Recensione: “Un pugno di mosche” di Vincent Almendros

Bentrovati, il libro di cui ci accingiamo a parlare è un lampante esempio di capacità stilistica accattivante raggiunta in una misura molto breve.
Poche pagine, ma così intense da lasciare il segno.
Il titolo: “Un pugno di mosche”
L’autore: Vincent Almendros.
Buona lettura!

Un pugno di mosche

Vincent Almendros

Traduttore :Mauro Cazzolla
Editore: ED-Enrico Damiani Editore
Collana: Gulliver
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 12 settembre 2019
Pagine: 110 p., Brossura
EAN: 9788899438432

Recensione a cura di Pamela Mazzoni

Quando Laurent Malèvre torna dopo molti anni al cupo paese natale – un “buco dimenticato, in mezzo al nulla” – per le nozze della cugina, trova ad accoglierlo un passato in frantumi, da cui è stato allontanato ancora bambino e che non può o non vuole davvero affrontare. Aleggia su questo umido scorcio di campagna francese, intorno a segreti irrivelabili, un male sottile e diffuso, che contamina le cose dal di dentro, così come gli insetti – moscerini, zanzare, mosche – ronzano tra le pieghe di una realtà sull’orlo della decomposizione. Il protagonista si aggira circospetto, già troppo ferito: sembra dribblare la tristezza in cerca di una possibile normalità. Ma anche lui oscilla fra detto e non detto, a cominciare dall’amica Claire, che presenta a tutti come Constance, la compagna incinta. Con il procedere delle pagine, e il montare della suspense, tra il fondale limaccioso del lago e il labirinto del bosco, scopriremo che il vero segreto non è là dove lo stavamo cercando, e che nessuno è salvo.

“Un pugno di mosche” è un geniale virtuosismo di Vincent Almendros, sotto forma di noir intenso e profondo; una narrazione mesmerizzante che, senza accorgertene, ti incolla alle pagine, in un tormentoso crescendo di ansia.

Laurent Malèvre, il protagonista alla cui voce è consegnato il racconto, torna nel suo paese natale, un desolato borgo della campagna francese, per il matrimonio della cugina, accompagnato dall’amica Claire che lui però presenta come Constance, la compagna incinta.

Questa sarà solo una delle bugie che si andrà ad accumulare con le dicerie, i rancori, i silenzi, le mezze parole che come una coltre polverosa ricoprono la famiglia di Laurent ed il villaggio dove abitano, un luogo che negli anni è stato accompagnato da un lento ed inesorabile abbandono, e dove quei pochi che sono rimasti sembrano rassegnati a viverci, impigliati in una ragnatela, ancorati ad un passato che incombe sull’immobilità del presente.

“Ero stato, fino ad allora, un uomo qualunque. Forse perché ero nato in un paesino isolato, in mezzo al nulla. In fondo era questo Saint-Fourneau: un buco dimenticato. Tornarci mi era sempre sembrato complicato.”

Il protagonista e l’amica si sistemano nella vecchia casa dove lui abitava tanto tempo prima, e le finestre che aprono per far entrare aria nelle stanze ormai chiuse da anni sembrano gettare luce anche sulle ombre della sua famiglia, un nucleo disfunzionale le cui dinamiche malsane vengono fuori pagina dopo pagina, e da cui Laurent era stato tratto in salvo dai nonni, che da bambino lo avevano portato lontano da lì.

Un clima umido e marcescente aleggia intorno a loro, melmoso come il lago che si trova nella borgata.

I personaggi, così ben delineati con poche ma incisive parole, formano un quadro quantomeno strano ed angosciante: l’algida madre anaffettiva su cui sospetti inquietanti gravano come macigni e che condivide la sua vita col cognato-amante, segnato da un male incurabile; e poi la cugina astiosa che getta su Laurent le sue frustrazioni legate ad una vita monotona e senza sbocchi.

Misoneisti non per scelta, ma costretti dalle vicissitudini di un’esistenza meschina.

“Fu solo una volta in auto, mentre risalivo il pendio asfaltato per uscire dalla borgata, che Claire mi rivelò le sue prime impressioni. Riteneva di essere stata accolta bene. E mia madre non era poi così terribile. A sentirla, sembrava che ne avessi fatto un ritratto poco lusinghiero, che non rifletteva la realtà. Io, invece, ero convinto di aver minimizzato le cose. Però, continuò, quando mi avevi detto che tua madre viveva con tuo zio, avevo pensato che fosse il fratello di lei. Il suo bisogno di far chiarezza su tutto iniziava a esasperarmi.

Non il fratello di tuo padre, insistette.”

E poi mosche, mosche dappertutto, vive e morte, a simboleggiare il decadimento ed il tempo che divora, insetti intrappolati che ben rappresentano l’inutilità di lottare per un cambiamento.

Ormai tutti loro sono bloccati sulla carta moschicida che è la loro vita.

“Vicino alla finestra, inchiodata a una trave, notai anche la presenza di una di quelle trappole a tortiglione, un lungo nastro adesivo marrone e appiccicoso costellato di mosche.

Alcune, pur essendo morte da tanto, si trovavano vicine ad altre intrappolate da poco, le quali cercavano invano di dibattersi facendo vibrare le ali.”

Grazie anche al sapiente uso di dialoghi non virgolettati, un vortice di suspense e pathos avvinghia il lettore sin dall’inizio, con l’inquietudine che cala addosso come una nebbia densa, la tensione drammatica percepita a pelle, il ritmo che aumenta piano piano, incessante, fino all’esplosione dell’amaro finale.

Dubbi ed insicurezze si insinuano tra le pieghe di un tessuto familiare lacero e sgualcito, che Laurent ha tentato invano di togliersi di dosso.

Ma quello stesso tessuto lo avvolge suo malgrado, è il suo retaggio, le sue origini, quello che è diventato.

E proprio quando se ne renderà conto, e solo allora, guarderà la mano per vedere quello che è riuscito a trattenere durante la sua inane fuga.

Un pugno di mosche.

Soltanto quello.

Materiale fornito dalla casa editrice

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