Recensione: “La legione venuta dal mare” di Ivan La Cioppa

Carissimi amici lettori, oggi il nostro pensiero è rivolto in particolar modo agli appassionati di storia romana, soprattutto a tutti coloro che si infiammano dinanzi alle caratteristiche belliche latine.Tutti o quasi conosciamo ad esempio la Testudo romana ma pochi probabilmente sanno in cosa consistesse la Legio I Adiutrix… Il libro La legione venuta dal mare di Ivan La Cioppa è un ottimo modo per conoscere meglio questa particolare legione romana.

La legione venuta dal mare

Ivan La Cioppa

Editore: Booksprint
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 30 aprile 2019
Pagine: 92 p., Brossura
EAN: 9788824927512

Recensione a cura di Rosa Zenone

Sono tempi incerti per l’impero romano. L’imperatore Nerva non ha le capacità per governare e il generale Marco Ulpio Traiano cerca di fare il possibile per difendere il limes danubiano. Approfittando di questa situazione precaria, i barbari sono diventati irrequieti lungo le sponde del Danubio. Ai soldati della leggendaria Legio I Adiutrix, stanziata a Brigetio, è demandato il compito di combattere gli infidi Iazigi e salvare alcuni commilitoni catturati. Il decano Caio Flavio Aquila e i suoi compagni, sprezzanti del pericolo e con un diverso modo di combattere rispetto agli altri soldati di Roma, lotteranno strenuamente e faranno onore all’aquila della propria legione.

“Mi chiamo Caio Flavio Aquila e sono nato a Capua le idi di settembre dell’anno 817 dalla fondazione di Roma. Mio padre Numerio era un venditore d’olio e mia madre Epidia lo aiutava nella sua attività. Molti si chiederanno perché il mio cognomen sia Aquila. Beh, non vi sono gesta eroiche né origini leggendarie dietro. La verità è che mio nonno Vibio aveva un naso sorprendentemente lungo e appuntito e sembrava veramente quel nobile uccello simbolo del nostro Impero”

Già dall’incipit si denota la cura impiegata nel rendere la narrazione aderente quanto più possibile alla verità storica e agli usi e a i costumi del popolo romano. Da subito si nota come nella datazione sia adottato il calendario romano, che cominciava ad Urbe Condita nell’anno 753 a.C. Tale apertura sembra ammiccare a tante opere storiografiche del periodo, il tutto dunque risulta una scelta particolarmente consona alla materia e gradita a noi appassionati.

Il protagonista, nonché voce narrante in prima persona, è Caio Flavio Aquila, optio (ossia vice- centurione) della Legio I Adiutrix. L’intera narrazione è filtrata attraverso i suoi occhi consentendo così di vivere e sentire quella che poteva essere la vita di un soldato militante in quella legione.

“A quindici anni, subito dopo aver indossato la toga virile, mi arruolai nella Legio I Adiutrix di stanza a Mogontiacum. Ricordo ancora quel giorno. (…) Nel corso della mia breve vita, viaggiando con mio padre, avevo già visto soldati di ogni tipo e razza ma quelli erano diversi. Indossavano tuniche blu come il mare, i loro scudi erano ovali come quelli degli ausiliari e non indossavano la lorica segmentata ma quella hamata. Avevo letto di quella particolare legione di marina, fondata alla fine dell’impero di Nerone con i mari-nai della flotta del Miseno. Era una legione venuta dal mare e il mare era il suo elemento naturale. Vederla dal vivo, però, era tutt’altra cosa. Avevo sempre sognato, un giorno, di diventare un legionario e combattere barbari mostruosi e famelici per la gloria e la grandezza di Roma e in quel momento capii che l’ora era giunta”

Tramite lo sguardo privilegiato di Flavio riusciamo a calarci all’interno della Legio I Adiutrix e a comprenderne il funzionamento. Ciò risulta oltremodo interessante poiché non è la classica legione a cui tutti siamo abituati, in primis poiché non è una formazione che si muove prettamente in terra bensì anche per mare, in secundis ha una molto più vasta varietà di tecniche e armi di cui servirsi.

“La verità era che la Legio I Adiutrix non era come tutte le altre legioni. Oltre alla consueta opera di perlustrazione in mare e per fiume, retaggio della nostra origine marinara, noi svolgevamo compiti che i normali legionari non erano in grado di portare a compimento come l’arrembaggio e la cattura di navi nemiche, sortite improvvise all’interno di foreste impenetrabili e recupero di soldati prigionieri. Il nostro addestramento era più avanzato e peculiare. Oltre alle ordinarie esercitazioni con addestratori celti, germanici e sarmati che ci istruivano sulle loro tattiche di guerra, sull’uso della spada lunga e del combattimento corpo a corpo senza lorica né scudo, dovevamo, inoltre, temprarci al freddo, all’acqua gelida, al dolore lancinante e a tutto ciò che poteva porsi fra noi e il nostro obbiettivo. Questo ci rendeva versatili, sia nella battaglia campale che nella schermaglia ad ordine sparso. Eravamo poi i soli legionari ad usare l’arco, di solito prerogativa delle coorti ausiliarie. Dovevamo essere capaci in tutto. Questa era la nostra for-za. Alla fine, eravamo soldati con una doppia identità, legionari e ausiliari insieme.”

