Intervista a Romano De Marco

Ferro e Fuoco è il romanzo d’esordio, che segnerà l’inizio di un brillante percorso, che vede oggi Romano De Marco scrittore di successo. Milano a mano armata, A casa del diavolo L’uomo di casa sono alcune delle sue creature più famose. Il suo ultimo lavoro Se la notte ti cerca è un thriller intrigante e di forte impatto, che sta riscuotendo il meritato consenso. Lo scrittore abruzzese collabora in diversi blog e i suoi scritti vengono pubblicati in oltre venti antologie.“Romano facciamo due chiacchiere su di te?”“Certo che sì”Ed eccoci qui.

Romano De Marco scrittore di thriller: si dice che chi scrive di criminali e assassini, abbia infondo un gusto perverso per l’orrido e la negatività. Pensi sia solo un luogo comune?

Si, è un luogo comune e anche dei più banali. Direi, piuttosto, che spesso e volentieri si verifica il contrario… Chi riesce ad esternare, nelle sue opere, la negatività di cui parli, è quasi sempre una persona sensibile e gentile. Diffidare, invece, dal punto di vista personale, di quegli autori che mettono in campo buoni sentimenti e una visione del mondo idilliaca e sentimentale. Spesso sono dei gran bastardi.

Romano la tua scrittura è appassionata e appassionante, le tue storie non sono mai scontate: ci sveli il tuo segreto? Come si fa a non cadere in un thriller banale?

Intanto grazie (se questo è il tuo giudizio sincero). Forse il segreto è sentirsi sempre più lettore che scrittore e riconoscere, a chi leggerà le tue cose, lo stesso rispetto e considerazione che pretendi tu quando leggi le opere di  altri.

Parliamo di Se la notte ti cerca un thriller tutto al femminile: una scelta dettata dalla storia o pensi sia meno “ordinario” scrivere di donne?

I personaggi femminili permettono di esplorare psicologie più complesse e intriganti. A seconda del fulcro narrativo della storia che intendo raccontare, scelgo i personaggi principali e quelli di contorno. In questo caso il tema era la solitudine e mi è sembrato logico esplorarla da un punto di vista prevalentemente femminile (anche se non mancano i personaggi maschili). Ho voluto evitare gli stereotipi e le “macchiette”. Molte delle donne di cui si parla nel romanzo sono ispirate a persone che ho realmente incontrato nella vita. O meglio, a donne che si trovavano in una condizione simile e dalle quali ho potuto trarre spunto nel delineare i miei personaggi.

Nel tuo ultimo lavoro parli di un locale per single, per donne sole e la stessa Laura Damiani nelle sue indagini, si ritroverà a fare i conti con il suo essere sola. Pensi che la solitudine sia uno dei mali del secolo?

Indubbiamente. Ci sono statistiche che individuano nella depressione derivante dalla solitudine una delle principali patologie a cui va incontro la società occidentale. Basta guardarsi intorno o fare un giro sui social network per rendersene tristemente conto.

Quando ti senti o ti sei sentito davvero solo nella vita?

Quando ho subito un divorzio molto doloroso. Ora, per fortuna, quella sensazione appartiene solo al passato.

Parlando di donne non possiamo non nominare lei, il commissario Damiani, con le sue fragilità, nonostante sia forte e pragmatica. La Laura fragile e quella energica si guardano allo specchio o si toccano e si completano?

Luci e ombre fanno parte dell’anima e del carattere, di ciascuno di noi. Su questa pluralità di aspetti psicologici si fonda il successo di un buon personaggio, il cui scopo è quello di far scattare un meccanismo di identificazione nel lettore. Del resto, come diceva Proust, “chi legge un libro, in realtà sta leggendo se stesso.”

Romano i tuoi libri vanno oltre la narrazione di una storia da brividi: tu ispezioni ed esamini l’anima dei personaggi. Questo perché pensi che l’animo umano abbia sempre e comunque degli aspetti occulti?

Come dicevo prima, scavare nella psicologia dei personaggi è fondamentale. Riuscire a calarsi negli abissi, nei lati oscuri di una donna o di un uomo, significa far venire alla luce aspetti nei quali ciascuno dei lettori, almeno in parte, potrà riconoscersi, creando quella empatia col personaggio che è alla base di ogni romanzo di successo.

Personalmente ho amato moltissimo L’uomo di casa: il racconto tra presente e passato, le emozioni di Sandra arrivano in tutta la loro interezza. Pensi che ad oggi uno dei timori che si ha nelle relazioni, è proprio quello di sapere molto poco dell’altro? O di scoprire lati che mai avremmo immaginato?

Il tema di quel romanzo è proprio questo. La famiglia, luogo tradizionalmente considerato rifugio fisico e spirituale per ciascuno di noi, può celare insidie e nascondere pericoli innominabili. Non è certo un tema originale, in molti lo hanno trattato sotto vari punti di vista nella narrativa e nel cinema… La sfida del romanziere non deve essere mai quella di trovare la storia mai narrata, ma piuttosto di interpretare con originalità e onestà degli “standard” (in linguaggio musicale) già noti ma sempre in grado di riscuotere grande successo.

Ti è mai capitato nella vita reale di non aver ben conosciuto chi hai avuto accanto? Non solo in amore, ma in qualsiasi campo.

