Recensione: “Nel profondo” di Daisy Johnson

Cari amici lettori oggi vogliamo rendervi partecipi di una lettura che ci ha letteralmente spiazzato e suscitato profondo entusiasmo, Nel profondo di Daisy Johnson, un romanzo dalle tinte forti e torbide in grado di spingerci in un intenso e perturbante vortice.

Nel profondo

Daisy Johnson

Traduttore: Stefano Tummolini
Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 19 settembre 2019
Pagine: 274 p., Brossura
EAN: 9788893255097

Recensione a cura di Rosa Zenone

Sono passati sedici anni da quando Gretel ha visto Sarah, sua madre, per l’ultima volta: la metà della sua vita. Tanto tempo ci è voluto per accettare l’infanzia trascorsa con lei in una casa galleggiante fluttuando sui canali dell’Oxfordshire. Ma una telefonata le riunirà presto e riporterà a galla quegli anni selvaggi passati insieme: il linguaggio segreto che avevano inventato, lo strano ragazzo che aveva vissuto con loro durante quell’ultimo, fatidico inverno; e quella creatura mostruosa che si diceva vivesse sott’acqua, incarnazione delle paure più spaventose, che nuotava sempre più vicino… Gretel non potrà fare altro che immergersi più a fondo nel passato, dove segreti di famiglia e vecchie profezie risorgeranno, tragicamente.

“È difficile, anche adesso, decidere da dove iniziare. Perché la memoria non è una linea retta, ma una serie di giri tortuosi, che vanno avanti e indietro nel tempo. (…) I ricordi brillano nel buio come bicchieri in frantumi, e poi svaniscono.”

Gretel è una lessicografa di trentadue anni che ha ritrovato la madre Sarah, dalla quale era stata abbandonata sedici anni prima. Ma ricongiungersi con Sarah significa anche fare i conti con il difficile passato lasciato alle spalle.

La narrazione è condotta principalmente dalla voce di Gretel che si muove a ricostruire la storia in lunghi flussi di coscienza che si muovono sui diversi piani temporali del presente e del passato. Ma la sua voce si alterna a un’altra esterna che adotta la focalizzazione interna, viene a crearsi così un intreccio di vicende.

Tale intreccio è sostenuto anche dall’alternanza dei luoghi, il cottage dove Gretel ormai vive con la madre e il fiume lungo il quale hanno vissuto in barca, punti di raccordo tra tali posti in totale contrasto tra loro sono gli spazi attraversati nella spasmodica ricerca di Sarah da parte della protagonista.

“I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte. I luoghi dove siamo nati ci diventano estranei. Non ci riconoscono più, anche se noi li riconosceremo per sempre. Ci sono cresciuti dentro, sono il nostro midollo. Se ci rovesciassero come un guanto, troverebbero delle mappe incise dietro la pelle. Servono proprio a ritrovare la strada di casa. Solo che dietro la mia pelle non ci sono canali, binari ferroviari e una barca, ma sempre e solo tu.”

L’ordito tessuto rivela un impianto creato a regola d’arte, in grado di sballottare e disorientare il lettore riflettendo sullo stesso quel diffuso senso di angoscioso estraniamento che caratterizza l’intera opera. Allo stesso tempo però riesce a solleticarne la curiosità e a renderlo preda di una narrazione inimmaginabile diramata alla ricerca della giuntura finale.

“Questa è la tua storia – tra bugie e invenzioni – e la storia dell’uomo che non era mio padre e di Marcus, che prima, tanto per cominciare, era Margot – altre dicerie, altre supposizioni: e infine – quel che è peggio – anche la mia storia”

La voce di Gretel ha come destinatario la madre, una donna con la quale nonostante tutto non riesce a recidere il proprio legame. Il rapporto tra le due è contrastante e conflittuale, carico dell’immenso amore di Gretel ma anche del suo ancorato rancore. La protagonista si identifica in Sarah, in colei che era stato il suo tutto, ma allo stesso tempo vorrebbe rigettarla poiché incapace di perdonarla per averla abbandonata.

“A volte s’insinua nei discorsi una parola del passato, e ne restiamo annientate. È come se il tempo non fosse mai trascorso, come se non avesse avuto peso. Torniamo a quando avevo tredici anni e tu eri ancora mia madre, terribile e meravigliosa. Torniamo in quella barca sul fiume a parlare in una lingua che nessun altro conosce. Una lingua che è soltanto nostra.”

