Recensione: “Le ossa dei morti” di Miriam Palombi

Lettori e lettrici, ben ritrovati!

Siamo nel bel mezzo di giornate con temperature da girone infernale, quindi quale miglior sensazione da provare se non un bel brivido lungo la schiena?
Ce lo offre Miriam Palombi, con il suo “Le Ossa dei Morti”.
Un libro horror degno di far parte di questa categoria e che, come è successo a me, sono sicura entrerà di diritto  nella vostra wishlist personale.
Buona lettura!

Finora ignoravo cosa fosse il terrore:
ormai lo so.
E’ come se una mano di ghiaccio si
posasse sul cuore.
E’ come se il cuore palpitasse, fino a
schiantarsi, in un vuoto abisso.”
Oscar Wilde

Le ossa dei morti

Miriam Palombi

Editore: Dark Zone
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 29 maggio 2019
Pagine: Brossura
EAN: 9788899845698

Recensione a cura di Pamela Mazzoni

La Casa Nera è un’oscura presenza arroccata sulle pendici del Lago Rivonero. Come un enorme magnete, nel tempo, ha attirato nefandezze di ogni genere. Eirik Damiani non vorrebbe essere lì. In quel luogo, anni prima, ha rischiato di morire, ma ora che suo zio Jacopo scompare, è costretto a varcare di nuovo la soglia di Villa Biolcati. Ben presto il giovane scoprirà che i suoi incubi di bambino sono reali. Nel silenzio delle stanze vuote si muovono creature mostruose, eco di un passato spaventoso. Cosa sono quei simboli lasciati sulle pareti che rimandano a un antico culto pagano? Cosa si nasconde tra quelle mura antiche? Eirik potrà solo tentare di reagire a quell’orrore con un’unica consapevolezza. Il male esiste davvero.

Con “Le Ossa dei Morti”, Miriam Palombi si riconferma sopraffina scrittrice di horror e con la sua scrittura serrata, scarna, scevra di orpelli e ghirigori molto spesso inutili, ci agguanta e ci trascina di getto dentro una storia dove le paure ancestrali, radicate nel nostro inconscio, prendono pericolosamente forma e dove, con una cadenza inesorabile, la voce della ragione e della razionalità diventa uno scudo sempre più inutile di fronte alle radici ben abbarbicate del male.

Siamo sul lago di Rivonero dove sorge, caliginosa e terrificante protagonista avvolta dal mistero, Villa Biolcati.

La Casa Nera, com’è conosciuta da tutti, viene lasciata in eredità dall’ultimo proprietario, Jacopo, al nipote Eirik.

Eirik sapeva che poco più in alto, sul crinale scosceso, c’era Villa Biolcati.

La Casa Nera.

La natura la teneva nascosta allo sguardo, come fosse un’escrescenza malata.

(…)Nella sua mente si formò nitida l’immagine di una costruzione sbilenca che sembrava essere sfuggita a un incendio.”

Artista in lotta con le problematiche della sua vita, Eirik sa che la villa nasconde dentro di sé foschi segreti e presenze inquietanti. Ne era già sfuggito da bambino, vittima di un incidente inspiegabile, ma adesso è arrivato il momento di affrontare il buio e l’oscurità che ammantano quell’antica magione.

Nei suoi ambienti disabitati solo apparentemente regna il silenzio e la desolazione, in realtà sussurri, scricchiolii, percezioni di evanescenti presenze sono parti integranti della casa.

“Restò in ascolto. C’era qualcosa oltre il monotono frusciare dei rami in giardino. Era un suono ritmato che si confondeva appena con il muoversi delle fronde mosse dal vento. Ripetuto con stessa durata e tonalità. (…) Restò in attesa. Era quasi sicuro che quei suoni strozzati si stessero trasformando in parole di senso compiuto (…).”

E via via che Eirik prosegue nella sua ricerca, che dia anche un senso agli incubi ed alle visioni che lo perseguitano da tempo, un nebbia sottile ci avvolge come un sudario, una scarica di adrenalina ci fulmina, il sangue che scorre più veloce nelle vene.

Una sola parola.

Paura.

Perchè quelle mura scrostate hanno assistito a scene raccapriccianti di orrore e depravazione, inglobando il male in ogni parete, in ogni crepa, in ogni interstizio.

“In quell’immagine c’era qualcosa di diverso. Tutto era intriso di una malignità così intensa da trasformarsi in una volontà a operare verso il male.

Il male era un concetto astratto ma, in quel particolare luogo in cui era stata scattata la fotografia, si traduceva in qualcosa di tangibile, in grado di respirare e muoversi. Di nutrirsi e procreare.

Villa Biolcati era un crogiolo di malvagità.”

E usando più piani temporali, la Palombi ci fa percorrere un caleidoscopico tunnel di scelleratezze, con vittime e carnefici imprigionati in una bolla in contatto con la nostra dimensione, un mondo sospeso tra passato e presente.

Ma c’è un solo minimo comune multiplo: il male sceglie sempre il male, ha bisogno di terreno fertile, i suoi mercenari vengono arruolati tra chi ha già l’anima sporca, pronta a compiere obbrobri e abomini.

L’autrice ci regala un racconto che è un mix molto ben riuscito di look classico ( il topos della casa maledetta su tutti, ma anche atmosfere gotiche, simbolismo, un tocco di esoterismo e spiritismo) accompagnato da una narrazione moderna, e ci porta con fluidità fino alla fine.

E quando giungerete all’ultima pagina, l’effetto catartico sarà dirompente.

Il respiro torna regolare, ci rituffiamo nella nostra tranquilla ed accogliente realtà, ma da ora in poi anche i più familiari rumori della nostra dolce casa ci faranno sussultare…

Materiale fornito dall’autrice

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