Mi è capitato spesso, sia in campo sentimentale che lavorativo.

Laura Damiani cosa ha in comune con Gina Cardena la detective afroamericana che indaga in L’uomo di casa?

La caparbietà, la testardaggine, la competenza… e il “sacro fuoco” che spinge entrambe a perseguire la strada della verità e della giustizia, a costo di sacrifici personali e anche accollandosi il rischio di percorrere delle scorciatoie.

È inutile dire che le tue narrazioni hanno qualcosa di fortemente realistico: ti ispiri a fatti di cronaca realmente accaduti o incarni i timori e le paure che infestano la nostra quotidianità?

Non mi ispiro mai a fatti di cronaca per paura di urtare le sensibilità dei parenti delle vittime o dei  soggetti coinvolti nelle vicende reali. L’ho fatto una sola volta, nel mio nuovo romanzo (che uscirà nel 2019 per Piemme) per rendere omaggio a una piccola vittima di un orribile caso di cronaca. Una vittima che mi è rimasta nel cuore e alla quale dedicherò il libro.

Romano la tua prima opera risale al 2009, Ferro e fuoco: da allora hai pubblicato davvero tanto. Cosa è cambiato in te in questi anni? Come si è evoluto Romano scrittore?

Innanzitutto spero che la scrittura sia migliorata. Quando rileggo qualche pagina di Ferro e fuoco provo una specie di vergogna (anche se la storia era ottima). Lavoro parecchio su questo aspetto con professionisti dell’editing e della scrittura che mi fanno da consulenti.   Anche le mie storie sono cambiate, oggi  dedico più spazio all’approfondimento psicologico e un po’ meno all’azione (che comunque non manca mai…).

Faccio anche a te una domanda che mi piace fare: cosa prendi dai tuoi personaggi e quanto di te dai a loro?

Robert Louis Stevenson diceva che è impossibile creare un personaggio dal nulla… è scontato che, nel bene e nel male, abbia dentro qualcosa dell’autore.  Io cerco di non eccedere nel rappresentarmi nei miei personaggi anche se, qualche volta, mi lascio prendere la mano, come nel caso del commissario Luca Betti (della serie Nero a Milano ) che è un po’ il mio alter ego. Dai miei personaggi prendo il coraggio di essere se stessi sempre e comunque, anche quando bisogna pagarne le conseguenze sulla propria pelle.

Qual è la tua opera che più ti piace?

Forse IO LA TROVERO’ (Feltrinelli 2014) è il romanzo che più mi rappresenta.

Quando inizi a scrivere una storia, sai già come andrà a finire?

Più o meno… ma spesso e volentieri le cose cambiano in corso d’opera. Anzi, direi che accade quasi sempre.

Quando pensi ad un libro che vorresti scrivere, ti preoccupi di quello che i tuoi lettori si aspettano da te? O scrivi di getto, tipo “vi presento il mio nuovo libro e questo è?”

In questa domanda è contenuto tutto il dramma dello scrivere. Io credo di aver trovato un giusto equilibrio… Aiuta molto essere dei grandi lettori e, come dicevo prima, tributare ai lettori lo stesso rispetto che si pretende dagli autori delle cose che leggi.

Titolo e autore del libro che più in assoluto ti piace.

E’ una domanda troppo difficile, la risposta potrebbe cambiare in base alle momentanee vicissitudini della vita e alle future letture. Diciamo che il mio autore preferito è Giuseppe Pontiggia. E che ritengo La grande sera uno dei suoi romanzi più belli.

Cosa stai leggendo in questo periodo?

Tante cose diverse. Ho appena finito Tutto quello che è un uomo di David Szalay e ho iniziato Il caso Kellan dell’amico Franco Vanni.

Mi consigli un buon thriller a parte i tuoi naturalmente?

Codice di caccia di John Sandford

C’è stato un momento in cui hai pensato di appendere la penna al chiodo?

Sì, ma è durato pochissimo. Appenderò la penna al chiodo quando non troverò più un editore (vero…) disposto a pubblicarmi. Spero non accada mai.

I tuoi libri sono davvero molto apprezzati; se una maga ti avesse predetto tutto il successo che stai riscuotendo, le avresti creduto?

Non è poi tutto questo successo… Ho qualche migliaio di lettori affezionati, è vero, ed è bellissimo. Ma il successo vero è altra cosa. È quello di autori come de Giovanni o Manzini…

Se ti si proponesse di cambiare genere, sperimentare la scrittura di un romanzo d’amore per esempio: quale sarebbe la tua risposta?

Che non ne sono capace.

Giochiamo un po’: L’uomo di casa si trasforma in film. Chi vorresti interpretasse Sandra e chi Gina Cardena?

Sandra è Gwyneth Paltrow. Gina Cardena è Regina King.

Qualcosa di nuovo in cantiere?

Contratto con Piemme per due romanzi, uno già scritto (uscirà nel 2019) e uno da scrivere e consegnare entro l’estate 2019. Per ora, del secondo c’è solo una sinossi. In uscita a marzo 2019 c’è anche una antologia del Giallo Mondadori che si intitola Delitti al museo, che contiene un mio racconto ambientato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

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