Recensione: La notte del B(r)uco

Cari amici lettori, oggi vi forniremo il nostro giudizio su un romanzo scritto a quattro mani, La notte del B(r)uco di Carmine Menzella e Carmen Cirigliano, un libro dal clima inquieto e oscuro.


La notte del B(r)uco

Carmine Menzella,Carmen Cirigliano

Editore: Eretica
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 10 dicembre 2018
Pagine: 128 p., Brossura
EAN: 9788833440682

Recensione a cura di Rosa Zenone

Nella città di Pinera un misterioso incendio ha raso al suolo una pineta, ma non è il solo evento strano verificatosi in città. Debora, conduttrice radiofonica, durante la diretta riceve delle strane telefonate, una di testimonianza di un delitto e l’altra annunciante il minaccioso e oscuro arrivo del “Bruco”. Intanto Luciano, ormai caduto totalmente nel tunnel dell’eroina, vive segregato in casa dedicandosi al suo vizio. Egli però sarà interrotto dai componenti della sua band, Claudio e Myriam, che gli portano una notizia sconcertante: Simone, il suo migliore amico è morto. Da qui comincerà una lunga notte di terrore per scoprire la verità inerente il suo omicidio. Al lungo girovagare nelle strade buie dei tre amici si unisce anche Debora, giunta alla consapevolezza che le telefonate ricevute non siano opera di due burloni. I quattro ragazzi si metteranno così sulle tracce del famigerato Bruco, in un viaggio non immune da pericoli e ricco di colpi di scena, scoperchiando le realtà della loro città…

“Fuori il mondo dorme, il brusio della notte culla il moto ondoso dei sospiri. Anche gli incubi si fanno sentire, quelli che accompagnano i respiri affannosi o i passi furtivi che risuonano tra le vie deserte. Il buio mormora parole sconosciute che fanno rumore, insieme agli stivali chiodati sulle foglie secche, sui ramoscelli che si spezzano al passaggio delle ombre. Dagli alberi ancora vivi della pineta che costeggia una delle tante strade della città, comincia ad alzarsi il fumo. Una lingua di fuoco appare tra il verde, e le fiamme iniziano a guizzare scivolando tra le foglie e i cespugli. Una vampa cattura un albero e si arrampica su di esso.”

Tale scena descrive il rogo che incendia la pineta e funge da apertura al romanzo. Già dalle prime righe veniamo calati in quella che è l’atmosfera dominante del libro, un’atmosfera buia, inquietante e criptica. L’azione dei personaggi si svolge di notte, in quella che è definita una “notte senza fine”. Più volte nel testo viene richiamato l’elemento del buio e del deserto imperante nelle strade. Tale atmosfera è descritta con dovizia di particolari delineando uno sconvolgente clima mortifero, tale da far avvertire al lettore tutta l’angoscia di quei luoghi desolati.

“La morte è un teschio che danza sulle note di una canzone funerea. Nessuno se ne accorge, nessuno la vede, la morte danza su una strada invisibile. La morte ha indossato una veste bianca. Bianca come la purezza di una innocenza perduta e una maschera anch’essa bianca, con una lacrima disegnata sotto il foro nero dell’occhio. L’occhio dipinto che versa lacrime sul dolore mai cancellato. La lacrima di un dolore senza nome e senza speranza. Dolore senza memoria e senza perdono. Perché non c’è perdono per una sofferenza che rifiuta di diventare ricordo, un dolore vivo, sanguinante come una ferita mai guarita. La morte cammina lungo le strade annebbiate, sferzate dal vento a tarda notte. A piccoli passi, procede trascinando le scarpe consumate sull’asfalto bagnato e sconnesso. Sta attenta a non cadere, ha lo sguardo basso, è cauta. La morte cammina lungo un muro, sotto un cielo finto, nessuno la vede, ed è come un alito di vento, come un topo nell’ombra. Ogni tanto si ferma per riprendere fiato e guarda a destra e a sinistra per sincerarsi di non trovare nessuno. Non incontra anima viva, i bambini dormono sospirando nel buio, i ragazzi sono persi nei locali a fumare e bere alcolici, gli adulti sono troppo stanchi per andare in giro. La notte è deserta e accoglie la morte che, con passo lesto, procede sulle macerie del mondo.”

