Recensione: “Questo matrimonio non s’ha da fare.”

Carissimi lettori,
a primo impatto, il titolo che oggi vi presentiamo, vi riporterà con la mente agli anni delle scuole medie e superiori: a Don Abbondio, ai bravi, alla dolce Lucia e al suo amore ostacolato per Renzo, alla saggia Agnese e alla pettegola Perpetua, al giusto fra’ Cristoforo e a tutti quei sentimenti che vi hanno accompagnato durante la lettura del classico dei classici italiani, i Promessi Sposi, e forse vi ritroverete speranzosi di poter incontrare di nuovo, magari in vesti nuove, i personaggi di sempre.
Il sottotitolo, però, smentisce tutto.

Questo matrimonio non s’ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità

Mattia Morretta

Editore: Gruppo Editoriale Viator
Collana: Fuori collana
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 5 giugno 2019
Pagine: 288 p., Brossura
EAN: 9788885805149

Recensione a cura di Iryna Ilkiv

L’istituzione storica che più sintetizza il concordato civile tra uomo e donna, in termini di riconoscimento dell’altro sesso e di collaborazione nella generazione e nell’allevamento dei figli, è da tempo abbandonata all’autogestione da parte dei sempre più limitati contraenti. Ne ha decretato la definitiva decadenza il modello leggero di coppia paritaria, espressione del momento presente anche quando procreativa, un amoreggiare disimpegnato e instabile tra soggetti smarriti, nel quale l’eventuale ruolo genitoriale è un mero fatto privato. Negli ultimi decenni, paradossalmente, il simulacro famigliare è stato utilizzato da una corrente del movimento gay quale ascensore sociale e diploma di pari opportunità da consacrare con rito pubblico, indossando la maschera di coniuge o di padre e madre, copioni consolidati che sembrano non necessitare di ulteriori spiegazioni o verifiche. In realtà, i temi controversi delle unioni omosessuali, le adozioni e la gestazione per altri, sono epifenomeni di processi sostanziali: la crisi delle identità sessuali, delle differenze di genere, dei rapporti tra i sessi, della funzione materna e paterna, finanche dei legami interpersonali. Proprio i rapidi mutamenti del costume rendono ancor più necessaria una riflessione sull’affettività e sulla genitorialità, per promuovere una varietà di formule relazionali e parentali coerenti con le differenti tipologie di orientamento, personalità e valori.

Questo è un saggio, un excursus storico-sociale in chiave psicologica, un’analisi dettagliata dell’attuale concetto di famiglia, di coppia, del rapporto con l’altro sesso e con quello uguale, della procreazione, dei pregiudizi sull’omosessualità e sull’eterosessualità e di tante altre questioni attualissime.

Si può ancora insegnare qualcosa ai giovani di oggi attraverso la lettura dei classici che, in quanto tali, dovrebbero trattare di problemi universali nel tempo e nello spazio? È possibile, in generale, insegnare a vivere in un mondo che muta in continuazione e, come una macchina in evoluzione, con meccanismi sempre più complicati, ci mette in moto a nostra insaputa verso qualcosa che, quando ci sembra di averne trovata l’entità, cambia completamente e fa crollare le nostre certezze?

La democrazia avanzata esige che tutti abbiano le stesse possibilità di funzionamento, godimento, accoppiamento, genitorialità, presupponendo uguali condizioni di partenza o di base, nonché aspirazioni a medesime mete conseguibili. Eppure, basta guardarsi attorno e in natura per vedere che non è così e che non si può pretenderlo per motivi teorici o giuridici.

Questo saggio è un “blocco” di quel meccanismo, una pausa di riflessione, una presa di coscienza di come ci si è arrivati qui dove siamo con queste idee (condivise dalla maggioranza) sul mondo, partendo dall’analisi della creazione e dell’evoluzione (o degenerazione per qualcuno) della sua cellula sociale più piccola, la famiglia, e arrivando alla sua crisi (o rivoluzione a seconda dei punti di vista).

Si finge che formare una famiglia sia una cosa facile e finanche divertente, una commedia sulla falsariga delle fiction eroicomiche americane su organismi generazionali di tutti i tipi e colori, ultramoderni e stucchevoli per luoghi comuni sentimentali, capaci di digerire ogni anormalità e stravaganza grazie allo stomaco onnivoro. Tutto ok perché si è focalizzati sul giorno per giorno, l’eterna giovinezza, la deresponsabilizzazione, l’esonero sul piano esistenziale, basta essere genitori-amici, ragazzi-padre e madre, solo un po’ più grandi di età, tanto simpatici e pronti al sorriso o a un passo di danza. Quelle che un tempo si chiamavano famiglie rovinate o sgangherate sono state promosse ad “atipiche”.

[…] Lo stato matrimoniale è oramai definitivamente de-sacralizzato e de-strutturato, anzi privatizzato, tanto che sulla carta di identità si può omettere e il suo contraltare è il temine “libero” […]

Abbiamo lottato per secoli per avere il libero arbitrio, essere liberi di scegliere, di sbagliare, poter esternare senza paura i nostri desideri, ma a quanto pare, invocando la libertà in modo così generico, non abbiamo previsto alcune cose.

