Recensione: “Le due donne di Auschwitz” di Lily Graham

Cari lettori,
oggi scopriremo cosa può fare e quanto è potente la forza dell’amicizia, del amore verso la propria anima gemella e l’amore di una madre verso i propri figli, anche in uno dei posti più oscuri della storia, Auschwitz.

Le due donne di Auschwitz

 Lily Graham

Traduttore: Francesca Campisi
Editore: Newton Compton Editori
Collana: 3.0
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 16 luglio 2020
Pagine: 288 p., Rilegato
EAN: 9788822740564

Recensione a cura di Michelle

L’ultimo bocciolo di speranza può fiorire persino all’inferno È il 1942 quando Eva Adami viene deportata ad Auschwitz. Schiacciata tra i corpi pigiati sul treno ed esausta per le privazioni, non riesce a pensare ad altro che a ritrovare suo marito, da cui è stata separata a forza. Ma ad Auschwitz non c’è traccia di lui. E la cruda realtà del campo di concentramento si abbatte su di lei, minacciando di spezzarla definitivamente. Una notte, mentre piange di nascosto, sente un sussurro provenire dalla branda vicina. Un’altra prigioniera, Sofie, le prende la mano… La loro è un’amicizia indistruttibile, che resiste agli orrori vissuti ogni giorno. Eva e Sofie si confidano le paure più segrete e i sogni più intimi: quello di Eva è di scoprire dove si trova il marito, quello di Sofie è di ricongiungersi con suo figlio, Tomas, che la aspetta in un orfanotrofio oltre il confine austriaco. Quando Eva scopre di essere incinta, si rende conto che la sua vita e quella del bambino che porta in grembo sono in pericolo. E così le due donne si scambiano una promessa: qualunque cosa succeda, proteggeranno i loro figli a ogni costo.

Sono nata in un mondo che aveva proibito la mia esistenza.
Il semplice fatto di esserci, fosse stato noto alle autorità, sarebbe bastato a porre fine alla mia vita prima ancora che avesse inizio.
Eppure, venni alla luce. Piccola, denutrita, ma determinata a vivere, durante una delle notti più fredde in uno dei luoghi più bui della storia dell’uomo. Ignara e inconsapevole che la mia lotta era appena cominciata
.

Nadeje è la figlia di Eva e Michal, è nata nel campo di concentramento di Aushwitz, ormai è cresciuta, ed è il momento di raccontare tutto quello che è successo in quel periodo alla madre, cosa le è successo all’inferno, tutte le lettere le ha scritte a fine guerra.

Osservò la pila di lettere davanti a sé e passò le dita avvizzite sui solchi profondi nei quali la penna della madre aveva riversato fiumi di inchiostro blu. Aveva rimandato fin troppo. Attendendo il momento giusto per narrare una storia iniziata molto prima che lei nascesse.

Decise di scrivere il passato e il “presente” di Eva, la vita prima e durante la prigionia.

L’adunata quotidiana che due volte al giorno le costringeva a trascinarsi fuori e aspettare, con qualsiasi tempo, vestite o meno, di essere contate e ricontate, per ore e ore, all’infinito. Disobbedire poteva costarti la vita. Come, del resto, praticamente qualunque cosa in quel luogo.

Eva Adami è ormai una settimana che “vive” nel campo di concentramento, deve eseguire rigide regole per sopravvivere, ogni minima cosa poteva farle ammazzare, a lei e alla sua migliore amica, Sofie.

<< La  prima cosa che faremo», disse a Sofie dopo aver mangiato, mentre una delle più “anziane” del campo riceveva una razione più abbondante grazie alla tazza di metallo malconcia che stringeva tra le mani, «sarà procurarci delle tazze, o magari delle ciotole».
Chi disponeva di un simile lusso si accaparrava razioni più generose e persino pezzi di verdura più grossi. Un oggetto tanto banale, che però in quel luogo faceva la differenza tra la vita e la morte.

Per sopravvivere e non morire di fame devono mangiare quella brodaglia che gli danno, sono costrette a prenderla con le mani perché non hanno ciotole e neanche tazze, nulla con qui prendere il cibo e riuscire a ingerire qualcosa.

«Le chiamiamo Muselmann», aveva sussurrato Helga poco dopo essersi presentata la prima sera nelle baracche gelide, dove oltre un centinaio di donne dormivano stipate in gruppi di otto in cuccette di legno duro a tre piani simili a gabbie che ingombravano la stanza. Eva aveva seguito con lo sguardo il suo dito nodoso e arrossato indicare una donna ridotta a un guscio vuoto, come se l’anima l’avesse abbandonata da tempo. «Muselmann?»
«Come gli uomini chini in preghiera, ripiegati su sé stessi. Sono quelli che semplicemente si sono arresi».

Le donne si arrendevano, si lasciavano morire li, accettavano la morte, pur di scappare da quel mondo, diventavano gusci senza anima, non più persone.

Eva si asciugò una lacrima di rabbia e pensò: “Muselmann”. «Invece no.
È così che non possiamo permetterci di ragionare, pensando di non avere speranze, perché è proprio in questo
modo che gliela daremo vinta».

Eva e Sofie non volevano arrendersi ne darla vinta ai tedeschi, Eva doveva trovare Michal, suo marito, e Sofie doveva trovare Tomas, suo figlio, non potevano permettersi di morire prima di averli ritrovati.

Questo libro ci induce a riflettere sulla dura vita che hanno vissuto gli ebrei, gli omosessuali o chiunque secondo Hitler, non era degno di vivere, ma ci da anche una lezione di vita, ci insegna anche molto bene quanto sia forte il senso di sopravvivenza, e soprattutto l’amore e l’amicizia.

Leggendo questo libro ho sofferto molto per e con Eva e Sofie, una scrittura semplice ma che coinvolge tantissimo il lettore, fino a sentire parte integrante della loro vita, sentire come proprie le sofferenze vissute dai protagonisti durante la clausura.

Un libro pieno di sentimenti, di paura e di dolore, ma anche di tantissimo amore e amicizia, consiglio vivamente di leggerlo, non ve ne pentirete sicuramente.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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