Recensione: “Io sono Iqbal” di Andrew Crofts

Cari amici lettori, il libro che vi stiamo per illustrare, Io sono Iqbal scritto da Andrew Crofts, è la storia vera di un piccolo grande eroe pakistano, Iqbal Masih. Un libro toccante e profondamente emozionante, la sua lettura vi arricchirà, noi vi consigliamo vivamente di leggerlo e vedrete che, dopo averlo fatto, lo suggerirete a vostra volta. Io sono Iqbal è uno di quei libri che assolutamente non si possono ignorare.

Io sono Iqbal

Andrew Crofts

Editore: Piemme
Collana: Piemme voci
Anno edizione: 2019
Pagine: 208 p.
EAN: 9788856670813

Recensione a cura di Rosa Zenone

Iqbal vive con la madre, il fratello Patras e la sorellina Sobya in un piccolo villaggio pakistano, Muridke. Il fratellastro del protagonista, Aslam, decide di convolare a nozze, ma la sua intenzione è ostacolata dalla mancanza di denaro. Dinanzi al diniego di fornirgliene del padre Saif, che scialacqua i soldi in droga, al giovane non rimane che una soluzione per procurarseli. Decide così, come di consuetudine in Pakistan, di chiedere un prestito e saldarlo attraverso il lavoro dei due fratellastri minori. Dunque Iqbal, di quattro anni, e, il fratello poco più grande, Patras, si ritrovano a rinunciare alla propria infanzia per lavorare in una fabbrica di tappeti. A causa del suo forte e indipendente carattere però, ben presto, Iqbal viene ceduto dal suo tollerante padrone a uno ben più severo e violento. Ma Iqbal non è un bambino nella norma e, nonostante le percosse, risulterà estremamente difficile domare il suo spirito e le sue idee. Egli così scapperà dalla schiavitù in cui era stato ridotto e, attraverso l’incontro con Ehsan Kahn, fondatore del Bonded Labour Liberation Front, diverrà non solo una potente icona, ma anche parte attiva, nella lotta contro il lavoro minorile e la schiavitù, piaghe che flagellano il Pakistan…

Il libro è commovente, emozionante e straziante, in grado di toccare le corde di qualsiasi cuore e di spezzarle sotto il peso della sua narrazione. Le vicende sono di un realismo vivido e crudo, a tratti cruento, e proprio tale caratteristica rende il messaggio più carico e d’impatto.

Il libro non va considerato solo come mera storia biografica, ma anche come denuncia del lavoro minorile e delle condizioni in cui si svolge. I bambini non godono di alcuna tutela né di alcuna condizione privilegiata, essi sopportano ritmi di lavoro stremanti e dannosi, sono considerati al pari di una merce di scambio che passa di mano in mano. La loro vita viene barattata in nome di un’economia immorale a cui nulla importa al di fuori dei propri fini utilitaristici basati sul massimo arricchimento e la minor spesa.

“Sin dal primo giorno divenne una consuetudine essere prelevato da casa il mattino presto e rincasare a tarda sera. Il lavoro alla fabbrica consisteva nell’accucciarsi davanti a un telaio e farci passare i fili nel modo più veloce e accurato consentito dalle sue piccole dita. Avrebbe creato quei disegni complessi che rendevano i tappeti pakistani così desiderabili, tirando i nodi talmente forte che non si sarebbero mai sciolti, per quanti anni fossero rimasti stesi sui pavimenti dei clienti.”

Questa storia, non è solo la storia di Iqbal, ma la storia di milioni di bambini costretti a divenire manodopera. Rinunciare alla spensieratezza dell’infanzia significa rinunciare all’ infanzia stessa. I bambini lavoratori sono bambini costretti a crescere troppo in fretta e in condizioni deleterie.

