Recensione: “The Irishman” di Charles Brandt

Cari lettori,
come ben sapete, il cinema molto spesso trae materiale dai libri, il che conduce alla classica domanda: leggere prima il libro o vedere prima il film? A tal proposito esistono varie scuole di pensiero, ma personalmente preferisco che la lettura anticipi la visione, così da crearmi una mia immagine non influenzata dallo schermo. Dunque in attesa di poter vedere il film di Martin Scorsese con il suo cast d’eccezione, non potevo non leggere il libro The Irishman di Charles Brandt, una lettura oltremodo affascinante incentrata sulle vicende della malavita americana della seconda metà del secolo scorso e sulla misteriosa scomparsa del sindacalista Jimmy Hoffa.

The Irishman

Charles Brandt

Traduttore: Giuliano BottaliSimonetta Levantini
Editore: Fazi
Collana: Fuori collana
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 24 ottobre 2019
Pagine: 468 p., Brossura
EAN: 9788893251341

Recensione a cura di Rosa Zenone

La scomparsa di Jimmy Hoffa, leggendario leader sindacale, definito «l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente» dal suo oppositore Robert Kennedy, è uno dei più grandi misteri della storia americana e ha ossessionato l’opinione pubblica del paese per decenni. Arrivato talmente in alto da intrattenere rapporti con la mafia e con le più importanti cariche dello Stato, Hoffa era un personaggio scomodo a molti uomini, politici e criminali. Fu visto l’ultima volta il 30 luglio 1975 e il suo corpo non fu mai ritrovato. Frank Sheeran, detto l’Irlandese – uno degli unici due non italiani nella lista dei ventisei personaggi di maggior spicco della criminalità organizzata americana stilata da Rudy Giuliani –, prima di morire chiede di confessare tutti i suoi crimini. Nel corso di svariati anni di interviste rilasciate a Charles Brandt, noto procuratore che ha condotto innumerevoli inchieste sulla malavita americana, l’Irlandese rivela il suo coinvolgimento in più di venticinque omicidi, tra cui quello di Jimmy Hoffa. Racconta anche la storia della sua vita: figlio della Grande Depressione, fu soldato in Italia durante la seconda guerra mondiale e, una volta tornato in patria, divenne uno dei più fidati sicari della Cupola di Cosa Nostra. Basandosi sulle sue parole, la penna di Brandt dà vita a un racconto epico, che si conclude con delle scottanti rivelazioni inedite sul coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy.
Narrazione di grande potenza, The Irishman è un viaggio monumentale attraverso i corridoi nascosti del crimine organizzato, le sue dinamiche interne, le rivalità e le connessioni con le alte sfere della politica: un grande classico della letteratura americana sulla mafia.

The Irishman nasce dall’esperienza diretta dell’autore e procuratore Charles Brandt e dagli interrogatori tenuti a Frank Sheeran, detto l’Irlandese, uno dei pochi non italiani tra i personaggi di spicco della malavita americana di quegli anni. I colloqui cominciati nel 1991 e poi interrotti, riprendono nel 1999 fino al 2003. Durante tutti quegli anni Brandt agisce in nome di quello che ritiene un assioma di base:

“(…) la confessione «una delle necessità della vita come il cibo e la casa. Ti permette di eliminare le scorie dalla mente».”

La confessione dunque è vista come un atto ineludibile e necessario, al che Brandt sfodera le sue numerose tecniche di interrogatorio per far luce sul mistero di Hoffa e su altri casi poco limpidi. Con massima abilità si concentra sull’interrogato, sugli accenni e il non detto, ricostruendo non solo tutta la storia con lucidità ma anche esplicando i passi che ve l’hanno condotto.

All’interno dell’opera si alternano due voci narranti, quella virgolettata delle parole di Sheeran e quella dell’autore che fornisce ragguagli in merito alla prima e all’opera in generale.

