Recensione: “Rosa Tea” di Sonia Milan

Bentrovati Lettori,
oggi desidero con tutto il cuore consigliarvi un romanzo dove amore, storia e mistero si combinano armoniosamente e che, ne sono certa, vi sorprenderà e vi terrà incolati alle sue pagine, esattamente come ha fatto con me : “Rosa Tea” di Sonia Milan.

Rosa Tea

Sonia Milan

Editore: Bibliotheka Edizioni
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 25 giugno 2019
EAN: 9788869345746

Recensione a cura di Francesca Simeoni

Nel Roseto Comunale di Roma compare spesso una fanciulla diafana e inquieta, che si aggira infagottata in abiti ottocenteschi, cercando disperatamente notizie del suo amante perduto. Potrebbe trattarsi davvero di un’anima vagante e senza pace, come tutti gli indizi portano a supporre? È ciò che cercherà di scoprire Tommaso Porta, lo scettico direttore del famoso giardino romano, affiancato da Tea De Sanctis, professoressa di Storia dell’Arte. Incastonato nella narrazione, si snoda il ricordo del passato, con la ricostruzione della tragica storia d’amore tra Anna Venezian, sartina ebrea, ed Antonio Salimei, rampollo aristocratico. Il ritrovamento di un antico diario porterà il lettore a ritroso nel tempo, per calarsi nell’atmosfera del ghetto di fine Ottocento, all’epoca della cosiddetta Emancipazione ebraica.

“…Sapesse lei come batte il mio cuore, con un sorriso ne lenirebbe la pena, e sollevato ne sentirei la dolcezza, la gioia mescolata al dolore. Come un toscano perduto in Lapponia, tra le nevi, pensa al suo dolce Arno, così sarà lei per me in eterno l’aura della mia memoria.” John Keats

Il racconto inizia così, con una bellissima poesia di John Keats che rappresenta appieno il valore della storia che viene narrata: la storia di Rosa Tea e della sua famiglia dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri tra amori travolgenti, di quelli che stravolgono la vita e le convenzioni sociali e per cui vale la pena lottare contro tutto e tutti, e misteri irrisolti che chiedono prepotentemente di essere svelati.

“Ghetto ebraico di Roma, 30 maggio 1933 Lea Venezian si svegliò di soprassalto, nel bel mezzo della notte. Rimase immobile, ansimando, con un rivolo di saliva che le colava dalla bocca e gli occhi fissi e spalancati nel buio. Era spaventata per il battito rapido del suo cuore, così rumoroso che lo sentiva rimbombare fin nelle orecchie. Le pareva di non riuscire a respirare bene. Le pulsavano le tempie e sudava copiosamente. Non capiva se tutto ciò fosse dovuto all’ansia o avesse un infarto in corso. L’aveva sognata di nuovo. Forse Anna voleva comunicarle che le rimanevano soli pochi giorni per raccontare la verità. … Anna era tornata ad apparirle in sogno, come ogni notte in quell’ultima settimana. Non ricordava molto, se non che avesse indosso la sua gonna più bella e una rosa color malva appuntata tra i capelli. Lea deglutì, le pareva di rammentare che una sera di Carnevale era veramente tornata a casa con un fiore simile intrecciato nello chignon. Era bellissima, allora, con le guance rosse, chiazzate dal freddo, lo sguardo brillante e pieno di vita. Lea strinse i denti, una lacrima rotolò furtiva sulla guancia rugosa al ricordo della sorella minore, morta tragicamente tanti anni prima. …. Ora che la sua esistenza era quasi giunta al capolinea, capì quanto la vecchiaia avesse il potere di ampliare all’ennesima potenza ogni emozione vissuta. Ogni ricordo appariva più struggente, ogni volto più amato, anelato,rimpianto.. Ultimamente, le pareva di vederla ovunque. L’esistenza, evidentemente, le stava comunicando qualcosa. Aveva sempre avvertito, in fondo al cuore, il bisogno di raccontare alla figlia tutta la verità, ma Davide l’aveva sempre dissuasa… Aveva impulsivamente deciso che, dopotutto, la sua tomba l’avrebbe preferita sgombra dai fantasmi del passato. Si ripromise che avrebbe trascorso il poco tempo che le rimaneva a riportare con meticolosità su carta ogni avvenimento accaduto in quel lontano 1893. Per liberare se stessa, ma anche perché sarebbe stata l’eredità più grande che avrebbe potuto lasciare a Tea: un diario con la storia di Anna”

La narrazione parte da questo urgente bisogno di verità e accompagna il lettore in un’ atmosfera da cui difficilmente riesce ad allontanarsi, in un costante viaggio tra realtà, soprannaturale, ricordi e segreti.

