Recensione: “Le figlie del capitano” di María Dueñas

Cari amici lettori, da oggi è in commercio l’ultimo ed emozionante romanzo di María Dueñas, Le figlie del Capitano, noi lo abbiamo letto in anteprima e non possiamo che consigliarvelo caldamente, siamo sicuri che sarà in grado di ritagliarsi uno spazio privilegiato nel vostro cuore.

Le figlie del capitano

María Dueñas

Traduttore: Elena Rolla
Editore: Mondadori
Collana: Scrittori italiani e stranieri
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 9 luglio 2019
Pagine: 583 p., Rilegato
EAN: 9788804711582

Recensione a cura di Rosa Zenone

New York, 1936. Sulla Quattordicesima Strada, nel cuore della comunità spagnola della Grande Mela, viene inaugurato il piccolo ristorante El Capitán. La morte accidentale del proprietario, Emilio Arenas, costringe le sue tre figlie ventenni a lasciare la Spagna per prendere le redini dell’azienda di famiglia. Catapultate nella nuova realtà americana, le indomite ragazze saranno costrette a combattere per riuscire a integrarsi in una terra straniera piena di contraddizioni: inizia così l’avventura di Victoria, Mona e Luz Arenas, giovani coraggiose, determinate a farsi strada tra grattacieli, compatrioti, avversità e amori, spinte dal desiderio di trasformare in realtà il sogno di una vita migliore.

Leggere questo romanzo significa venire proiettati in un’altra epoca e in un’altra città, precisamente nella New York del 1936.

“(…) zona di Cherry Street, l’insediamento di spagnoli più antico della città. Lì, all’estremo sud-est dell’isola di Manhattan, davanti al waterfront, vicino ai moli, sotto il frastuono infernale dell’inizio del ponte di Brooklyn, dalla fine del secolo precedente si concentravano diverse migliaia di anime provenienti dallo stesso angolo del mondo. All’inizio era soprattutto gente di mare: fuochisti e ingrassatori, cuochi, scaricatori, semplici cercatori di incerta fortuna e frotte di marinai che si imbarcavano e sbarcavano in un continuo andirivieni. Poi, con la crescita della colonia, i mestieri si erano diversificati, erano arrivati parenti, compaesani, sempre più donne, perfino famiglie intere che si ammucchiavano in appartamenti a buon mercato nelle strade vicine: Water, Catherine, Monroe, Roosevelt, Oliver, James… Alla Ideal compravano braciole, animelle e sanguinaccio; per il polpo si rifornivano da Chacón; per sapone, tabacco e vestiti già confezionati andavano a Casa Yvars y Casasín; per le medicine, alla Farmacia Española. Alcolici e caffè li prendevano al bar Castilla, al caffè Galicia o al Chorrito, dove il proprietario, il catalano Sebastián Estrada, li serviva con i suoi oltre cento chili di energia contagiosa, ricordando a tutti, un giorno sì e l’altro anche, che la grande Raquel Meller era una cliente assidua ogni volta che metteva piede in città. Il Circolo Valenciano, il Centro Vasco-Americano e alcune associazioni locali galleghe avevano sede da quelle parti; c’erano sarti, barbieri osterie e negozi di alimentari come Llana o La Competidora Española dove fare provvista di ceci, fagioli e paprica. In definitiva, in quell’intreccio di caratteristiche regionali c’era un caldo senso di comunità.”

La delineazione dell’ambiente è compiuta in modo certosino e curato, lasciandone intravedere alle spalle un grande lavoro di ricerca. Nessun dettaglio è lasciato al caso, le strade attraversate dai personaggi sono reali, testimonianza di ciò è anche la mappa che correda l’inizio del libro. Inoltre all’interno, a suffragio di alcune menzioni realistiche inerenti luoghi e attività, sono ricorrenti numerose foto dell’epoca. Tutto ciò contribuisce a creare una scenografia di forte impatto e altamente ancorata al reale.

