Intervista a Ilaria Tuti

Foto di Beatrice Mancini, fornita e autorizzata dall’autrice e dalla Longanesi.

Ilaria Tuti è nata e cresciuta a Gemona. La sua passione per la scrittura vede gli albori nel 2011, quando Ilaria pubblica piccoli racconti su un forum dedicato agli amanti della “penna” e partecipa ad alcuni contest on line uscendone vincitrice. Ottimi i riscontri ricevuti dall’autrice per i racconti scritti e pubblicati per Gialli Mondadori, ma il vero grande successo lo incontra con il suo primo romanzo “Fiori sopra l’Inferno” edito da Longanesi. Attualmente Ilaria Tuti è impegnata nella stesura del suo nuovo romanzo.

Prima di tutto potresti parlarci un po’ di te, anche per conoscerti meglio. Ogni scrittore prima di tutto è un lettore: quali sono i tuoi autori preferiti?

Il mio autore preferito è in assoluto Primo Levi: non ho mai più incontrato, per mia sensibilità di lettrice, un pensiero così chiaro, lieve e feroce. Lo rileggerò per tutta la vita e continuerò a sottolineare i passaggi più intensi – tanti – per tutta la vita. Insegna cos’è l’essere umano e lo fa con una prosa finissima.

Tra i classici amo Calvino e Michail Bulgakov. Leggo spesso le poesie di Alda Merini e Wisława Szymborska. I miei scrittori di riferimento sono Donato Carrisi, Thomas Harris, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale e Raymond Carver.

Per quanto riguarda le letture quotidiane, spazio tra autori e generi molto diversi, a seconda del bisogno che ho in quel momento. Non mi pongo limiti e mi tuffo spesso anche nei saggi, fondamentali per dare colore alle storie che scrivo e per soddisfare la mia curiosità.

Quali sono le fonti di ispirazioni di cui ti servi quando scrivi? Cioè, parti da esperienze e fatti reali o è tutto frutto dell’immaginazione?

Per me scrivere una storia è un insieme di esperienze, suggestioni, ricordi, studi e immaginazione. Dire quanto prevalga ogni componente rispetto alle altre è difficile, ma posso dire che come lettrice mi piace sempre imparare qualcosa di vero da una storia, la rende più interessante, e come autrice, di riflesso, nei miei racconti inserisco sempre qualche fatto realmente accaduto.

Quando hai capito che saresti diventata una scrittrice?

Quando ho ricevuto la telefonata che mi annunciava l’intenzione di Longanesi di pubblicare il mio romanzo, anche se nei giorni successivi temevo che cambiassero idea. Era un sogno troppo grande per riuscire a crederci.

Che sarei stata una narratrice di storie, invece, l’ho capito una decina d’anni fa, quando ho iniziato a scrivere i miei primi racconti e ho scoperto che la scrittura mi rende felice, al di là di un’eventuale pubblicazione. Se un giorno nessuno volesse più pubblicare le mie storie, continuerei a scriverle.

Ti ispiri a qualche evento di cronaca o qualche evento in particolare per la stesura dei libri?

Mi ispiro a tutto ciò che mi circonda, che attira la mia attenzione, solletica la curiosità di indagare e sviscerare. I fatti di cronaca mi aiutano ad avere ben chiaro fin dove l’animo umano può spingersi. Uno scrittore deve assorbire gli umori del suo tempo, nel bene e nel male, per renderli al lettore secondo altre prospettive, anche quella scomoda del carnefice.

Quando pensi al “cattivo” del libro, all’assassino per intenderci, lo idealizzi in base alle tue conoscenze oppure prendi spunto da persone veramente esistite?

Mi calo nella mente umana per mezzo di letture di psicologia criminale. Cerco nei recessi, negli angoli bui di ciò che l’essere umano può fare, poi rielaboro con la mia fantasia e sensibilità in modo da offrire al lettore, nel mio piccolo, un antagonista non ancora incontrato. In Fiori sopra l’inferno, per esempio, la mente dell’assassino è aliena, tanto è diversa.

Cosa ti spinge a scrivere un thriller piuttosto che un romanzo rosa?

Scrivo thriller perché in questo momento della mia vita sono interessata a indagare il rapporto con il male, quello feroce e assassino, il lato oscuro presente in ognuno di noi e che in qualcuno può prendere il sopravvento. Considero il thriller una lente di ingrandimento sulla società, ma non mi pongo limiti di genere nemmeno nella scrittura. Quando una storia ti chiede di essere scritta e capisci che è quella giusta per te, per le tue emozioni, allora il genere a cui appartiene è irrilevante.

