Recensione: “Una scuola senza muri” di Laura Bosio

Mixed race teenage girl standing in remote desert

Essere un lettore significa essere consci del fatto che esistano diversi tipi di letture e di finalità, se da un lato talvolta tendiamo a libri che ci allietino e allontanino dal mondo, dall’altro in alcuni casi ricerchiamo testi che ce ne calino all’interno e che ci forniscano spunti di riflessione su ciò che ci circonda. Il libro di oggi, Una scuola senza muri di Laura Bosio, appartiene indubbiamente alla seconda categoria e risulta quanto mai attuale nel partecipare alla discussione in corso che vede contrapporsi i sostenitori di una società barricata in se stessa e quelli che invece auspicano una società realmente più inclusiva e aperta.

Una scuola senza muri

Laura Bosio

Editore: ED-Enrico Damiani Editore
Collana: Gulliver
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 29 ottobre 2019
Pagine: 133 p., Brossura
EAN: 9788899438463

Recensione a cura di Rosa Zenone

Vengono da lontano. Si chiamano Makan, Idowu, Teresa, Bomani, Trésor, Mariela, Amadou. I loro fragili passaporti li condannerebbero a restare dove sono, nel deserto della miseria e della guerra, ma non hanno altra scelta. Come Giacobbe che combatte tutta la notte al buio in un estenuante corpo a corpo con uno sconosciuto, attraversano il mare in una lacerante e disumana ricerca di salvezza, di identità. Identità che non hanno neppure le parole per esprimere. Laura Bosio, che insieme a tanti volontari li accoglie nelle aule della sua scuola senza muri, dove “italiano” significa ascolto, dialogo, incontro inaspettato, dà voce alle loro storie, incrocia i loro sguardi, accoglie le loro reazioni quando, costretti a rispondere “bene” alla domanda “come stai?” del manuale, “ridono, rovesciandosi all’indietro sullo schienale della sedia e allargando le braccia”. E in questo mondo di rabbia e disprezzo, di pregiudizi e di muri, trova spazio il più autentico cuore di un sogno, quello dei migranti e il nostro: perché, dice Laura, nonostante tutto noi siamo qui, “sulle sedie multicolore, gomito a gomito, davanti a un libro aperto, a guardarci negli occhi mentre diciamo: Io sono, affermando il semplice diritto di esistere”.

Laura Bosio dirige una scuola d’italiano per migranti a Milano, da questa sua esperienza nasce l’opera. Sin dalle prime pagine riesce a trasportarci all’interno del complesso d’istruzione adottando una focalizzazione che tende ad allargarsi sempre più e a varcare ogni confine.

Dalle descrizioni meramente tecniche inerenti l’organizzazione e il funzionamento il discorso si amplia incentrandosi sulle storie dei diversi studenti che frequentano e hanno frequentato l’istituto.

“Storie scabre confidate in un italiano elementare e incerto. Storie di vite a pezzi, che hanno la durezza come costante. Per sopportarle, o risarcirle, quando le raccontiamo noi tendiamo a patinarle, o enfatizzarle. Ma gonfiarle di dettagli e di calore patetico significa perderle, forse tradirle.”

Vediamo passare in rassegna individui di diverse nazionalità, età e sesso, ognuno con il proprio bagaglio non solo di esperienze passate, non immuni da cicatrici, ma anche presenti e di proiezioni verso il futuro, in un assortimento tanto vario quanto le soggettività prese in esame, rifiutando l’idea di un minestrone di assimilazione della moltitudine che neghi ogni singolo io con la propria autenticità e dignità. La penna della Bosio si muove con grazia, sensibilità e discrezione nel narrare le vite dei propri studenti, vi fa capolino delicatamente e in punta di piedi ponendo come propria inesauribile guida il rispetto per l’altro. Le sue narrazioni potrebbero sembrare quasi distaccate, poiché non ricorre ad alcuno strumento di pathos e non accentua in alcun modo la sua partecipazione emotiva, in verità in tal modo riesce a imprimerle con maggiore impatto nella loro scarna verità priva di retorica.