Le descrizioni dei quartieri della Little Spain, luoghi fulcro del libro, sono fortemente suggestive e sembrano coinvolgere non solo il senso della vista, ma anche l’udito, l’olfatto e il gusto. Inoltre, pur basando la storia su immigrati spagnoli, non viene trascurata la nozione di New York quale melting pot, ossia come calderone includente individui di disparate etnie. Infatti nella folta galleria di personaggi e comparse alcuni sono afferenti a nazionalità che esulano da quella spagnola.

“Avevano appena detto addio al padre, sepolto sotto un misto di fango e neve al cimitero del Calvario nel Queens: lì Emilio Arenas avrebbe riposato per l’eternità, circondato dalle ossa di gente che non aveva mai parlato la sua lingua e non avrebbe mai saputo che lui lasciava questo mondo nel momento meno opportuno. In realtà, quasi nessun momento è adatto per morire, ma a cinquantadue anni, con un oceano che lo separava dalla sua terra e lasciando una famiglia straziata, una modesta attività appena avviata e qualche debito da saldare, la situazione diventava ancora più cupa.”

Il punto d’inizio della narrazione è la morte di Emilio Arenas, il padre delle tre protagoniste, Victoria, Mona e Luz. La scrittrice già dal principio esprime quella sensibilità che pervade l’intero libro e che risulta essere un filo conduttore estremante coinvolgente. Tale caratteristica si percepisce dal motivo della sepoltura in terra straniera lontano dalla patria tratteggiato in modo sintetico quanto incisivo. Ma la situazione di lutto triste di per sé risulta ancor più difficile e straziante a causa del fattore economico e del risiedere in un luogo nuovo e sconosciuto. L’eredità lasciata ai suoi familiari consiste in un’attività che stenta a decollare e a numerosi debiti. Il padre delle tre ragazze, dopo aver trascorso buona parte della propria vita distante dalla famiglia alla continua e avventurosa ricerca di nuove e precarie attività per sbarcare il lunario, ha deciso di stabilizzarsi acquistando un ristorante, El Capitán, nella Quattordicesima strada, zona occupata da altri compatrioti. In seguito a tale scelta e alle difficoltà attraversate dalla sua famiglia nella natia Malaga, la moglie e le figlie lo raggiungono a New York.

“Magre, sciupate, intirizzite dal freddo, con lo stomaco chiuso e la sensazione di avere la bocca piena di stoppa: così erano approdate a New York le sorelle Arenas in una gelida mattina di gennaio. Arrivare fin lì gli era costato undici giorni a consolarsi a vicenda tra nausea, vomito e lacrime: una settimana e mezzo di traversata infernale con miseri biglietti di terza classe per le cuccette sottocoperta, fino allo sbarco al molo 8 dell’East River; ormai da qualche anno anche i nuovi arrivati delle classi più umili non avevano più bisogno di passare da Ellis Island per ottenere l’autorizzazione a entrare nel paese. L’ingresso nel maestoso porto non le aveva lasciate impassibili, naturalmente. Difficile non emozionarsi passando accanto alla gigantesca statua verdastra e galleggiante di quella strana signora con una corona a sette punte e una torcia in mano, anche se loro ignoravano che rappresentava la libertà.”

L’arrivo delle sorelle Arenas è rappresentato minuziosamente in tutto il suo contrasto, da un lato la stanchezza di un viaggio faticoso e l’angoscia nell’aver abbandonato Malaga, dall’altro stupore e ammirazione nello scorgere la maestosità della Statua della Libertà. Da tali passi trapela una profonda capacità di introspezione e immedesimazione, i sentimenti provati dalle tre ragazze probabilmente sono gli stessi condivisi da intere e folte generazioni di immigrati al momento dello sbarco.

“  (…) dal giorno dell’arrivo, tra le pareti che le accoglievano non ci fu mai un attimo di pace. Ogni giorno, come una noria inarrestabile, passavano dai musi lunghi alle grida, dalle grida al pianto e dal pianto alle liti, ai rimbrotti e alle minacce. E poi ricominciavano. A turno e con lingua pungente, accusavano della loro disgrazia il padre Emilio e la madre Remedios, (…) Tornare. Sentendo quella parola, qualcosa si incrinò nella loro corazza. Tornare, le sette lettere che rappresentavano il motore della colonia intera, il carbone che riempiva le caldaie dell’anima realizzare il sogno tanto anelato. Mona, al centro del trio, conficcò i gomiti nei fianchi delle sorelle, e con quel rapidissimo movimento, senza bisogno di nient’altro, complici come sempre, le tre ragazze si capirono. Anche se controvoglia, sapevano di non poter fare altro che cedere.”

