Recensione: “Sangue sporco” di Enrica Aragona

Cari amici lettori, oggi vogliamo parlarvi del romanzo Sangue Sporco di Enrica Aragona, libro che, attraverso la sua protagonista, ci accompagna nel degrado dei quartieri popolari romani degli anni ’70 e ne espone le problematiche interne.

Sangue sporco

Enrica Aragona

Editore: Corbaccio
Collana: Narratori Corbaccio
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 23 maggio 2019
Pagine: 288 p., Rilegato
EAN: 9788867005864

Recensione a cura di Rosa Zanone

La protagonista, Scilla, classe 1974, si reca ad acquistare una torta di compleanno da portare su una tomba, per riappacificarsi finalmente con la persona che vi giace. Scilla è una ragazza madre, vive da sola con sua figlia Serena, avendo troncato con il padre di quest’ultima prima ancora che nascesse. Scilla finge che l’uomo sia morto, ma le menzogne con la figlia non potranno durare in eterno. La vita della protagonista continua a essere influenzata dal suo passato, un passato difficile e pesante. Ella, infatti, ha vissuto nel Quadrilatero 3 di Isola Nuova, un quartiere popolare di Roma. Tale domicilio, da un’iniziale parvenza di svolta positiva, in realtà l’ha posta in rapporto con un mondo duro e degradato, abitato da tutta una serie di tipologie di persone corredate da serie problematiche. Le persone che frequenta in quegli anni appartengono tutte a quell’ambiente. Lì conosce la sua migliore amica dell’epoca, Natalina, ma soprattutto la spregiudicata e difficile Renata, verso la quale prova un’attrazione irresistibile e profonda. Scilla ormai vive in un altro quartiere, ma non basta fuggire da Isola Nuova per rimuovere il proprio passato, esso continua a inficiare il presente ed urge la necessità di farvi i conti…

“Ventuno anni, undici mesi e diciotto giorni.

Il tempo che mi è servito per accettare che non ci sia stato nessun lieto fine, che nessuno sia vissuto felice e contento. Il tempo trascorso a condannare te soltanto per assolvere me stessa, a incolparti di peccati che non avresti più potuto scontare, come se tutto questo servisse davvero a sentirmi innocente. Come se rimanere sprangata dentro al mio rancore ripetendomi mille e mille volte ‘passerà’, sapendo che non sarebbe passato proprio niente, servisse davvero a stare meglio. Finalmente però è arrivato il momento in cui ho capito che per stare meglio dovevo liberarmi di te, e che c’era un solo modo per farlo: perdonarti.”

L’incipit del libro immediatamente ci pone in uno scenario apocalittico privo di lieto fine e redenzione. Ma nonostante il clima delineato subentra il perdono, unica strada per liberarsi finalmente dai propri tormenti e dal proprio passato tortuoso.

La narrazione è condotta in prima persona dalla protagonista Scilla, che ci racconta la propria storia attraverso numerosi flashback. Il piano del passato e quello del presente sono ravvicinati e accostati nella narrazione, seppur distinti. I capitoli si susseguono alternandosi sui due piani temporali, distinguendoli tramite la denominazione. Le vicende recenti sono riportati attraverso numerazione, quelle ormai lontane invece richiamano l’anno in cui sono avvenute, entrambe procedono in ordine crescente creando due filoni narrativi in avanzamento all’interno, scissi ma ricollegati.

“Isola Nuova, agglomerato urbano a sud di Roma che iniziava dove la città finiva, era ancora un cantiere a cielo aperto ingombro di terrificanti scheletri di cemento e stradine senza uscita, tutte da asfaltare. Ma in quel momento per noi era il posto più bello del mondo, perché lì c’era la promessa che mio padre aspettava da una vita: la casa popolare.”

È il 1978 quando Scilla e la sua famiglia si trasferiscono a Isola Nuova, ciò inizialmente appare come un sogno, poiché finalmente l’aspirazione di avere una casa è stata colmata. Il libro si pone sulla scia dei romanzi di Pasolini, non solo per la scelta degli scenari e dei personaggi ma per gli stessi sentimenti provati. Ad esempio, lo stesso senso di orgoglio e appagamento per aver ottenuto finalmente la casa popolare è di pasoliniana memoria.