La pittoresca descrizione della morte stessa tende ad amplificare il turbamento e a suscitare forte agitazione. Il libro, reduce dei migliori film horror, introduce ulteriori elementi che concorrono nell’abbozzare uno scenario profondamente perturbante. Oltre alla presenza di una classica casa colma di bambole poco rassicuranti, spicca la figura di un Pierrot la cui apparizione nel buio sembra non avere nulla di tenero e non presagire nulla di positivo.

Da lontano una macchia scura, appena velata, emergeva dal fondo, immobile al centro della strada. Man mano che avanzavano, la macchia si tramutava in una figura umana, alta e magra, che sembrava li aspettasse. Il volto era nascosto, come fosse coperto da una maschera, e il lungo mantello nero, che svolazzava alle sue spalle, dava l’impressione di una chiazza che si espandeva in lontananza. Intorno, il silenzio era smorzato solo dal rombo delle macchine lontane e dal sibilo del vento. Quando gli furono accanto notarono la maschera bianca. Sotto il mantello, un vestito bianco e largo gli penzolava, ornato da bottoni neri sul davanti, e sulla maschera bianca, proprio sotto l’occhio, spiccava una lacrima nera dipinta, identica a quella di Luciano. La maschera ricordava vagamente il Pierrot, e gli occhi, come due buchi neri, erano nascosti dall’ombra proiettata sul viso dalla falda larga del cappello. La scena aveva qualcosa di minaccioso ed irreale insieme, ed era ancora più angosciante perché la figura, ferma al centro della strada, continuava a fissare Luciano mentre i tre gli passavano accanto.”

Qualora crediate che il Pierrot non susciti la giusta dose di paura, non temete, vi è un altro personaggio la cui presenza risulta poco raccomandabile e altamente pericolosa, il Bruco.

“L’ho incontrato ieri ed è proprio inquietante, la faccia quasi non si vede per quanto è lunga la barba e per gli occhiali da sole, è alto e ha un bastone nero.”

Individuo la cui vera identità è celata e sconosciuta, il cui nome risulta noto per le diverse minacce di morte disseminate. L’omicidio del migliore amico di Luciano, Simone, sembra essere il primo di una lunga serie che porta incisa la sua firma. La ricerca della verità condurrà i protagonisti sulle sue tracce attraverso la tenebrosa notte della città.

Ma il buio non è solo un elemento caratterizzante il paesaggio esterno, ma è anche quello che attanaglia l’interiorità dei personaggi, tra cui in particolar modo i protagonisti, Debora e Luciano, confinati nella propria solitudine e con pesanti problemi familiari alle spalle.

Ebbe una strana allucinazione, immaginò di cadere in avanti con le mani strette lungo i fianchi, appena arrivata a terra questa si apriva in un buco che aveva la forma di una tomba, e una volta riaperti gli occhi, scopriva che tanta gente si era affollata intorno all’orlo del fosso facendo cadere fiori, pensando che fosse morta, ma invece lei era viva e li vedeva tutti, li sentiva mentre chiacchieravano fra di loro, senza neppure affacciarsi a guardarla. Poi se ne andavano tutti, lasciandola sola, lei avrebbe voluto gridare che era lì, ancora viva. Nessuno ci aspetta. Quando tornò a casa, si sfilò le scarpe nell’ingresso, andò in camera sua e si chiuse la porta alle spalle. Tirò fuori un quaderno e scrisse la sua prima poesia.

Nessuno ci aspetta. In questa terra fredda, bagnata dalla tristezza, dobbiamo correre, girando senza una meta. Dove ci sono io il mondo non esiste, la notte ci sospinge verso una luna di carta, persa in un rivolo di mare, in una goccia solitaria, vorrei andare lì dove uno spicchio di luna mi sorregge.”