Le tre sorelle non accettano di buon grado il trasferimento ed esprimono la loro disperazione creando caos e un clima teso in casa, senza prestarsi ad aiutare nel ristorante. Il loro atteggiamento comincia a mutare nel momento in cui capiscono che solo lavorando possono realizzare il proprio desiderio di rientrare in patria. Nonostante siano appena giunte a New York, auspicano di ritornare quanto prima in Spagna, proprio tale pensiero tipico del migrante lo distingue dalle altre tipologie di viaggiatore. Pur avendo trovato qualcosa che le sproni, le ragazze però continuano a mantenere comunque un atteggiamento di distacco e di completa solitudine dal resto del mondo esterno.

“Le tre sorelle Arenas andarono a letto senza risposta la sera del funerale. Esauste, confuse, attanagliate da un groviglio di sentimenti nelle viscere e nel cuore; con la stessa domanda martellante e implacabile. E adesso, noi, cosa facciamo? Le addolorava profondamente la morte del padre, l’uomo che stavano cominciando a conoscere dopo tutta una vita costellata di assenze. Ma non era quella la loro unica angoscia, al nudo dolore si sovrapponeva qualcos’altro: la consapevolezza che con lui se n’era andato l’unico vincolo che le legava a quella città straniera dove l’inverno non finiva mai, una metropoli di sette milioni di anime che si apriva davanti alle spagnole come una landa d’infinita desolazione.”

Saranno le difficoltà seguite alla morte del padre a costringerle a cambiare atteggiamento e a doversi adattare a un posto estraneo e che rifiutano. La necessità di agire condurrà le ragazze a prendere in mano le redini della propria vita e a scoprire che l’unico modo di superare le avversità è affrontarle. Man mano dovranno superare la paura che circonda quella città ignota e rapportarsi con situazioni del tutto nuove.

“Incertezza, angoscia, insicurezza, esitazione. Loro lo ignoravano, ma tutte quelle sensazioni spesso erano la patria comune degli esuli, le grandi inquietudini che straziavano l’anima di quasi tutti coloro che avevano abbandonato il proprio mondo in cerca di un altro migliore. Una volta sradicati, trasferiti e insediati, c’era sempre qualche decisione da prendere per il futuro, più grande o più piccola. In famiglia, sul lavoro, sui traslochi e in amore. A volte ci si affidava al caso, in molte altre la decisione veniva seriamente soppesata. Spesso i dilemmi si risolvevano di comune accordo e c’erano momenti in cui la tirannia si imponeva in modo arbitrario su un collettivo, una coppia, un clan. A volte ci si azzeccava, altre invece l’alternativa scelta si rivelava un errore madornale. Ma, in un modo o nell’altro, bisognava affrontare la situazione, non c’era via di scampo. Le quattro donne della famiglia Arenas stavano attraversando un momento simile, in quel mezzogiorno di marzo del ’36, proprio loro che si erano sempre mosse seguendo la corrente, senza vedersi mai costrette a prendere decisioni. Affrante, turbate, spaventate, sole. Con un abisso spalancato ai loro piedi”

L’esistenza della famiglia Arenas sarà travagliata da continue e nuove difficoltà che sorgono sul loro orizzonte. In questa loro strenua resistenza incontreranno una folta e variegata schiera di personaggi, tutti fortemente caratterizzati e influenzati dalle storie vissute nella propria vita. Ognuno di questi è dotato di una propria complessità non immune da sfumature. Le tre sorelle protagoniste, Victoria, Mona e Luz non risultano essere un unico e omogeneo blocco assimilato, bensì sono contraddistinte dal possesso di un proprio carattere, dalle differenti ambizioni e aspirazioni amorose.