“Gli ultimi edifici erano ancora in costruzione, eppure Isola Nuova era già diventata una malattia incurabile, un embolo di degrado nelle arterie di una città che per non sentire dolore voltava la testa dall’altra parte. Migliaia di anime, molte delle quali abusive, parcheggiate in un ingorgo di cemento e lamiere dove, se volevi campare tranquillo, ti dovevi tappare occhi, orecchie e bocca, e farti gli affari tuoi. Non era così che doveva andare. (…) Tutto ciò che di bello mio padre aveva visto sul progetto del Comune era rimasto incastrato tra le utopie degli architetti e le maglie della politica, trasformando un quartiere da sogno in una tagliola d’asfalto. Le Passerelle, concepite come raccordi sociali, simboli di innovazione e funzionalità, divennero ben presto dei ponti levatoi che non si alzavano mai, perché proteggevano una realtà scomoda: quella degli sfrattati, dei rifiuti umani. Degli sconfitti. La realtà di quelli come noi. Il sogno crollava giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, assieme agli intonaci dozzinali delle nostre case popolari. Ma su una cosa mio padre aveva avuto ragione: la nostra vita sarebbe cambiata. Perché a Isola Nuova non potevi vincere: a Isola Nuova perdevi, e basta. “

Ma il sogno di una casa e di una conseguente vita migliore crolla presto. Il quartiere popolare è diverso da ciò che si prospettava, tutte le attività che vi dovevano sorgere non vi sono, Isola Nuova è solo un posto di alienazione ed emarginazione, dove non vi è alcuna speranza di miglioramento per coloro che vi abitano.  Ben presto Scilla scoprirà quanta sofferenza le rivelerà vivere in un posto simile, dilaniato dalla violenza e dalla droga.

“Sentivo che qualcosa mi era rimasto dentro, incastrato in qualche parte di me che non sapevo bene dove fosse; perché ci sono notti più nere di altre che diventano ferite per cui non esiste cura e che, nonostante il tempo, non cicatrizzano mai. Tornano a trovarti anche a distanza di anni, all’improvviso, e ti fanno male proprio come allora.”

Scilla si trasferisce con il padre e la moglie Paola e con le due sorellastre, Monica e Caterina.

“Ero una marmocchia di appena quattro anni, eppure avevo già chiaro in testa che qualcosa mi rendeva diversa da Monica, e anche da Caterina, che comunque era ancora troppo piccola per rivendicare i suoi diritti. Loro erano figlie di Paola, la moglie di mio padre, io invece no. Non sapevo bene cosa fossi, in realtà; sapevo solo che la mia vera madre si chiamava Daniela e che io avevo gli occhi come i suoi, tanto verdi e tanto profondi che se ci guardavi bene dentro ci vedevi il mare. Per il resto, Daniela era soltanto una specie di santuario invisibile dove nessuno poteva andare a pregare. Nemmeno io.”

La protagonista non ha mai conosciuto la madre e ignora i dettagli della sua esistenza. Alla vita in uno scenario difficile, si somma anche la mancanza di un punto di riferimento e di sostegno in famiglia. La distanza col padre è sottolineata dal riferirvisi tramite il nome proprio di Tony e non appellandolo tramite il legame di parentela. I rapporti con la matrigna diventano ben presto tesi, portandola a subire numerose e violente percosse ignorate da Tony.

“Quel 13 maggio 1981 il mio naso per fortuna non si era rotto, ma rimontai sul vecchio Ciao con un occhio bendato e due costole che mi facevano vedere le stelle a ogni respiro. Il medico aveva raccomandato a Tony di farmi stare a riposo un paio di giorni. Mio padre aveva fatto spallucce, poi mi aveva comprato una pastarella alla crema e mi aveva riportata a casa, dove nessuno accennò più all’episodio. Tutti parlavano solo dei tre litri di sangue persi dal Papa durante l’intervento al Gemelli; del mio, di sangue, non gliene fregava un cazzo a nessuno. D’altronde il mio sangue non era come il loro. Era sangue sporco.”

Ben presto Scilla realizza che la differenza che notava tra lei e le sorellastre, fosse inerente il sangue. Il suo era sporco, vi era una colpa non commessa che lo insozzava, un’eredità genetica di cui era inconsapevole e che le gravitava sul capo.

