Recensione: “Non ci salveranno i melograni”

Cari accaniti lettori, sempre in cerca di nuove stimolanti letture per impinguire la propria libreria e la propria mente, quest’oggi vogliamo consigliarvi un romanzo che si è rivelato una piacevole scoperta e che ci è entrato dentro, Non ci salveranno i melograni di Maristella Lippolis, sullo sfondo della guerra nei Balcani è in grado di coniugare riflessioni profonde quanto dure e quella placida piacevolezza che non dovrebbe mai mancare in ogni buona lettura. In un’epoca come la nostra, dove continuano a infervorare movimenti nazionalisti immemori, leggere un’opera simile che ne tratta le conseguenze risulta un atto necessario.

Non ci salveranno i melograni

Maristella Lippolis

Editore: Ianieri
Collana: Notturni
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 10 gennaio 2019
Pagine: 185 p., Brossura
EAN: 9788894890648

Recensione a cura di Rosa Zenone

Un’isola della Dalmazia nel 1991, nei giorni che precedono lo scoppio della guerra nei Balcani. Una donna che trasforma il tempo della vacanza in un viaggio dentro la propria vita. Un uomo che deve scegliere da che parte stare e quale senso dare alla propria esistenza.
Non ci salveranno i melograni racconta del momento in cui per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale in Europa si sono affermati i nazionalismi; di come una guerra fratricida abbia sconvolto le geografie e le anime, e delle ragioni di chi allora ha scelto di non arrendersi.

Al centro del romanzo vi è la decisione di Laura, un’avvocata italiana, di intraprendere un viaggio che la condurrà a Soline, un’isola della Dalmazia, proprio dal suo approdo prende inizio la storia. Ciò avviene in medias res provocando quindi in un primo momento un senso di disorientamento e smarrimento. Nessun preambolo e pochi accenni trasportano il lettore direttamente nella storia, apprendendo di più in contemporanea al lento fluire delle parole, sempre soppesate e in grado di svelare gradualmente. Un’opera in cui è necessario calarsi e immedesimarsi, fino a rimanerne avvinghiati.

Il tema del viaggio assume una rilevanza precipua, intendendolo non come pura vacanza di evasione bensì come occasione per immergersi in se stessi, conoscersi e ritrovarsi.

“Scrivere può essere pericoloso? Forse lo è, ma mi fa sentire più accanto a me stessa di quanto non sia mai stata prima. Ma in fondo sto bene. Non ho grandi dolori da dimenticare. Piuttosto tante piccole infelicità che si sommano. Piccole scosse di assestamento a cui ho imparato a fare fronte. Scrivere la sera, prima di spegnere la luce, è un po’ come addormentarsi dopo aver detto le preghiere. Angelo custode madonnina mia proteggimi tu. Ma da cosa? Qui le notti sono così buie, ma piene zeppe di stelle. Come tutti questi pensieri che mi si affollano in testa e non riesco nemmeno a trascriverli per quanti sono. Ho anche visto la Via Lattea, e non mi succedeva da tanto.

Laura non solo ha deciso di recarsi in un posto sul mare, silenzioso e solitario, di cui non padroneggia la lingua, ma anche di appuntare le proprie riflessioni e impressioni su un quaderno, da ciò ne deriva un’esaltazione della scrittura quale atto catartico.

“È stupefacente come la scrittura sia capace di compiere questo genere di miracolo, far riaffiorare alla coscienza pensieri che non sapevi nemmeno di avere e che se ne stavano lì nascosti in qualche angolo buio, troppo difficili per essere pensati. Ora che sta accadendo bisogna dare loro spazio e ascolto.”

L’impianto narrativo è un vero capolavoro, variegato quanto incisivo. La narrazione si alterna su diversi livelli, sia quello eterodiegetico che omodiegetico, alla voce fuori campo che narra le vicende si aggiunge la voce di Laura che riversa su carta la propria interiorità attraverso profondi e seducenti soliloqui. Quest’ultima inoltre si erge, assieme a quella degli altri personaggi, anche sotto forma di epistole.

