Recensione: “Mio fratello Carlo” di Enrico Vanzina

Ben ritrovati a tutti,
con il libro di cui parleremo quest’oggi tocchiamo un argomento intenso, che ci commuove nel profondo: la perdita di qualcuno che amiamo.
E lo facciamo con “Mio fratello Carlo” di Enrico Vanzina.
Preparatevi ad una forte emozione.
Buona lettura!

“La propria morte la si muore soltanto,
ma con la morte degli altri
bisogna vivere.”
(Mascha Kalèko)

Mio fratello Carlo

Enrico Vanzina

Editore: HarperCollins Italia
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 9 settembre 2019
Pagine: 187 p., Brossura
EAN: 9788869055560

Recensione a cura di Pamela Mazzoni

Cosa succede quando l’irruzione di un imprevisto spezza una simbiosi durata più di sessant’anni? Quando, senza avvertire, una terribile notizia rompe il legame quasi simbiotico che aveva tenuto due fratelli uniti sin dai loro primi giorni su questa Terra? È quello che racconta Enrico Vanzina che in questo libro ripercorre la storia del rapporto con suo fratello Carlo, fino alla scoperta della malattia che lo ha colpito, portando, nel giro di un anno, alla sua scomparsa. Mio fratello Carlo è tante cose insieme. È il racconto particolare e privato del rapporto di due fratelli che – uno sceneggiatore e scrittore, l’altro regista – hanno attraversato e segnato il mondo culturale italiano come pochi altri artisti nel XX secolo. È la storia universale dello spaesamento, della rabbia, dell’essere umano di fronte al male e al lutto. È un libro che commuove, che fa piangere, che fa riflettere sul senso della vita e della morte, che scandaglia i misteri della fede, che descrive in maniera impietosa il dolore di chi soffre e di chi vede soffrire una persona amata durante una malattia terminale. Ed, è innanzitutto, l’atto di amore di un fratello. Dopo il successo di La sera a Roma, Enrico Vanzina dà una nuova prova del suo grandissimo talento letterario con una cronaca appassionante dei sentimenti umani, nei quali tutti possono riconoscersi, attraverso pagine secche, semplici, dirette, mosse da una pietà che non lascia spazio al sentimentalismo ma che arrivano con sincero calore nel cuore del lettore.

La perdita di una persona cara è un evento traumatico, lacerante, che ti spacca in due e ti lascia annichilito, un vuoto profondo si spalanca all’improvviso nell’anima.

Se poi la persona in questione è sangue del tuo sangue, allora il tutto assume contorni ancor più sconvolgenti.

Nel libro “Mio fratello Carlo”, lo sceneggiatore e giornalista Enrico Vanzina si mostra a noi lettori in tutta la sua vulnerabilità, indifeso di fronte ad un dolore che lo ha colpito duro: la morte del fratello Carlo avvenuta nel luglio 2018.

I “Vanzina”, come li chiamavano tutti, hanno finito di esistere. Il connubio perfetto che li ha uniti per quasi una vita intera, nel privato e nel lavoro, spazzato via da un’unica, terrificante, parola: melanoma.

Quel male che aveva colpito Carlo già venticinque anni prima, ma che sembrava sconfitto; invece l’incubo è prepotentemente tornato, il mostro non era sparito, era sempre rimasto lì, dormiente, silenzioso ed infido, pronto a riaffacciarsi con tutto il suo carico di strazio, prendendosi una vita e distruggendone tante altre.

In questo libro Enrico Vanzina, con una prosa semplice e diretta, senza incorrere in quello che sarebbe stato un facile e giustificato sentimentalismo, ma al contrario con un crudo ma struggente realismo, si snuda di fronte a noi lettori, rendendoci partecipi di un racconto intimo ed emozionante sino alle lacrime, regalandoci una coinvolgente e commovente dichiarazione d’amore verso suo fratello.

Uno  strozzato grido di infinito dolore il suo, pacato e composto, ma che parola dopo parola si sprigiona in un modo così dirompente da poterlo perpecipire tangibilmente.

La storia raccontata è profonda e tragica, una sorta di lettera aperta che è sì incentrata sull’ultimo anno di vita di Carlo Vanzina, ma con abili salti temporali ripercorre sia il privato che il pubblico di due fratelli che hanno lasciato un’impronta cinematografica non indifferente.