Protagonista è Tomaso Porta, nuovo delegato alla gestione del Roseto di Roma, sposato con Michela e padre di Lorenzo; biologo e botanico la cui vita si svolge nell’ordinaria quotidianità sino all’incontro con una misteriosa donna che stravolgerà completamente la sua esistenza:

“Con discreto sconcerto, si accorse che, in prossimità delle panchine accanto alla fontana del delfino, si era seduta una donna. Se ne stava dritta e rigida, come se indossasse un corsetto, vestita in maniera bizzarra, con una lunga gonna nera che arrivava a sfiorare il pavimento ed una camicetta bianca, piena di volant, chiusa da un gran fiocco sul davanti, su cui era appuntata una spilla verde, ovale, con un elefante a rilievo. Volgeva lo sguardo all’orizzonte, una massa di capelli castani le scendevano in boccoli ordinati sulle spalle e riflettevano i raggi del sole nascente. Tommaso notò che tra le mani stringeva un curioso cappellino di foggia ottocentesca. La solita turista stravagante, pensò, probabilmente inglese, che si era intrufolata di nascosto. … Sbuffò tra sé e, nel mentre, andò a precisare: «Signora, il roseto è aperto al pubblico soltanto a partire dalle nove del mattino.» D’istinto volse lo sguardo al cancello di ingresso per i visitatori, notando che era comunque ben chiuso con il lucchetto. Aveva addirittura scavalcato la recinzione? Tornò di nuovo ad osservare la donna, lei stavolta lo ricambiò. Le sue pupille erano di un particolare color ambra e, come i lucenti capelli, parevano catturare la luce dorata del mattino. La carnagione era chiarissima, quasi traslucida. Il naso leggermente a punta era perfettamente intonato all’ovale del viso e alle labbra rosa e delicate, a forma di cuore. Tommaso deglutì, la bellezza particolare e struggente di quel volto dia-fano gli fece mancare un battito”

Da qui parte un’incessante ricerca sull’identità e la storia della misteriosa donna e sulla sua affascinante antenata, Rosa Tea, conosciuta per caso e in un lampo amata da Tommaso come mai nessun’ altra donna prima.

Si intrecciano così la storia d’amore dolcissima e triste tra una bellissima ragazza, figlia di bottegai ebrei, con un ricco cristiano, e quella nascosta e adulterina tra Tommaso e l’affascinante Tea, sapientemente intrecciate sino all’inaspettato finale con interessanti parentesi argomentative e descrittive sulla religione, sul trascendentale, sulla storia d’Italia e di Roma e sulle sue bellezze artistiche.