C’è un lavoro di ricerca, anche psicologica, dietro al romanzo e ai suoi personaggi?

Sempre, indipendentemente dalla scrittura. Amo leggere saggi su argomenti vari: psicologia, storia, antropologia… Imparo sempre qualcosa di interessante, che segno sui miei taccuini (li colleziono). Così, lettura dopo lettura, costruisco il mio prezioso tesoro di suggestioni e ispirazioni, nozioni e ambientazioni, che poi trasmetto al lettore.

Perché generalmente l’assassino viene pensato e interpretato da un uomo? In quanto tu scrittrice di thriller, perché secondo te accade questo?

Per condizionamento sociale. Vedere la donna nei panni di un’assassina non è ancora socialmente accettato, ma la realtà è un’altra: sul podio dei serial killer più efferati e prolifici si sono tre donne. La donna è biologicamente e fisiologicamente identica all’uomo nella capacità di uccidere. Anzi, è migliore. La criminologia e le statistiche dicono che è molto più brava ed efficace: si fa prendere in un tempo più lungo (il doppio) ed è difficilissima da individuare, perché le assassine hanno una capacità di manipolazione di gran lunga maggiore dei “colleghi” uomini. La donna uccide, però, in modo diverso, molto meno teatrale e feroce, quasi anonimo: non è attratta dal sangue, per esempio. Immagino che per uno scrittore sia meno interessante da indagare.

Sei d’accordo con chi afferma, per voi autori di thriller e gialli, che per imparare a conoscere a fondo il male, bisogna confrontarsi prima anche con il bene? Quindi fondamentale leggere e conoscere autori di generi diversi?

È necessario leggere generi diversi, perché ognuno arricchisce, ha qualcosa da trasmettere. Il male, però, si trova – e si deve trovare – in qualsiasi racconto, altrimenti non ci sarebbe uno sviluppo. Se l’amore tra due persone non fosse contrastato, che interesse ci sarebbe a leggerlo? Se l’avventura di un personaggio non fosse irta di difficoltà e prove, come potrebbe essere avvincente?

I personaggi ci conquistano perché li vediamo messi davanti a una grande prova – a un grande male, vero o immaginario – e facciamo il tifo per loro, li vediamo reagire e lottare.

Il male è il motore di ogni storia.

Da dove nasce l’idea di ambientare i tuoi libri nei luoghi dove vivi? Hai mai pensato che poteva essere anche di ostacolo o non hai mai avuto dubbi a riguardo?

Non ho mai avuto dubbi e non l’ho mai visto come un ostacolo. La mia terra è ricca di fascino primitivo, di simboli potenti e arcaici. La trovo perfetta per un thriller. La natura, in Fiori sopra l’inferno, è la rappresentazione della vita, con i suoi misteri, le vette e anche gli abissi.

Quanta difficoltà hai trovato nel dar vita ad un personaggio come Teresa Battaglia, donna si forte ma con i suoi lati oscuri e le sue paure?

La difficoltà è stata quella di calarmi nei panni di una donna completamente diversa da me, per professione, età, percorso di vita, carattere. I passaggi più difficili da scrivere sono stati quelli legati alla sua interiorità di donna sessantenne, acciaccata e sola, che si trova ad affrontare un’indagine complessa e una sfida personale, drammatica, allo stesso tempo. Per questo li ho scritti di notte, in solitudine, leggendo poesie di una donna che il dolore – quello più straziante – lo ha conosciuto ed è riuscita a farne un fuoco di vita e di amore per gli altri. Per delineare il personaggio di Teresa mi sono ispirata alla bellezza delle donne normali che incontro ogni giorno, alla forza che hanno per rimettersi in gioco dopo ogni battuta d’arresto, anche a un’età in cui non è facile farlo. Dare a questo personaggio lati oscuri e paure, persino la malattia, è servito a sporcarla di vita, a renderla reale.

Ti piacerebbe vedere Teresa Battaglia arrivare anche sullo schermo?

Sarebbe una grande emozione!

Infine, cosa ti senti di suggerire agli aspiranti scrittori?

Di non smettere mai di rincorrere il proprio sogno, che non significa fantasticare a occhi aperti, ma lavorare ogni giorno con devozione e sacrificio perché si realizzi. La passione ripaga sempre, in ogni campo, ma pretende un prezzo altissimo in termini di tempo e energie, fisiche e mentali, e richiede anche rinunce. Lo scrittore deve essere sempre umile servo della storia che vuole raccontare.

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