Recensione: “Il cammino del cuore” di Giusy Dragonetti

Cari lettori, oggi vi parlerò di un incantevole romanzo, uno di quelli che sfiorano l’anima, davvero. Si tratta del “Il Cammino del cuore”, di Giusy Dragonetti. E’ il racconto autobiografico di una delle vie di peregrinazione più importanti della storia che, inevitabilmente, rivoluziona la vita e il cuore della protagonista. Scritto in seguito al viaggio a Santiago de Compostela, dapprima in forma di diario, poi diventato un libro, racconta ed esprime la voglia di vivere un’esperienza che permetta di ritrovare la vera natura dell’uomo, la propria ricchezza interiore; un’esperienza che possa dare un significato più profondo alla vita.

Il cammino del cuore

Giusy Dragonetti

Editore: Pav Edizioni
Collana: Tante storie
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 30 maggio 2019
Pagine: 140 p., Brossura
EAN: 9788899792695

Recensione a cura di Maribella Tilenni

“Il cammino del cuore” è il racconto di ciò che può accadere quando iniziamo ad ascoltare noi stessi e rispondere alle nostre chiamate interiori, quando lasciamo andare le resistenze e permettiamo alla vita di condurci. È la storia di una ragazza che, nella ricerca di un significato più profondo e spirituale della vita, si troverà a percorrere un pellegrinaggio che la porterà a rivoluzionare il suo modo di vivere.”Se un anno fa qualcuno mi avesse detto che oggi mi sarei trovata qui, non gli avrei creduto. E non perché non pensassi già prima alla magia della vita, ma perché non ero ancora cosciente del vortice che sarei stata capace di innescare muovendo un solo passo oltre il confine della paura e saltare nel vuoto ad occhi chiusi seguendo solo la voce del cuore e dell’intuito”.

Giusy è una giovane psicologa che, all’apparenza, ha tutto. Studia e vive a Roma con altre coinquiline e per mantenersi lavora come cameriera in un ristorante. Un giorno, libera da ogni preoccupazione e ansia da esami universitari, si ritrova a sfogliare una guida della Spagna del nord che la sua amica Vera le aveva lasciato sul comodino. Da quelle pagine nasce in lei la voglia di intraprendere il pellegrinaggio, alla ricerca di qualcosa che possa cambiarle la vita, alla ricerca di una speranza. Non della fede. Giusy non è una persona religiosa. Non dell’avventura: non è mai stata attratta da questo tipo di viaggi, anche se l’idea di camminare con il solo zaino in spalla e abbandonare il confort cui era abituata l’affascinava. Non di una spiegazione: il non sapere cosa l’aspettava, l’ignoto, l’affidarsi totalmente nelle mani della vita le faceva provare un senso di pace interiore tale da definirla come una sorta di “Chiamata” che le annunciava che niente era ancora perduto, che ci fosse ancora qualcosa per lei, da qualche parte.

Passerà un anno e mezzo prima che Giusy intraprenda il “Cammino”, anno che l’autrice definisce di “preparazione”. Nel frattempo, la sua frenetica vita continua. Lavora in un ristorante e per un’associazione ambientalista. Conosce un ragazzo, Gianluca, apparentemente più libero di quel che è lei, con cui inizia una storia. Si laurea e parte per Madrid. Presa da tutte le cose nuove che stava vivendo, aveva accantonato l’idea di quel viaggio. Ma dentro di sé, l’esigenza di capire cosa voleva realmente non l’aveva mai abbandonata. E’ tormentata da un senso di disagio e malessere interiore. E, nell’inquietudine più totale, avvertiva il bisogno di denudarsi di ciò che essenziale non era.

Incontravo persone, ma mi sentivo circondata da un senso generale di frustrazione. Ci lamentavamo di come funzionava la società, ma non incontravo da nessuna parte quel senso di pace di aver trovato una via d’uscita, o almeno una strada più serena”.

Mi sembrava di non essere realmente presente in nulla di ciò che facevo, di non esprimermi realmente, tutto mi sembrava una fuga, una distrazione da quel malessere di fondo.” “Era come se mancasse qualcosa, una dimensione più profonda e spirituale, qualcosa che andasse oltre ciò che di materiale poteva essere vissuto”.

La routine, il lavoro come sopravvivenza, le uscite con gli amici, possedere una casa e una macchina non la nutriva realmente. Tutto ciò che vive comincia a stargli stretto e la sofferenza diventa sempre più pressante. E’ ancora una ragazza chiusa dentro un guscio di sicurezze e abitudini che non riesce a lasciare andare. Gli unici momenti in cui si sente davvero bene è lo stare a contatto con la natura o con qualcuno. E sono questi momenti che le ricordano quanto fosse preda dei condizionamenti e che la vita è qualcosa di più di ciò che tutti vivono, di ciò che lei vive.