“In tarda mattinata, Tommaso si dedicò, come si era ripromesso, ad approfondire la storia del roseto della capitale. Così come per tanti luoghi suggestivi della città eterna, quello spicchio di terreno sull’Aventino aveva origini affascinanti da raccontare, che affondavano le loro radici ben 38 a ritroso nel tempo. Già nel III secolo a.C., nell’area che attualmente ospitava il concorso internazionale di rose, coincidenza alquanto singolare, vi era sorto il tempio di Flora. Era stato Tacito, nei suoi Annales, a descriverne l’esistenza, perché nei secoli ogni traccia murale del sito era andata distrutta. Dal 28 aprile ai primi di maggio di ogni anno, vi si erano tenute le celebrazioni per ringraziare la dea romana dei fiori, chiamate Floralia ed in seguito Ludi Florales. Un inno alla primavera, al risveglio vegetativo ed a Colei che rappresentava ciò che tutto fiorisce. Più inquietante fu scoprire che in seguito, dal 1645 fino al 1934, quel terreno aveva ospitato un cimitero ebraico. Durante la Seconda guerra mondiale la zona fu occupata da “orti di guerra”, per poi rimanere inutilizzata fino al 1950, quando il Comune, con l’autorizzazione della Comunità religiosa, decise di ricreare il roseto in quel luogo ormai incolto di fronte al Circo Massimo. La collocazione originaria di circa trecento esemplari di rose, sul Colle Oppio, era purtroppo andata distrutta nel conflitto. L’antica destinazione fu ricordata nella progettazione dei viali che dividevano le aiuole, che formano il disegno di una menorah, il candelabro ebraico a sette bracci. Ai due ingressi venne posta una stele con le Tavole della Legge di Mose, sempre a commemorazione e ricordo della sacralità del luogo. Anche i cipressi più alti, attualmente svettanti a valle del roseto, erano quelli che piantarono nel vecchio cimitero. Le ricerche di Maurizio Boni accludevano alcune rare fotografie dei primi del ‘900. Tommaso venne a conoscenza dell’esproprio dell’ex cimitero da parte del Governatorato di Roma, nel ’34, e di quanto i lavori di esumazione e spostamento delle salme nel nuovo spazio del Verano furono eseguiti in maniera approssimativa e superficiale. In piena epoca fascista, c’erano  state da ultimare in fretta le opere stradali per l’anniversario della marcia su Roma. Era stata prevista una sfilata di atleti sulla nuova strada che avrebbe collegato via della Greca a viale Aventino. Tantissimi furono quindi i corpi lasciati al loro riposo eterno sotto il livello stradale, su cui attualmente sorgeva il roseto. Quel trasloco delle salme aveva rappresentato un vilipendio gravissimo per la millenaria tradizione ebraica, che vietava la sepoltura sopra terra, a fior di terra, la sovrapposizione di cadaveri e, soprattutto, le esumazioni. Fin dal 1895, quando non fu più possibile seppellire i defunti al cimitero dell’Aventino, per evitare l’ingiuria di dover sottostare alle leggi comunali, che prevedevano la rimozione dei corpi dopo un certo numero di anni, gli ebrei più abbienti si erano affrettati ad acquistare tombe di famiglia. Non avrebbero mai potuto lontanamente immaginare che, circa quarant’anni più tardi, sarebbe stato manomesso addirittura un intero cimitero ebraico”

Nulla di più dirò sulla trama di questo incredibile romanzo, che va scoperta nello scorrere del racconto e nell’incalzante ritmo costruito dall’autrice…ogni mia ulteriore parola rischierebbe di distruggerne la magia.

Molto invece vi è da dire sullo stile e le scelte narrative dell’autrice.

La narrazione, estremamente fluida nonostante i repentini passaggi temporali e lo stile lineare rendono la lettura di queste pagine gradevole e trasportano sapientemente il lettore in atmosfere e tempi lontani con la stessa facilità con cui chi legge si strugge  ancora per i mancati mondiali del 2018, sconfitta che fa da sottofondo alla storia quando si torna ai nostri giorni.

Caratteristica è la capacità di Sonia Milan di delineare tutti i personaggi che inserisce nel suo racconto e  non solo quelli principali; di tutti conosciamo il nome, la vita, i sentimenti e i pensieri anche quando a loro sono dedicate solo poche righe o poche parole. Il medium sensitivo Franco Morelli, il figlio e la compagna del protagonista, gli amici storici dello stesso, pur essendo figure secondarie sono ben disegnate e non passano assolutamente inosservate, anzi risultano parte essenziale della storia esattamente come i protagonisti, quasi che se non ci fossero il romanzo potrebbe apparire incompleto.

Ciò che più mi è piaciuto in questo libro, che ho adorato in tutto, nella storia, nelle ambientazioni, negli escamotage narrativi dell’autrice, è stata la capacità della stessa di presentare l’amore più classico, quello che deve lottare per vincere, quello che va contro corrente in modo estremamente moderno, per nulla scontato e così reale da sembrare il proprio. Ho amato il mistero che piano piano si dipana sino alle rivelazioni delle ultime pagine e la capacità di portare chi legge a non dare nulla per scontato, a mettere in dubbio ogni verità sino a quando la stessa non viene finalmente svelata.

Che dire: leggetelo, vi prego leggetelo, non ve ne pentirete!

Materiale fornito dall’autore

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