Una lente di ingrandimento si pone sul loro rapporto madre- figlia, su come è stato e su com’è. Le parole che lo denotano fanno trapelare una grande sensibilità e umanità, non vi è una rappresentazione assoluta e irreale, bensì una variopinta, tanto carezzevole quanto rabbiosa.

Il romanzo è una ricostruzione della propria memoria, quella stessa che ormai l’Alzheimer sta spazzando via da Sarah e che Gretel invece ha cercato di cancellare negli anni. Ripercorrere i propri passi per ritrovare la madre e la propria storia la rimette sulla pista di un altro personaggio che vi ha partecipato e di cui non si hanno più tracce, Margot.

“Avevamo paura di qualcosa, quell’inverno. Mia madre e io. Anche Margot. Pensavamo che rapisse i bambini e che ci stesse cercando. Lo chiamavamo il Bonak.

Il Bonak?

È una parola che ci siamo inventate quand’ero piccola. Ci inventavamo un sacco di parole, ma questa è quella che ricordo meglio. Negli anni ha voluto dire molte cose, ma tutte spaventose.”

Margot è un personaggio androgino, poiché dopo essere scappata di casa decide di assumere sembianze maschili e il nome di Marcus. Il motivo della sua fuga è un mistero, l’unica a conoscerlo è Fiona, una sorta di veggente oracolare che risulta indubbiamente una figura affascinante.

I personaggi sono abbozzati attraverso poche peculiarità, non sono dotati di un vero e proprio carattere piuttosto sono contraddistinti dalle proprie azioni. L’unica dotata di una personalità più definita è Sarah, il cui ruolo spicca sugli altri. È un personaggio complesso e ricco di sfaccettature, mai banale né scontata, in grado di attirare verso sé i sentimenti più diversificati, assolve in modo divino il posto centrale che ricopre nel romanzo.

La particolarità però di tutti i personaggi è l’introspezione, l’intera narrazione è un viaggio nei meandri della loro mente condotto senza scorciatoie, affondarvi sarà ammaliante e inquietante contemporaneamente.

La prosa scorrevole e elegantemente accurata risulta particolarmente densa adattandosi a perfezione all’intensità di sentimenti che la pervade. L’uso del discorso diretto libero rende la scrittura particolarmente incisiva.

Grande nota di merito è sicuramente la presenza di un richiamo a un archetipo della tragedia greca, completamente reinventato senza però alleggerirne quel forte carico che da sempre lo contraddistingue.

Il ritmo narrativo è altalenante, intervalla un’andatura lenta a una rapida che raggiunge il picco nei momenti rivelatori, il tutto delinea un clima di forte suspense che non di rado conduce a risultati imprevedibili in grado di lasciare a bocca aperta.

Il romanzo miscela con arguzia misteri foschi e relazioni umane regalandoci una lettura di forte impatto e di grande pathos, capace di coinvolgere il lettore e di trascinarlo in un fiume in piena dal quale svincolarsi risulta impossibile.

“Ho sempre saputo che per cancellare il passato non basta volerlo. Il passato ci lancia dei segnali: uno schiocco o uno scricchiolio nella notte, una parola che sbagliamo a scrivere, uno slogan sentito alla TV, l’attrazione che proviamo o meno per un corpo, un suono che ci ricorda questo o quest’altro. Il passato non è un filo che ci lasciamo alle spalle, ma un’ancora. È per questo che ho continuato a cercarti tutti quegli anni, Sarah. Non per avere risposte, o farmi compatire; non per darti la colpa, o metterti con le spalle al muro. Ma perché – tanto tempo fa – eri mia madre, e te ne sei andata.”

Daisy Johnson

Nata nel 1990, ha pubblicato la raccolta di racconti Fen nel 2016, grazie alla quale ha vinto l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, l’A.M. Heath Prize e l’Edge Hill Short Story Prize. Attualmente vive a Oxford. Con Nel profondo, il suo esordio, all’età di ventisette anni è stata la più giovane scrittrice in assoluto a entrare nella shortlist del Man Booker Prize.

Materiale fornito dalla casa editrice

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