 Una parte di lei voleva aprirsi ed esplorare il mondo.

“Sembrava che il tempo mancasse a tutti, così ho cominciato a riempire anch’io il mio di cose che mi lasciavano stanca, insoddisfatta e vuota. A volte mi sembrava tutto assurdo. Possibile che la vita fosse tutto lì?”

Così, stanca di un’esistenza ingorgata di impegni, di dinamiche distorte e giochi di potere, logorata dai ritmi di una società e di un sistema che lascia poco spazio agli affetti e alla famiglia, decide di lasciare il lavoro. Durante un viaggio di ritorno dal suo paese natale, immersa a guardare il paesaggio dal finestrino, il cammino le torna alla luce.

“E fu lì che dal nulla l’idea del cammino tornò alla luce, sbocciò come se in quell’anno fosse rimasta lì a germogliare usando la sofferenza come nutrimento, sbocciò come se non aspettasse altro che le facessi spazio per sbocciare, che mi liberassi di qualcosa e potessi accoglierla”.

Quello fu esattamente il momento in cui Giusy decise realmente di partire. E da quel momento “tutto s’incastrò” perfettamente. Un desiderio, un amore da lasciare andare, la paura di perdere qualcosa: come tutti quelli che intraprendono il Cammino, anche Giusy ha una ragione profonda che la induce a lasciare la città.

E’ una sfida contro se stessa, contro i limiti del proprio corpo e della propria mente.

Il viaggio, iniziato nello spaesamento e nel dolore fisico, diventa inevitabilmente un’esperienza di vita, ricca di momenti di sconforto, gioia, paura, solitudine ma soprattutto di condivisione. Il pellegrinaggio sarà l’inizio di una presa di consapevolezza più profonda che porterà cambiamenti inevitabili.

Da Saint Jean, tappa di inizio al cammino, fino al silenzio e alla solitudine di Foncebadòn, il cosiddetto “paese fantasma” che le farà da cornice a una prima presa di consapevolezza e a una coraggiosa decisione; da Roncesvalle a Burgos alle Mesetas, immensi campi che “aprivano il cuore e la mente”, fino alla Cattedrale di San Giacomo: quaranta giorni a piedi, zaino in spalla, attraverso luoghi meravigliosi, per riscoprirsi in ogni passo, in ogni incontro, nelle amicizie con persone straordinarie come la loro determinazione.

“I giorni sulle Mesetas avevano la dolcezza e la tranquillità di quegli altipiani immensi, di quei campi d’oro, del rumore del grano toccato dal vento. Molti le saltavano e prendevano il bus, ritenendole noiose, io invece le trovavo bellissime, le vedevo come parte integrante di quel cammino, il meritato riposo dopo la durezza delle montagne e un’opportunità per guardarsi dentro”.

“Il cammino del cuore” è il racconto della rivoluzione interiore della protagonista, degli incontri, delle condivisioni, delle coincidenze. Nel romanzo affronta la sua personale inquietudine, ma anche la sua rinascita. Troverà il modo di reagire a questo suo tormento dell’anima e, dopo una traversata solitaria, tra pensieri intimi e inconsapevolezze inattese, scoprirà mille ragioni per ripartire.

Sfogliando le pagine del libro, già dall’inizio, possiamo percepirne le emozioni. Un’ alchimia dell’anima che non necessita di spiegazioni. Racconta la storia di un’esperienza personale scandita dal ritmo dei passi, ma è anche la storia di persone e luoghi capitati nel percorso, che Giusy descrive con la lucidità e la drammaticità di chi è parte integrante del proprio racconto. E’ il diario di un percorso, dove “il silenzio è suono che ti entra dentro”, dove la distanza è lo spazio per stare con se stessi e guardarsi dentro.

Le storie dei pellegrini, che la protagonista annota in un quaderno, sono storie di uomini solitari alla ricerca di se stessi, personalità condizionate, ingabbiati, come lei, all’interno di una società dove fermarsi per ascoltarsi non è consentito. E’ gente in cammino che, come lei, tra i passi, la stanchezza e la fatica, cercano il senso di un’esperienza che ognuno compie per una ragione profonda. Lo scopo è crescere interiormente e purificare il cuore, ed anche se ci si dimentica delle ragioni per cui si è partiti, il Cammino continua ad agire su chi l’ha percorso anche dopo, attraverso quella voglia di continuare ad andare che mai si perderà.