La sua trasferta non solo le permetterà di far luce sulla propria esistenza ma anche di toccare con mano ciò che sta succedendo in un’altra parte d’Europa, ciò attraverso la conoscenza di alcuni personaggi altamente espressivi e affascinanti.

“Dopo un po’ era comparsa una donna dall’età indefinibile, asciugandosi le mani nel grembiule allacciato in vita. Le aveva chiesto con poche parole pronunciate in un italiano stentato se desiderava qualcosa: pane, vino, pesce, pomodori (…) davanti a un piatto di pomodori con anelli di cipolle e olive, accompagnato da un grande bicchiere di vino bianco freddo dal sapore resinoso e pane profumato, perfetto da inzuppare nell’olio abbondante che condiva i pomodori. Laura mangiava lentamente, perdendosi con lo sguardo dentro gli scogli, nell’odore di alghe che si disfacevano al sole, e immersa nel frinire ipnotico delle cicale che sembravano essere ovunque. Dopo qualche tempo, trascorso in una sorta di incantamento, la donna era tornata reggendo con due mani un tegame in cui era adagiato un grosso pesce e lo aveva posato sul tavolo con un gesto solenne. Scorpena, aveva detto indicando lo splendore della carne soda e rosata, e la pelle color rosso vivo. Mentre Laura mangiava la donna si aggirava lì intorno sbrigando piccole faccende e indirizzandole ogni tanto occhiate curiose. Poi si era seduta, e con un sorriso imbarazzato indicando sé stessa aveva pronunciato Vera. Lei aveva risposto Laura, sorridendo a sua volta.”

Vera è una donna autoctona presso la quale pensionerà Laura, da subito si dimostra cordiale e gentile con la forestiera. Subito le serve un pasto e tale gesto sembra quasi ricalcare l’insegnamento evangelico. Il cibo è sempre descritto in modo così minuzioso da suscitarne il gusto, la luce così puntata evidenzia come possa essere un atto di condivisione e di unione, al di là delle differenze. Ma non solo il cibo rompe le barriere culturali e linguistiche, ma anche le azioni della routine quotidiana e i gesti adeguati ad esprimere concetti universali. In questo modo le due donne comunicano pur senza conoscere l’una la lingua dell’altra.

Altro personaggio che interviene nella trama è Goran, il figlio di Vera, insegnante che vive in città sulla terraferma e che si reca dalla madre grazie alle proprie abilità marinaresche. Con lui Laura riuscirà a dialogare poiché conosce l’italiano, le loro conversazioni sono quasi le uniche all’interno del testo. Il clima delineato potrebbe apparire quello di un’oasi paradisiaca, ma nonostante la routine rassicurante si percepisce inquietudine, questa si disvela principalmente attraverso le parole di Goran. 

«Ma cosa sai tu di questo posto, di cosa stai parlando, qui non c’è tranquillità e nemmeno armonia; una volta forse, ma ora non più. Non sapete niente di noi, e non vi interessa quello che ci sta succedendo; ma lo sai che a poca distanza da qui è iniziata una guerra? Non si vede, ma è anche qui in queste isole che ti sembrano così tranquille; porta via le persone in silenzio, di notte, quando tutti dormono, e chi stava tornando a casa non torna più. È una guerra che non si sa di preciso come è cominciata, che nessuno ha dichiarato, ma di sicuro nessuno può dire come e quando finirà».

Siamo nel 1991, all’inizio di quella guerra che dissolverà la Jugoslavia dopo averne bagnato il suolo con sangue fratricida nell’incuranza del resto del mondo. Con tatto e acume ne vengono evidenziate le cause e la loro assurdità, poiché pongono quali nemici uomini che fino a quel momento avevano vissuto a stretto contatto incuranti delle proprie differenze.