L’allucinazione e la poesia di Debora esprimono tutto il suo malessere e una profonda sfiducia verso il mondo e gli altri.  Il senso di vuoto, espresso tramite la metafora del buco, è una sensazione condivisa dallo stesso Luciano. Egli però per ovviarvi è ricorso all’eroina.

“Iniettarsi eroina è come scavare un buco. Il corpo diventa abisso senza fondo. Abisso come il desiderio che prende forma, supera ogni barriera, non si riempie mai. Più inietti eroina più la voragine si ingrandisce e sprofonda in un nero che non poggia da nessuna parte. Il desiderio fa provare un dolore insopportabile, irresistibile, perché non c’è nulla che riesca a chiudere il buco. Quando entra la dose il buco è parzialmente coperto, il dolore si scioglie in un qualcosa di anestetico. Un piacere negativo che evita di far soffrire troppo. Si fa fatica a vivere, è un peso troppo carico. I giorni si succedono solo per distribuire insensatezza, dosi massicce di insignificanza che schiacciano, comprimono sotto il peso”

La tossicodipendenza di Luciano apre uno scorcio sull’argomento, illustrando i motivi che per cui molto spesso vi ci si avvicina e le sensazioni che l’uso di tale droga provoca. Per quanto riguarda il secondo punto, l’effetto che suscita viene assimilato a un orgasmo, richiamando la celebre definizione di Trainspotting.  Ma non bisogna pensare vi sia un’esaltazione di tale sostanza, tutt’altro. Infatti vengono sdoganate false credenze e vengono sottolineate marcatamente le conseguenze negative a cui conduce, non solo sul piano fisico ma anche per ciò che attiene l’interazione con gli altri.

Caratteristica carina e particolare del libro è la presenza costante della musica. Più volte vengono citati diversi gruppi musicali, perlopiù grunge, e le relative canzoni, talvolta riportando anche dei brevi estratti. Oltre ai testi reali, spiccano quelli scritti da Luciano stesso. Si potrebbe dire che il libro sia a tutti gli effetti in possesso di una playlist personalizzata.

La banda del B(r)uco ingloba in sé diversi elementi, droga, musica e omicidi, inoltre non tralascia neanche l’introspezione psicologica e i rapporti umani. Tutti questi ingredienti non compongono un guazzabuglio, bensì risultano ben amalgamati in un mix vincente.

La voce narrante onnisciente si dirama non solo muovendosi sul piano temporale tra presente e passato, ma anche simultaneamente nel seguire le vicende dei diversi personaggi. Tale scelta oltre a fornire un quadro completo d’insieme, contribuisce a creare un iniziale sensazione di spaesamento che ben si concilia con l’inquietante materia della narrazione.

Il libro è in grado di creare una forte suspense, il mistero narrato diviene sempre più fitto e imprevedibile, conoscerne la soluzione diverrà una necessità inderogabile. Dopo aver letto questo libro la notte vi apparirà più tenebrosa e angosciosa che mai.

“Questa notte il Bruco verrà a farti visita. Non uscire di casa, è cattivo tempo. Dovrai aspettarmi prima di morire.”

Carmine Menzella eCarmen Cirigliano sono compagni nella vita come nell’arte, e collaborano a svariati progetti che ruotano intorno alla scrittura nera. Carmine, docente di Filosofia e Storia nei licei si dedica alla ricerca, alla saggistica e alla critica letteraria scrivendo su varie riviste e raccolte. Carmen, dottoressa in Lettere e disegnatrice, è autrice di sceneggiature e regista di cortometraggi, e si dedica all’animazione stop motion. Il loro libro di esordio è Ombre, una raccolta di racconti neri edito da L’Erudita (Gruppo Giulio Perrone Editore) uscito a marzo del 2017. La Notte del B(r)uco è il loro secondo lavoro letterario a quattro mani.

Materiale fornito dagli autori

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