Figli di Steno, il grande regista, Enrico e Carlo sono cresciuti a pane e cinema, ed il libro ci racconta anche vari aneddoti legati alla loro avventura lavorativa, gomito a gomito nello sfornare film che sono diventati generazionali e che li hanno portati alla notorietà.

Fra successi clamorosi, ma anche qualche inevitabile flop, i Vanzina hanno trascorso la loro vita quasi come fossero un’unica persona, legati a filo doppio da un rispetto ed un amore reciproci che vanno oltre il legame familiare.

Due unità così diverse caratterialmente, ma che insieme si incastrano talmente bene da formare un perfetto intero.

“Mio fratello Carlo è sempre ottimista, io pessimista. Lui ogni tanto si annoia. Io mai. Lui è paziente fino all’inverosimile. Io perdo la pazienza quasi subito. Lui legge tantissimo. Io, pur facendo lo scrittore, molto di meno. (…) Lui è preciso, meticoloso, tenace. Io sono disordinato, un po’ arruffone, distratto. (…) Lui pensa sempre a un mondo felice. E io sono felice di essere suo fratello.”

Il finale delle nostre vite reali però, a differenza di quelle raccontate su celluloide, difficilmente  coincide con un happy end; la vita vera a volte ci spiazza mettendoci di fronte a tragedie più grandi di noi, contro le quali siamo dei Don Chisciotte lanciati in una lotta sfiancante e spesso inutile, dove l’universo intero sembra abbattersi come un tornado sulle nostre vite.

Ma è proprio durante il racconto che viene fuori la forza prorompente di Carlo, pronto a combattere la malattia con tutto sé stesso, forte dell’appoggio di tutta la sua famiglia.

E Carlino ha raccolto il guanto, accettando la sfida e mettendocela tutta, incurante delle ricadute che puntualmente hanno vanificato gli sforzi fatti, un’altalena di emozioni lacerante ed ingiusta, ma anzi tenendo sempre accesa la fiamma della speranza, rifugiandosi in quella fede che, come nel loro caso, infonde coraggio e dà un senso al dolore che ti pervade.

Fino al momento che si è arreso alla sofferenza, all’ineluttabilità del destino, alla certezza che non ci sarebbe stato un domani.

Poi mi fissò con intenzione. Avrebbe usato quel sostantivo per indicare lo sguardo del personaggio di una sua sceneggiatura.

E disse, con profonda intenzione, facendomi capire che le sue parole erano una battuta chiave della nostra storia: “E adesso basta.”.

Accompagnò la frase alzando la mano verso l’alto. Rivolta verso il cielo, verso il futuro. Verso la vita.

Non capii subito il senso compiuto della sua frase.

Interpretai il suo pensiero solo poche ore dopo.

Carlo aveva deciso di mollare. Era rimasto vivo, contro tutte le previsioni mediche, solo con la formidabile forza della sua testa. Sempre lucido. Lucidissimo.”

Pagina dopo pagina ci assale un senso di perdita destabilizzante, ma la morte che ha portato via Carlo non può in alcun modo cancellare i ricordi, quella corda robusta che lega indissolubilmente alle persone che non ci sono più.

Quei ricordi che sono e saranno sempre lì, custoditi gelosamente nella memoria, indelebili, marchi a fuoco nella mente e nel cuore di Enrico Vanzina e di tutte le persone che hanno amato suo fratello.

Perchè è proprio attraverso di essi che chi se n’è andato non morirà mai davvero, solo la sua parte terrena scomparirà;  ma lo spirito, quello, rimarrà vivido e presente.

Vi lascio con il necrologio di Carlo scritto da Enrico sul Messaggero:

“                                          ENRICO saluta come ha fatto

                                              tutti i giorni della sua vita

                                                           CARLO

Sei stato il fratello migliore del mondo. Eri la mia metà. Mi lasci disperato e tagliato a metà, con il cuore a metà. Ma ti prometto di continuare, come mi hai chiesto tu, quella leggera e fantastica avventura nel cinema che abbiamo vissuto insieme. Conservo nell’anima il ricordo del tuo umorismo, del tuo immenso talento e della tua bontà. Dammi la forza per andare avanti.”

Materiale fornito dalla casa editrice

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