«Secondo me è bello essere diversi, penso che sarebbe noioso se fossimo tutti uguali, tutti con lo stesso carattere e gli stessi sogni. (…) Alla maggior parte delle persone normali delle origini di questo e di quello non importava niente, e nemmeno delle proprie, ora sono cose di cui bisogna andare fieri, altrimenti ti guardano con sospetto. Anche la storia è guardata con sospetto, allora è meglio riscriverla, i nostri governanti hanno pensato. E così sono cambiati i libri di testo, episodi cancellati e altri raccontati in un modo nuovo. Anche i nomi delle strade e delle piazze hanno avuto lo stesso destino, da un giorno all’altro sono cambiati gli eroi nazionali. È stato cancellato tutto quello che ci poteva ricordare il tempo in cui non ci odiavamo gli uni con gli altri, quando eravamo un solo Paese. Ora siamo diventati un altro Paese con un’altra storia. All’inizio sembrava una cosa troppo stupida, da non valere nemmeno la pena di protestare. Poi è stato troppo tardi».

Trapela tutta la folle e fanatica irrazionalità dei nazionalismi che tendono a voler inficiarsi nella storia e a disunire le persone, senza alcun rispetto per l’altro in nome di un’auspicata sovranità culturale, etnica e politica. Una vicenda storica che dovrebbe essere in grado di far riflettere, oggi più che mai dinanzi al sorgere di movimenti nazionalisti. La storia non si può cambiare, ma può lasciarci insegnamenti per non reiterarla nuovamente, inutile sperare in simboli propizi e augurali, spetta solo a noi uomini evitare simili eventi sciagurati.

«Da noi si dice che il melograno è una pianta che porta fortuna, simboleggia ricchezza e prosperità. Ne ho visti molti anche sull’isola. Anche voi dite così?»

«Se bastassero i melograni saremmo un popolo molto fortunato, da queste parti ce ne sono in abbondanza lungo tutta la costa e sulle isole. Ma non saranno sufficienti a salvarci, quando sarà il momento».

Gli effetti degli scontri sono filtrati principalmente attraverso l’ancoraggio e l’influenza che hanno avuto su Vera e Goran, ciò assicura una trasmissione potente che oltrepassa la carta e gli anni. La trama è incentrata su un numero esiguo di personaggi: Laura, Goran e Vera, altri vi fungono meramente da comparse. Tale scelta indirizza massima concentrazione su loro tre e li rende tutti estremamente introspettivi. Di loro man mano viene mostrata l’inclinazione caratteriale, gli stati d’animo, le idee e gli eventi funesti che ne hanno segnato l’esistenza. Non sono personaggi in carne, ma di anima.

Lo stile è accorato, in alcuni tratti soave e tenue mentre in altri raggiunge l’apice della tensione. L’andamento mansueto del libro stride con lo sfondo bellico arrivando a un crescendo dove il secondo si impone con maggiore vigore, leggendo se ne avverte la fragorosa esplosione. L’abilità della penna dell’autrice si manifesta inoltre nelle sue descrizioni suggestive di luoghi e di emozioni. A rendere ancor più vivide le vicende si aggiunge la predilezione per l’uso del presente, che sembra porle su un piano contemporaneo a cui è possibile assistere.

Non ci salveranno i melograni è un’opera scritta accuratamente e con sensibilità di spirito, un’opera che non può e non deve passare inosservata.

Maristella Lippolis

Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista «Tuttestorie», diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Vincitrice del Pre­mio Piero Chiara 1999 con la raccolta La storia di un’altra, in seguito ha pubblicato i romanzi Adele né bella né brutta (Edizioni Piemme, 2008), finalista al Premio Stresa 2008, Una furtiva lacrima (Edizioni Piemme, 2013) e Raccontami tu (L’iguana editrice, 2017). Collabora con la rivista «Leggendaria», il «LetterateMagazine», il Magfest.

Materiale fornito dalla casa editrice

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