Il fascino della battaglie e delle incursioni che si tenevano nell’antica Roma è innegabile, e tale aspetto trova degno compimento nelle pagine di La Cioppa: si avverte la forza, il coraggio, lo spirito di sacrificio in nome della grandezza dell’Urbe, tutta una serie di valori in grado di esaltare e commuovere noi moderni. Tra questi sicuramente significativa la difesa dell’effige a forma di aquila, simbolo incontrastato della potenza di Roma. La perdita delle effigi risultava inammissibile, come ricorderanno i memori della famosa Battaglia di Carre.

“L’aquilifero era l’unico che non doveva essere catturato perché perdere l’aquila significava perdere l’onore.”

Il periodo in cui è ambientata l’intera narrazione è quello del suddetto “principato per adozione”, durante il quale l’imperatore veniva scelto per il proprio merito, soprattutto sul campo di battaglia, e non attraverso la legge dinastica del sangue. Nello specifico è durante il breve impero di Nerva e durante l’ascesa di quello che poi sarà il suo successore, Traiano.

Proprio in tale frangente la Legio I Adiutrix è stanziata a Brigetio per combattere gli Iagizi e le loro scorribande lungo il Danubio. La necessità di liberare dei soldati romani fatti prigionieri da quella popolazione barbara dà inizio all’azione.

“Navigammo per un’ora senza trovare resistenze. Su entrambe le rive, la boscaglia sembrava quasi ricadere in acqua tanto era fitta. Cercavamo di guardare tra gli alberi in cerca di osservatori nemici ma era impossibile anche per l’oscurità che ci circondava. C’era sempre la luce della luna ma questa era coperta da rade nubi che, comunque, ne di-minuivano molto la lucentezza. I ragazzi, seduti e a testa bassa, erano tesi. Potevamo essere attaccati da un momento all’altro senza renderci conto di nulla. I cespugli si muovevano ma era normale. Gli animali erano molti e balzava-no freneticamente da un punto all’altro in cerca di cibo. Osservando meglio fra gli alti pini, vidi qualcosa di strano. Il baluginare di un metallo. Forse mi sbagliavo, forse no. Strinsi le palpebre per mettere meglio a fuoco. Probabilmente era una spada.”

La missione da compiere fornisce al libro un largo spazio di avventura, ricco di suspense e di combattimenti, che seppur sanguinolenti non sfociano mai in un eccesso crudo e cruento. Le scene delle battaglie sono tratteggiate in modo davvero suggestivo, sembra di udir quasi lo strepitio delle armi. Si assisterà inoltre a scene di forte attesa e incertezza, che coinvolgeranno totalmente il lettore.

Non bisogna pensare però che il libro sia totalmente incentrato sulle azioni bellicose, all’interno trova spazio anche l’amore del protagonista verso Drusilla e la voglia di una promozione che gli consenta così finalmente di sposarla.

«E poi, sai benissimo che possiamo sposarci solo se vengo promosso a ufficiale e solo distinguendomi sul campo posso riuscirci.»

I personaggi sono perlopiù schizzati, non vi è una vera e propria introspezione ma ognuno è in possesso di caratteristiche proprie che lo rendono distinguibile dagli altri. Tra i compagni di Flavio sicuramente risalta Aulo e la sua forte religiosità, elemento questo di forte coesione e importanza nell’Antica Roma.

“Da quella cassa tirò fuori, infatti, le tre statuette che rappresentavano i lari della propria famiglia, la richiuse e ve li adagiò sopra, mormorando delle preghiere a voce molto bassa, quasi sussurrata. Dopo poco, depose con grande reverenza e rispetto i propri dei tutelari”

Incisivi sono i rapporti che intercorrono all’interno dell’accampamento, a partire dal rapporto filiale di Flavio col centurione Lucrezio, fino ad arrivare a quello goliardico e fraterno tra i diversi legionari. Vi è una forte umanità nella loro rappresentazione, non sono assolutamente apatiche rotelle di un congegno più grande.

La prosa è chiara e fluente, pur non disdegnando l’uso di alcuni latinismi non si appesantisce né diviene mai mero appannaggio di conoscitori del settore. Tra i latinismi usati emergono sicuramente quelli inerenti l’ambito militare: gladio, pilum, caliga, castrum, ecc … La scelta di adoperare determinati termini risulta particolarmente felice non solo in quanto consente di delineare un quadro attinente e coerente, ma anche nel fornire tali conoscenze a chi ne dovesse essere privo. 

Nonostante l’autore cerchi di essere quanto più accurato possibile storicamente, l’opera si legge velocemente e senza sforzo, i dettagli sono disseminati nel testo senza risultare mai cavillosi e ampollosi. Tutto ciò contribuisce a farne un libro adatto a tutti, anche a coloro che gradirebbero una lettura nell’ambito ma che non riescono ad accollarsi il “peso” di un romanzo storico: ebbene, La legione venuta dal mare è un libro rapido ma che non rinuncia alla sua intima essenza storica.

«Per mare e per terra sempre uniti!»

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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