“Perché siete immigrate. Perché siete analfabete, ignoranti e povere. Perché siete donne. Mettete questi fattori nell’ordine che preferite: il risultato non cambia. Avete tutte le carte in regola per vincere alla lotteria delle probabili vittime di abusi e ingiustizie. E nessuno sarà disposto a darvi una mano con un minimo di onestà (…)”

La loro vita comincia ad aprirsi sulle strade di New York e verso gli individui che le popolano, ciò se da un lato permetterà loro di scoprire che, persino in una città sconosciuta e così grande, in realtà non si è mai veramente soli, dall’altro però le condurrà a scontrarsi anche con gente priva di scrupoli e pronta ad approfittare delle tre giovani e belle ragazze. La loro condizione di donne, immigrate, povere e ignoranti, le pone in una condizione di massimo svantaggio. Ma la volontà di non soccombere e la forza ripostavi potrebbero trasformare la situazione disagiata in un punto di slancio verso una vita migliore.

La madre delle ragazze, Remedios, ritrovandosi in un luogo così diverso e distante da quelli della propria vita, è quella che soffre maggiormente la lontananza da casa e che mostra meno capacità di adattamento. Ella arriva anche a temere che le proprie figlie possano americanizzarsi e non voler più ripartire per la Spagna, ma al di là di tali premesse è proprio lei ad essere portatrice nei propri pensieri di quel sogno americano che ha fatto vagheggiare tanta gente inducendola a partire.

“Quant’è vero, sospirò. Quant’è vero, Signore. Anche se qui a New York le cose sono diverse, rifletté Remedios con la sua cupa saggezza. Qui, si disse ferma sul pianerottolo, sembra più facile per la gente uscire dalla miseria, sembra che non sia una condanna aver avuto la malasorte di nascere dove si è nati. Qui, concluse, è come se tutti potessero davvero aspirare a una vita migliore. Remedios era così soddisfatta (…), di assaporare per la prima volta l’essenza di quell’American Dream che da oltre due secoli attirava navi cariche di immigranti dal mondo intero, che la sua mente cominciò a fare progetti mentre scendeva le ultime rampe di scale, schiarendosi le idee uno scalino dopo l’altro. “

La narrazione è condotta da una voce esterna onnisciente capace di calarsi ad alternanza nell’intimità dei diversi protagonisti. La voce narrante si dirama attraverso i diversi eventi e su diversi piani temporali, accompagnando il lettore in un viaggio a tutto tondo all’interno della storia ricca di suspense e di continui colpi di scena. Non vi è un momento in cui addentrandovisi si provi noia o insoddisfazione, è un’opera che propende ad avvinghiare il lettore.  Accanto all’ arguta e introspettiva espressione di sentimenti e pensieri pertinenti la condizione di immigrato vi è una trama ricca e intrigante.

La scrittura è scorrevole e accurata, mai scialba, non si avverte mai la sensazione di eccessiva prolissità o sinteticità, risulta perfettamente dosata e riuscita nella propria compiutezza.

Le Figlie del Capitano è un romanzo monumentale, degna effigie letteraria e celebrativa di tutti coloro che hanno avuto il coraggio di abbandonare la propria terra e attraversare il mare in cerca di realizzazione in un territorio sconosciuto. Un libro in grado di suscitare una lunga serie di emozioni e sentimenti, commovente ed emozionante ma a tratti anche divertente.  Una storia di un ricercato riscatto in un impervio cammino osteggiato da mille difficoltà, del coraggio di tre donne ritrovatesi controvoglia in una terra straniera senza alcuna conoscenza e aiuto.

Maria Duenas

María Dueñas è nata nella provincia di Ciudad Real nel 1964. È stata per anni titolare della cattedra di Filologia e Letteratura inglese all’Università di Murcia. Nel 2010 ha esordito con La notte ha cambiato rumore (Mondadori), un romanzo che in brevissimo tempo è diventato uno dei più grandi fenomeni editoriali spagnoli e che nel mondo ha venduto più di cinque milioni di copie. Nel 2013 è uscito Un amore più forte di me e, nel 2015, Un sorriso tra due silenzi, sempre per Mondadori.

Materiale fornito dalla casa editrice

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