Recensione: Un’ amica quasi perfetta

Amici lettori, oggi parleremo del quinto thriller psicologico di Barbara Copperthwaite, un libro ricco di suspense e adrenalina.
“Menzogna” è la parola chiave per identificare “Un’amica quasi perfetta”, un’opera che confonde il lettore ma che al contempo lo mantiene succube di questa aggrovigliata narrazione. 

Un’ amica quasi perfetta

Barbara Copperthwaite

Traduttore: Jacopo Palladini
Editore: Newton Compton
Collana: Nuova narrativa Newton
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 30 maggio 2019
Pagine: 334 p., Rilegato
EAN: 9788822730299

Recensione a cura di Francesca La Piana

Mi chiamo Alex e il mio mondo è appena andato in frantumi. Mio marito mi ha lasciata, i miei figli si rifiutano di parlarmi… Niente tornerà mai più come prima. Fatico persino a riconoscere me stessa. C’è solo una persona che mi dà coraggio: Carrie. È la migliore amica che si possa desiderare, l’unica di cui mi fido, la sola persona al mondo a cui posso rivelare i miei segreti. Da quando ci siamo conosciute in un gruppo di sostegno, abbiamo capito che le nostre solitudini potevano finalmente trovare un po’ di sollievo. Carrie non ha molto tempo a disposizione, ma io intendo fare in modo che i giorni trascorsi con me siano i migliori di tutta la sua vita. Perché lei è la cosa più preziosa che ho e non mi farebbe mai del male. E se mi sbagliassi?

“Un’amica perfetta” è un magistrale thriller psicologico, in quanto tale e considerata la sua struttura complessa sarebbe riduttivo riassumere l’impeccabile narrazione, trama che fa da sfondo ai delicati temi trattati dall’autrice.

Gli argomenti di elevato spessore che analizza Barbara Copperthwaite sono: Manipolazione, bugie, malattia, solitudine e bisogno di accettazione.

Un libro tutto al femminile, due le protagoniste di questo affascinante racconto, Alex e Carrie; donne, ragazze, madri e figlie abusate, calpestate: muoiono e rinascono, ma con espedienti fittizi.

Le due giovani donne vivono all’apparenza una vita ineguale, il caso vuole che le loro strade s’incrocino; nasce un’amicizia, un rapporto pericoloso che condurrà le due nel profondo abisso dell’inganno, quello che si diffonde dovunque, un veleno che corrompe, contamina, uccide tutto quello con cui viene a contatto.

Inizia tutto con piccole innocenti bugie. Che poi si sono trasformate in una vera e propria patologia che ha cancellato ogni cosa, sfuggendo a qualsiasi controllo.

Alex e Carrie hanno creato attorno a sé una realtà di bugie, di false identità; manipolano chi sta loro accanto ed entrambe credono d’intrappolare l’altra in una gabbia di menzogne: la narrazione si snoda così, tra segreti, imbrogli e piani machiavellici; ma cosa spinge le due a creare un’esistenza utopica?

Il dolore, la sofferenza e il bisogno d’amore.

Carrie scappa da sé stessa rubando identità a chi incrocia la sua strada, desidera con tutte le sue forze vivere una realtà diversa dalla sua; corre dietro ad aspettative dettate dalla necessita di sentirsi parte di qualcosa per riuscire a colmare quei vuoti che la fanno sentire inadeguata.

Il corpo di Alex è trafitto dagli artigli del senso di colpa, una perfezionista autoconvinta di aver fallito completamente, si punisce digiunando. Un’anoressica che trova pace nel supervisionare il cibo per colmare il suo bisogno d’amore.

Due donne che si nascondono in un mondo di fantasia perché la realtà che vivono è troppo spaventosa da sopportare, due amiche che raccontano frottole anche a sé stesse.

Del resto, alcune delle bugie più grandi che la gente racconta, se le racconta da sola.

Le protagoniste giocano in modo perverso, si colpiscono; la loro escalation è come un cavallo a galoppo che interrompe bruscamente la sua corsa: le due arrivano a una resa dei conti, e questa volta solo una ha un finale diabolico.

Pagine dove emerge in continuazione paura, rabbia, difficoltà a reagire e il desiderio di fingersi forte mentre in realtà si è a pezzi.  

Alex e Carrie sono tormentate dai ricordi, un passato che travolge le loro sottili difese, due ragnatele intessute da una mente distrutta dal dolore.

Barbara Copperthwaite ha scritto un romanzo avvincente che coinvolge il lettore, con una scrittura semplice e una narrazione fluida consegna al suo pubblico un’opera eccellente.

La struttura non ha pecche così come i contenuti e le argomentazioni sviluppate, di notevole impatto le oscillazioni tra disperazione e speranza, perché la Copperthwaite scrive: se vuoi qualcosa non stare lì ad aspettare che sia il destino a fartela avere-muovi il culo e vai a prendertela. Se te ne stai lì a girarti i pollici, non prendertela con qualcuno o qualcosa per il tuo fallimento. Non nasconderti dietro la scusa del “sono destinata”. Hai tutta una vita da vivere, perciò approfittane.

L’autrice è stata abile nello svelare a minime dosi l’involucro del libro, un alternare di colpi di scena inaspettati, adrenalina pura.

Nella vita tutti restiamo immobilizzati dalla paura; il dolore acceca, rende deboli e si è pronti a tutto per proteggerci dalla sofferenza, ma dovremmo tener bene in mente che il mondo è lì fuori e bisogna afferrarla per il colletto prima che sfrecci via.

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