflessibili regole imposte dai nazisti e creò per i suoi piccoli allievi un’oasi di normalità.

Il romanzo prende corpo a partire dal fittizio diario conservato nel campo di concentramento e scritto dal protagonista, Alex Ehner, assieme ai suoi compagni. Da subito tale stratagemma mette in chiaro l’obiettivo dell’opera, tramandare le memorie di coloro che subirono l’abominio dell’Olocausto.

“Decidemmo di scrivere un diario per stabilire un contatto con il mondo. Eravamo come un sasso gettato nel vuoto dell’universo, fuori dal tempo, dannati, abbandonati e completamente soli. Credevamo che, lasciando una testimonianza scritta, non saremmo svaniti dalla memoria dell’umanità, come una parola strappata via dal vento o una lettera scritta sull’acqua.”

L’autore mescola nomi fittizi a vicende e persone reali della propria esperienza ad Auschwitz, donandoci una testimonianza indelebile e acuta a tal punto da sentirla sulla propria pelle. È impossibile leggere passivamente Il maestro di Auschwitz, fin dalle prime pagine si è totalmente catapultati in quelle atrocità e ce ne si sente completamente partecipi. Tale effetto è conseguito tramite una focalizzazione dall’interno senza filtri, una messa a fuoco nitida e cruda di quella che è stata la vita all’interno del campo.

Attraverso una folta e ben congeniata galleria di personaggi, unita a una spiccata sensibilità, Kraus scardina l’animo umano in quella che è una situazione ai limiti dell’immaginabile e ce ne mostra le reazioni in un’ampia varietà policromatica, ridando a ogni internato quella soggettività appiattita dai nazisti e che, anche oggi molto spesso, è ricondotta a un’univoca e comune immagine.

 “Non esiste un Olocausto di sei milioni di persone, ma piuttosto esistono sei milioni di olocausti, ciascuno diverso dall’altro, ciascuno con le proprie sofferenze, paure e cicatrici.”

Nessun tentativo di celebrare i propri personaggi, bensì l’umanità, colta in ognuno di loro nella propria imprevedibile multiformità. Alex Ehner, protagonista del romanzo, è sicuramente un personaggio positivo ma non è eroizzato in alcun modo né elevato al di sopra degli altri, accanto ai suoi buoni principi e alla sua voglia di ribellione, convivono dubbi, timori e ricerca di concrete e tangibili certezze, ciò lo rende quanto mai completamente autentico e reale.

“Era già spaventoso sapere che sarebbero morti. Tuttavia, era sette volte più difficile conoscere la data della propria esecuzione. Il tempo guarisce, pensò amaramente Alex Ehren, ma il mio tempo è diventato la mia maledizione. In passato non aveva mai fatto caso al tempo. Scorreva placido come l’acqua, giorno dopo giorno e anno dopo anno, e solo di tanto in tanto era costellato da qualche evento memorabile. Ora il tempo era diventato un bene di consumo, un oggetto tangibile, un tesoro, che doveva essere accumulato e custodito. Contava i minuti come un avaro conta l’oro e rimpiangeva ogni mattina e ogni notte già passata. Era riluttante a addormentarsi perché dormire accorciava il tempo che gli restava da vivere. Il tempo era come un fiume, che lui desiderava ardentemente fermare, arginare con una diga; era come un pesce che diventa un tutt’uno con la corrente in cui nuota.”

All’interno del romanzo aleggia un clima perennemente mortifero, il fumo che serpeggia sopra le loro teste tende a ricordare loro il proprio infausto destino all’interno di una corsa contro il tempo nell’inutile tentativo di allontanare una morte già fissata e di data certa. Kraus attraverso parole ben dosate e pesate riesce a trasmettere tutta l’angoscia e lo sgomento di tale situazione, abilità che mostra anche nella resa verbale della vita quotidiana all’interno del lager. Quest’ultima trova ampio spazio nell’opera ed è descritta attraverso i più piccoli dettagli, ci fornisce una testimonianza tanto accurata quanto agghiacciante che passa attraverso il cibo e semplici e banali oggetti che acquistano un rilievo e un significato dei quali solitamente sono privi, mentre all’interno del campo di concentramento diventano in grado decretare non solo la preservazione della propria dignità e delle proprie normali abitudini, ma in alcuni casi anche della vita stessa: Kraus rimarca come alcune cose scontate, in quella situazione, arrivino in realtà a determinare l’attaccamento a se stessi e a ciò che si era, aspetto il cui annientamento fu tanto caro ai tedeschi.

In un tale clima di brutture e tortura però non vi è la rinuncia alla vita né alla ribellione, il romanzo è un’inedita testimonianza di ciò. La voglia di rivolta non si manifesta solo nei tentativi di un sovvertimento, ma anche nel non sottostare alla regola che proibisce di insegnare.

La narrazione si svolge all’interno del Blocco 31, luogo in cui risiedevano i bambini ebrei di origine ceca.

«Nel campo le nostre regole sembrano stupide. Ma che male può fare una piccola stupidità in un mondo di follia? Forse in un mondo di follia la nostra stupidità è ragione. Noi non li picchiamo e non facciamo paura ai bambini. Non parliamo del futuro; viviamo solo nel qui e nell’ora. Creiamo un’isola in mezzo al mare. Fingiamo che non siamo in un campo. Facciamo in modo che dimentichino il camino, la fame e i tedeschi. Creiamo un mondo di finzione».

Il Blocco dei bambini diviene un posto dove preservare la vita e la bellezza, dove si cerca di proteggere l’infanzia nonostante le sozzure circostanti, dove germoglia il sapere nonostante il divieto, un’oasi serena a cui attraccare, non solo per i piccoli ma anche per gli adulti. Alex Ehren, così come altri personaggi, insegna nel Blocco e tale mansione permette loro di preservare se stessi e la propria umanità.

“Fintantoché avessero scritto storie e dipinto e danzato, anche se la loro arte era spesso banale o mediocre, ne sarebbero comunque usciti vittoriosi, perché le loro opere erano uno scudo che li proteggeva dall’esposizione alla morte.”

Il maestro di Auschwitz è spietato nella sua straziante narrazione di verità, colpisce e affonda il lettore in modo rapido e incisivo, ma nonostante la presenza totale di ombre raccapriccianti è in grado di essere un inno alla vita e un invito a conservare la propria umanità.

«…l’antisemitismo non è un’invenzione tedesca. È una pianta velenosa che si è diffusa in Spagna, in Francia e in Russia per un migliaio di anni. Oggi è all’apice della fioritura in Germania, ma chi lo sa dove potrebbe spuntare fuori la prossima volta?».

Otto B Kraus

È nato nel 1921 a Praga. Lui e la sua famiglia furono deportati nel maggio 1942 nel Ghetto Terezin e da lì ad Auschwitz. Fu tra i mille uomini inviati nel campo di concentramento di Schwarzheide-Sachsenhausen in Germania. Dopo la guerra, tornò a Praga dove apprese che né i suoi genitori, né suo fratello erano sopravvissuti. Si iscrisse all’università per studiare Letteratura, Filosofia, Inglese e Spagnolo. Ricevette una modesta borsa di studio e iniziò a ricostruire la sua vita. È morto il 5 ottobre 2000, a casa, circondato dalla sua famiglia.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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