Non abbiamo previsto che sarebbe stata così dura essere un “autodidatta” nella materia amorosa:

[…] se nessuno esercita pressioni, almeno in apparenza, se non ci sono combinatori palesi o occulti di sponsali, se si ha libero arbitrio nella scelta, l’onere dell’equipaggiamento psicologico e della motivazione razionale spetta e ricade sui contraenti. […] A posteriori si apprestano soccorsi per “aiutare a separarsi” in maniera meno traumatica e dolorosa, specie in presenza di figli, mentre a rigore sarebbe più logico educare a sposarsi/non sposarsi, non certo con i corsi prematrimoniali in parrocchia o con i consigli degli esperti. Se si dice che l’unione può riuscire o no, come la ciambella senza buco, è perché quel che conta è il funzionamento, alla stregua di un macchinario con ingranaggi ben oliati, tanto è vero che la crisi o la fine balena quando “non funziona più”, il marchingegno si è rotto e vanamente vi si applicano i tecnici di ogni tipo (mediatori, assistenti sociali, consulenti, psicoterapeuti, sessuologi).

Dunque “educare a sposarsi/non sposarsi” è possibile? Ma vi immaginate un medico che studia solo la teoria e con la pratica si scontra per la prima volta in una sala operatoria? Affidereste, un vostro rene o un polmone a chi, prima di giungere a voi, li ha visti solo disegnati nei libri? E immaginatevi un linguista che non ha mai parlato la lingua di cui perfettamente conosce la grammatica; potrà mai capire davvero il significato delle parole straniere senza venire a contatto diretto con un madrelingua, la filosofia di quel popolo, il suo umorismo, la lingua “pratica” che nasce da piccoli gesti quotidiani che i manuali di teoria non spiegano?

In secondo luogo, non abbiamo previsto che ci saremmo disperati per la mancanza di figli, della numerosa prole, dopo che per anni abbiamo cercato di ritagliarci un po’ più di tempo e di spazio solo per noi, il nostro benessere, la carriera, i viaggi, il partner, l’egoismo.

I figli si dice “sono una benedizione”, che alcune coppie non ricevono, quando se ne generano molti aumenta la percezione dell’avvenire e della stirpe, l’albero genealogico che si ramifica e articola in una prospettiva senza preciso confine, il respiro dei secoli.  Insieme all’aggravio delle conseguenze cresce pure il senso di dilatazione e proiezione nell’arco di decenni e centinaia di anni, il che conferisce importanza e riduce il ruolo del singolo, estendendo le variabili in gioco in maniera non prevedibile e calcolabile. Con un solo figlio si è confinati nell’oggi e nel domani, il futuro è circoscritto a poche vite, la coppia odierna è tale in senso stretto, sembra che cominci in quel momento un’ipotesi famigliare che non fa in tempo a consolidarsi e si disperde presto. Chi non ha figli è limitato al qui e ora, eventualmente nella versione carpe diem, un caso isolato, si scende all’ultima fermata, siglando una fine senza nuovo inizio.

Per NON avere questa “benedizione”, ci spingono, in collaborazione con le invenzioni delle case farmaceutiche, anche le varie ditte e aziende offrendo “gratifiche” in cambio del possesso totale di corpo e mente, un sequestro vero e proprio che impedisce di vivere e fa posticipare la paternità e la maternità all’età matura […]. Tutto questo per avere lavoratrici senza l’handicap della maternità latente. 

L’unica ad opporsi a questa “dittatura” è l’industria dell’infanzia dorata.

Ma allora, in un caso o nell’altro, la scelta di avere figli può ancora dirsi libera? Siamo davvero noi che decidiamo se e quanti averne?

Questo saggio vi fa nascere tante domande, vi fa immaginare cose che prima vi sembravano così scontate ma che, adesso, proiettate su una “parete” diversa, creano nuovi quadri, alcuni affascinanti, altri terrificanti… e quale compito più importante può avere un libro, un saggio, se non scuotere, risvegliare e pungolare il lettore?

Per gli amanti dei saggi, questo sarà una grande, meravigliosa scoperta, ma anche chi si approccia per la prima volta a questo genere ne trarrà piacevoli sorprese.

Le pagine di questo saggio sono come foglie d’ortica che, con lo sfogliarle, pizzicano gli angoli più dimenticati, più bui della nostra mente, quelli che per paura, per noia, per stanchezza non abbiamo forza o coraggio di rispolverare. Nonostante ciò la voglia di leggere non diminuisce, anzi la curiosità e il piacere aumentano di pagina in pagina, di frase in frase perché il pizzicare non è violento, non è arrogante.

L’illusione iniziale, provocata dal titolo, sarà immediatamente ricompensata dalla straordinaria maestria di linguaggio e profondità d’analisi dell’autore che, una volta finito il libro, si avrà irresistibile voglia di conoscere personalmente.

Condividi:

Be the first to comment

Rispondi