“(…) la sensazione preponderante fu quella di una assoluta spossatezza, uno sfinimento che appesantiva gli arti e gli faceva dolere gli occhi e la testa da quando si svegliava a quando tornava a coricarsi. Era una condizione che escludeva qualsiasi altra attività, costringendolo a impiegare ogni briciolo di energia che riusciva a raggranellare per obbedire agli ordini ed evitare le botte. Durante il tragitto di ritorno, a sera, vedeva i bambini correre per la strada, ridere, giocare. E si meravigliava di come potessero trovare la forza di muoversi tanto velocemente, di quanto si potesse essere felici. Non ricordava nemmeno di essersi mai sentito altrettanto forte o spensierato. Muovere un passo dopo l’altro per passare dal furgone del padrone al telaio, e dal furgone a casa a fine giornata, gli costava una fatica sovrumana.”

Il gioco, occupazione per eccellenza dei bambini, non ha alcun posto nella loro vita, non vi è né lo spazio né l’energia sufficiente. Essi sono solo gli ingranaggi di un macchinario incentrato sulla produzione a basso costo. Iqbal ha dimenticato le occupazioni tipiche della sua età a tal punto da sorprendersi di coloro che se ne possono ancora beare. Perfino quelle emozioni che dovrebbero essere peculiari di quella fase in lui sono ormai assenti, risucchiate dalla spossatezza e dalla tristezza.

“Iqbal apprese che adesso era il padrone a possedere il debito, e che era sua responsabilità lavorare per saldarlo. Ma quella somma non sembrava mai ridursi, anzi, cresceva per tutte le sanzioni imposte per aver lavorato male, o lentamente, e per il costo delle magre razioni di riso e acqua che a stento gli permettevano di stare sveglio e di lavorare.”

Iqbal non ha un semplice capo di lavoro, ma un padrone, poiché non è un mero dipendente ma bensì una sua proprietà. Il possesso del debito implica anche il possesso della persona che dovrà pagarlo. In realtà tale funzionamento non consentirà mai di saldarlo, inchiodandolo a un’eterna fatica mai retribuita.

“Ogni sera Sobya preparava una tazza di tè e gliela portava. Iqbal lottava con tutte le sue forze per rimanere sveglio, ma di solito non ci riusciva e lei lasciava la tazza accanto alla sua testa addormentata. (…) Alzandosi, Iqbal si sorprendeva a cercare con gli occhi la sua tazza ancora piena. Era l’unica cosa, in quella disperata solitudine, a provargli che qualcuno lo amava.”

Ad aggravare la sua difficile esistenza vi si aggiunge l’incomprensione che lo circonda, nessuno comprende quali fatiche e sofferenze debba patire, quanto tale vita sia ingiusta, dura e distante da ciò che compete a un bambino. Egli non riceve nessuna dimostrazione di affetto, cosa di cui invece necessiterebbe. La sua solitudine è rotta solo dall’amore della sorellina minore incarnato nella tazza di tè che gli porta ogni sera. La madre invece non è in grado di donargli carezze e fiducia.

“La donna era terrorizzata all’idea che Iqbal potesse darsela a gambe un’altra volta, sfidando la pazienza del padrone. «Perché devi sempre essere così testardo?» continuava a chiedergli. «Perché non riesci ad accettare le cose come stanno, come facciamo tutti?»”

La madre non mette in dubbio quel sistema costruito sulla pelle dei bambini, il fatto che il mondo vada in un determinato modo è una giustificazione sufficiente del fatto che debba andare così. Non dimostra alcun sostegno all’intolleranza del figlio, anzi la condanna invitando il figlio ad accettare le cose così come fanno tutti. Ma Iqbal non può fare come tutti, perché non è tutti.

“Era sempre stata quella la loro vita, da che si ricordavano, non immaginavano neppure che si potesse viverne un’altra. (…) «Io avrei troppa paura a ritrovarmi sola là fuori» gli aveva bisbigliato una volta una delle ragazze, e immaginava che molti altri la pensassero allo stesso modo. Iqbal comprendeva quella paura, ma era molto più grande il timore di restare intrappolato nella fabbrica finché non fosse stato troppo tardi per fare della sua vita qualunque altra cosa.”