Cominciai già a chiedermi se quello non potesse essere uno specchio del mondo e della vita, un riflesso di come sarebbe realmente se lasciassimo andare le pretese, i ruoli, le distrazioni, le paure, i giochi di potere, ci denudassimo di ciò che non è essenziale e ci vedessimo come tutti sulla stessa barca, tutti a condividere lo stesso cammino della vita, le stesse gioie e sofferenze, e se non avesse forse più senso supportarsi a vicenda invece di competere, se non avesse più senso sviluppare la semplicità, la compassione e la fiducia invece dell’avidità, l’odio e la paura”.

 “Il Cammino del Cuore” è il “Cammino degli incontri”, della magia, degli scambi. Ed è proprio l’incontro di alcune persone, ognuno con una storia da condividere, a regalarle prospettive diverse.

E’ L’incontro con Ferenc, un uomo ungherese che diventerà la sua guida spirituale:

“Ero sorpresa di come mi fosse semplice comunicare con lui, nonostante non praticassi l’inglese da anni. Era una comunicazione che andava oltre il linguaggio. Fu mentre eravamo seduti davanti a una chiesetta che cominciai a sentirlo come una guida. I miei occhi non vedevano un uomo con una anzionalità, un lavoro, una storia, come attraente o non attraente, vedevano un’essenza in quel momento connessa con la mia e con cui avevo qualcosa da condividere”.

E’ L’incontro con Simonluca, un ragazzo italiano che tanto le ricorda suo fratello minore verso il quale nutre forti sensi di colpa; è l’incontro con Sara, con cui riesce a creare una bella sintonia e a condividere la propria storia di vita.

E ancora, è l’incontro con una coppia di hospitaleri, Sam e Ria, ma soprattutto di Ria, che influenzerà inevitabilmente le sue scelte future.

“Nei giorni successivi le camminate divennero sempre più di gruppo. Ero andata sul cammino con l’idea di stare sola, e pian piano mi ero arresa a ciò che il presente mi offriva e mi resi conto che forse dovevo imparare a mantenere una mia indipendenza e solitudine e ascoltare me stessa anche in mezzo agli altri”.

“Nonostante stessimo in gruppo, ognuno seguiva comunque i suoi ritmi, anche se avevamo acquistato tutti una certa lentezza e rilassatezza nel camminare. Forse eravamo finalmente usciti dai ritmi frenetici del mondo fuori dal cammino o forse eravamo solo un po’ più stanchi dopo aver camminato per così tanti giorni”.

“Son venuta qui per imparare a stare da sola, ma forse ciò che devo imparare è stare in compagnia e riuscire a star da sola anche in compagnia”.

Il piacere di condividere una cena, di mangiare per fame e non per noia o compensazione, l’ampiezza dell’orizzonte, la fatica di una salita, il dolore fisico, ma anche la disponibilità di ascoltare e farsi ascoltare, il coraggio di liberarsi del superfluo e vivere con l’indispensabile… Questo è il valore più autentico, è “accettare la propria fragilità e impegnarsi a inseguire un nuovo equilibrio che rimetta al centro dell’esistenza la felicità autentica”.

Ma è anche la paura di portare nella vita quotidiana i rapporti coltivati e vissuti sul cammino, paura di rovinarne la bellezza e la purezza.

“Si considera il fuggire come un atto da codardi, quando a volte il vero atto di ingiustizia verso se stessi e gli altri è proprio lo stare dove non sentiamo di stare e il fare ciò che non sentiamo di fare solo per la paura di perdere qualcosa”.

 Il periodo successivo al suo ritorno da Santiago Giusy lo definisce “la Crisi di San Francesco”: il rientro a casa, i contatti ripresi con la famiglia e poi, il conflitto tra la rigidità di una società permeata di falsi pregiudizi, che non riesce a meravigliarsi nemmeno di fronte a tutto questo turbinio di emozioni. I segnali che riceve dal corpo e dall’anima. L’inquietudine e il modo di reagire a essa. C’è proprio tutto, dentro questo meraviglioso libro.

Fino all’epilogo. Lì c’è racchiuso il senso e il perché di una scelta che diventerà uno stile di vita.

“Non posso raccontare delle coincidenze che sono legate da un filo logico. Posso dire che la felicità esiste, la pace, l’armonia, l’amore, la gioia, il senso di pienezza più profondo, la libertà, esistono, ed io le ho vissute”.

“Il cammino del cuore” è una lettura piacevole e coinvolgente. E non per le parole in sé ma per il significato che si cela dietro. Bisogna solo essere pronti a farsi travolgere dalle emozioni che questo libro regala.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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