Appena giunta nel nuovo quartiere, la protagonista conosce Renata, un paio d’anni più grande di lei. Già dal loro primo incontro si deduce la stravaganza di Renata, il cui ingresso avviene strisciando a terra. Renata ha un’esistenza difficile e precaria, caratterizzata da morte e droga alle spalle.

“Mi faceva male la sua famiglia, la sua storia, mi faceva male tutta la sua vita, così sfasciata e ricucita già troppe volte in soli tredici anni. (…) la guardavo con l’affanno in gola e il cuore strizzato, per la prima volta ammisi a me stessa che quello che provavo per Renata era già molto più grande di me, e mi faceva un male cane. Qualcosa mi diceva che dentro avevo un non so che di sbagliato, di sbagliatissimo, sporco e stupido. Ma qualcos’altro rispondeva che no, non c’era proprio niente di sbagliato, perché Renata era una ragazzina come me e io volevo solo esserle amica. (…) Perché davvero mi faceva male quel suo essere sfuggente, mi dava l’impressione di non riuscire mai ad acchiapparla davvero. A volte la guardavo e avevo paura persino di toccarla perché temevo che sarebbe andata in mille pezzi soltanto sfiorandola; sotto la giacca di pelle che indossava sempre, anche quando il freddo ti tagliava in due o il sole ti bolliva le viscere, le potevo contare le ossa per quanto era magra. E se Renata si fosse distrutta in mille pezzi io non avrei più potuto vivere, a meno che non li avessi rimessi assieme, uno per uno, fino a ricomporla esattamente com’era.”

Scilla la ricerca e desidera esserle amica, ben presto però la sua simpatia si trasforma in una potente calamita che l’attrae e lega a Renata. Ben presto quella che sembrava essere un’amicizia dimostra in realtà celare un sentimento più profondo.

“Mi faceva male, Renata, ma quando era accanto a me Isola Nuova non era più la borgata grigia e terrosa di sempre, era il posto più bello di un mondo che si colorava in un attimo e non l’avrei scambiato con nessun altro, nemmeno con uno di quei quartieri dove le signore andavano in giro in pelliccia e non dicevano parolacce.”

Alle scontate difficoltà che pone la società nel vivere un amore omosessuale, si sommano anche le complicazioni di aver a che fare con una persona difficile come Renata. Il loro amore, sviluppato in un continuo rifuggirsi e ritrovarsi, è un amore nel quale lasciarsi andare potrebbe divenire sinonimo di inferno e perdizione.

“Perché quando incontro i fantasmi che un tempo erano i miei amici, oggi consumati da una vita trascorsa nel ghetto, il senso di colpa mi aggroviglia le budella. Mi guardano come se fossi io quella sbagliata, quella che ha tradito, che li ha abbandonati per una vita migliore. Non sanno che per me l’Isola è una ferita che non cicatrizza, una nostalgia a cui non posso nemmeno dare un nome. Perché per quanto squallida sia, per quanto schifo faccia, per quanto io abbia provato a dimenticarla, rinnegarla, cancellarla, Isola Nuova è casa mia. È la madre che non ho mai avuto, il posto malato che mi ha adottata senza chiedermi nulla in cambio e mi ha resa parte di qualcosa, anche se quel qualcosa è un inferno dove non arriva mai nessun angelo a salvarti, dove guarire è impossibile. Perché l’inferno non guarisce, non cura. L’inferno ti uccide, e basta.”

Sangue sporco è un libro carico, un turbinio di tormenti e angosce. All’interno predomina un’atmosfera tetra e grigia, la scenografia di Isola Nuova è descritta nel suo triste squallore di grigiore di cemento. Nessun tentativo di edulcorazione né tracce di idillio, la realtà del posto è ritratta in tutta la sua cruda e reale rabbia.

In alcuni tratti il ritmo appare lento ma tende a risalire rapidamente. Un libro devastante e graffiante, di vicende forti e vivide in uno scenario di disperazione e desolazione. La tensione all’interno si scatena con furia e vi trascina con prorompente forza il lettore.

Enrica Aragona

Enrica Aragona nasce a Roma nel 1978. Lavora in un’azienda farmaceutica e scrive da sempre, soprattutto racconti che sono stati pubblicati in varie antologie.

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