Il suo primo tentativo di fuga dalla fabbrica sembra ricalcare il Mito della Caverna di Platone. Il protagonista, così come il prigioniero del mito, non si accontenta della realtà in cui è abituato a vivere ma vuole ricercarne un’altra. Anche Iqbal, come quello, dovrà uscire dall’oscurità per andare verso la luce e attendere che gli occhi vi si abituino. I suoi compagni invece, così come gli altri prigionieri dell’opera filosofica, accettano la propria vita poiché è l’unica che conoscono.

“Iqbal trovava profondamente ingiusto che un bambino dovesse vivere come un animale in gabbia, senza che a nessuno importasse se viveva o moriva. Ogni tanto, sulla strada per la fabbrica o tornando a casa, scorgeva persone occupate nelle proprie faccende, le vedeva ridere e parlare con chiunque volessero. Osservava la gente mangiare quando aveva fame, e dormire quando era stanca. Non avevano, lui e i suoi compagni di lavoro, lo stesso diritto di tutti a godere di quelle libertà? Trovava inumano che qualcuno potesse costringerli. “

Iqbal non è un bambino qualunque, in lui arde la voglia di libertà e giustizia, non solo per sé, ma per tutti coloro che non ne possono godere. Nonostante la giovanissima età, è in possesso di forti ideali e di una profonda umanità. Nessuna rassegnazione subentra in lui, nessun compromesso, nemmeno quando si ritrova abbandonato a se stesso senza alcun appoggio all’infuori delle proprie idee.

Le sue idee troveranno terreno fertile e nutrimento nell’incontro con Ehsan Khan, uomo che lotta senza timore contro la schiavitù.

“«Alza la testa, Iqbal» disse Ehsan con severità. «Cammina sempre eretto. Sei un uomo libero, devi imparare a pensare come tale; se credi di essere uno schiavo, allora sarai ancora schiavizzato. Schiavo è solo colui che accetta di esserlo.»”

Ehsan Khan sarà una figura chiave nella vita del protagonista, fornendogli un insegnamento di vitale importanza: è l’istruzione che rende liberi dall’ignoranza della schiavitù. In lui finalmente Iqbal troverà la sintonia, il sostegno e la complicità fino ad allora cercati invano.

Il narratore è extradiegetico ed eterodiegetico, la focalizzazione è quasi sempre interna, perlopiù incentrata a sottolineare il punto di vista e le riflessioni del protagonista. Tale caratteristica suscita forte emozione, poiché la sua giovane età sembra contrastare con la grande portata delle sue idee, ciò tende a stupire e a colpire in modo davvero incisivo.

Io sono Iqbal è un libro dotato di immenso pathos. Le lotte del protagonista appassionano e suscitano profonda ammirazione, i suoi sogni trapelano dalle pagine e sembrano insediarsi nella mente di chi li legge. Allo stesso tempo però le ingiustizie e le sofferenze narrate sono strazianti, quasi inimmaginabili per i nostri occhi. Un libro in grado di destare compassione, intesa nel suo significato etimologico primario, ossia quello di cum patior, soffrire insieme.

Il grande merito dell’opera è sicuramente quello di far conoscere a quante più persone il grande carisma di un piccolo uomo, Iqbal Masih, e di dare voce ed eternità alle sue lotte e ai suoi sogni.

 “Avrebbe voluto che tutti sapessero che erano liberi di migliorare la propria vita, se solo avessero voluto.”

Dopo la lettura di questo libro sarà impossibile acquistare qualunque prodotto senza avere la certezza che non sia stato fabbricato da piccoli schiavi.

Andrew Crofts

Andrew Crofts è uno scrittore inglese, autore di più di ottanta titoli. È uno dei più noti e pagati ghostwriter al mondo, segreta penna di decine di bestseller. Il suo libro Ghostwriting appare citato più volte in Il ghostwriter di Robert Harris, da cui è tratto il celebre film di Roman Polanski, L’uomo nell’ombraIo sono Iqbal, invece, è uno dei numerosi successi a sua firma, tradotto in molti Paesi.

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