Ma il libro non è solo questo, dal parlare dei propri discenti e di come trascorrano le ore nella scuola, si passa a riflessioni sempre più ampie e che non possono non coinvolgere ognuno di noi. Vengono spiattellate davanti agli occhi senza edulcorazioni le situazioni dei paesi dei migranti, per tutti coloro che le ignorano (o che fingono di ignorarle!), per giungere poi a dissertazioni inerenti l’essere migrante.

“Se si tratta di uno spostamento temporaneo e se si è turisti, manager o studenti con un passaporto “forte”, nessun problema. Ma se si è un migrante, non essere nel posto assegnato dal destino è un guaio, una colpa. L’esigenza di raccogliere informazioni sugli stranieri, così come sui cittadini, è cresciuta dopo l’11 settembre 2001: identificazione biometrica, foto del viso, impronte delle dita, iride dell’occhio, le caratteristiche che rendono unica una persona. Ma quella persona che si ha urgenza di conoscere tanto a fondo, sovente è anche la stessa che si vorrebbe ricondurre all’inesistenza. “

Il discorso condotto naturalmente non può ignorare l’atteggiamento di molti nostri connazionali e la scena politica italiana, fornendoci importanti avvertimenti e spiegazioni inerenti faccende basate su una conoscenza empirica e di dati reali, e non per “sentito dire”, come spesso accade ultimamente.

“… una percezione alimentata dalla retorica politica, “ci stanno invadendo”, si proclama con faccia truce, e sono poche migliaia di persone. I dati lo affermano, ma chi li ascolta, i dati, è liberatorio sfogare la propria frustrazione contro un avversario che accomuna, più rassicurante credere a un nemico che non c’è.”

Nonostante la narrazione in prima persona e di vicende ravvicinate non si ravvisa alcun protagonismo dell’autrice che, lasciando trapelare i propri sentimenti di tanto in tanto senza calcarvi la mano, passa totalmente in secondo piano rispetto alle tematiche trattate. La sua scrittura si snoda sinuosa e morbida come un flusso libero di pensieri e ricordi incentrati su vari punti cardine, corredati da numerose citazioni di autori e studiosi, tra cui spiccano i numerosi riferimenti biblici inerenti la figura di Giacobbe e sviluppati sempre più nel prosieguo del ragionamento, tali elementi fungono da arricchimento e incidono positivamente sulla chiarezza esplicativa senza ridondare. Ordine e semplicità sono alla base del libro, rendendolo estremamente scorrevole e di facile comprensione.

Una scuola senza muri è una lettura stimolante e ricca di spunti riflessivi, completa e lucida nelle proprie analisi, ma soprattutto veicolo di un importante messaggio: quello di riconoscerci indistintamente gli uni con gli altri come uomini, nel preservare l’umanità che accomuna noi tutti senza invocare l’innalzamento di muri aridi e insormontabili;  ma soprattutto l’esperienza della scuola di Laura Bosio ci insegna che è possibile convivere con armonia e concordia e denota come le differenze culturali ci arricchiscano, poiché l’unico impoverimento sono le barriere e i pregiudizi che si pongono tra i cosiddetti “noi” e “ gli altri” dimentichi del proprio essere umani.

“Noi, loro. Noi stanziali che li guardiamo dalle rive, loro che si muovono incontrollabili scardinando le nostre certezze, le nostre abitudini, il nostro labile benessere. Urge modificare la grammatica, a favore di un unico noi in movimento.”

Laura Bosio, nata a Vercelli, vive e lavora a Milano. Tra i suoi libri: I dimenticati (Feltrinelli, 1993, Premio Bagutta Opera Prima), Annunciazione (Mondadori, 1997, Premio Moravia; nuova edizione Longanesi, 2008), Le stagioni dell’acqua (Longanesi, 2007, finalista Premio Strega), Le notti sembravano di luna (Longanesi, 2011) e, con Bruno Nacci, Da un’altra Italia (Utet, 2014) e Per seguire la mia stella (Guanda, 2017). Ha curato volumi antologici sull’esperienza mistica, filosofica e spirituale nella letteratura delle donne, confluiti in D’amore e di ragione. Donne e spiritualità (Laterza, 2012). Dal 2015 dirige a Milano la scuola di italiano per migranti Penny Wirton, nata a Roma nel 2008 per iniziativa di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi e poi diffusa in molte città d’Italia.

Questo libro contribuisce al sostegno della scuola Penny Wirton di Milano.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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