L’intera indagine ruota attorno alla figura dell’Irlandese che risulta essere il protagonista assoluto del libro, un protagonista a tutto tondo. Egli comincia narrando la propria biografia, il che ci dà modo di conoscerlo sempre più pagina dopo pagina: la sua vita in famiglia e nell’epoca della Grande Depressione, ma soprattutto in un’esperienza che lo segnerà, quella da soldato nella Seconda Guerra Mondiale.

“Sapevo che qualcosa era cambiato in me. Non m’importava più di niente. Ero sopravvissuto, in pratica, fino alla fine della guerra. Cosa avrebbero potuto farmi? Laggiù, oltreoceano, qualcosa dentro di me si era indurito e, da allora, non si sarebbe mai più ammorbidito. Ci si abitua alla morte. Ci si abitua a uccidere. Certo, la sera puoi ancora uscire a divertirti, ma anche a quello ci sono dei limiti. Non che mi lamentassi o cose del genere, in fondo ero uno dei pochi a esserne uscito intero. Ma se non fossi andato volontario, non avrei mai visto le cose che avevo visto e non avrei fatto quello che ho fatto.”

Quella che può sembrare una vita comune di quegli anni però è destinata a prendere un’insolita svolta che avviene attraverso due rapporti, che diverranno per lui sempre più fitti: quello con la Cupola di Cosa Nostra e quello con l’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato degli autotrasportatori. Il primo avviene attraverso il forte legame che viene a instaurarsi tra lui e il famigerato boss Russell Bufalino.

“Allora non sapevo niente dei cosiddetti “uomini d’onore”. Tra gli uomini di mafia quello era un livello speciale che si raggiungeva con una cerimonia particolare e che li rendeva intoccabili. Nessuno poteva eliminarli senza previa approvazione. Erano rispettati dovunque andassero e diventavano parte dell’élite, della cerchia degli eletti. Valeva solo per gli italiani. In seguito diventai così intimo di Russell, da avere più potere di un uomo d’onore. Russell stesso mi disse: “Nessuno può toccarti, perché stai con me”. Ricordo ancora quando mi pizzicava una guancia tra le dita e diceva: “Dovevi nascere italiano”. “

Grazie a Bufalino, Frank Sheeran ha modo di poter realizzare il proprio desiderio di lavorare con il sindacato e ciò avviene tramite un contatto diretto con il leader dei Teamsters, il noto Jimmy Hoffa.

“Ci trovavamo in un bar di South Philly. Russ prenotò un’interurbana per Detroit con Jimmy Hoffa e mi passò la chiamata. Le prime parole che Jimmy mi disse furono: “Mi dicono che imbianchi le case”. La pittura di cui parlava era il sangue che schizza sulle pareti e cola sul pavimento quando spari a qualcuno. “Mi occupo anche dei lavori di falegnameria”, risposi. Quello era un riferimento alla costruzione delle bare e sottintendeva che eri anche in grado di liberarti dei corpi. Dopo quella conversazione, mi mise a lavorare all’International, dove facevo più soldi di quanti ne avessi mai fatti con tutti quegli altri lavori messi insieme, compreso il rubare.”

Ampio spazio viene dedicato alla figura di Jimmy Hoffa, ai suoi intrallazzi tra mafia e sindacato, ma anche alla sua personalità, fornendoci un ritratto dettagliato quanto veritiero.

“Oggi Jimmy Hoffa è conosciuto soprattutto per essere stato la vittima della sparizione più clamorosa della storia americana. Ma in quel ventennio non esisteva americano che non avrebbe immediatamente riconosciuto Jimmy Hoffa, come oggi tutti riconoscono Tony Soprano. La maggioranza degli americani avrebbe riconosciuto anche solo la sua voce. Tra il 1955 e il 1965 Jimmy era famoso quanto Elvis; tra il 1965 e il 1975 quanto i Beatles.”

L’azione di Hoffa, Sheeran e Bufalino viene inquadrata in un ampio macrocosmo, quello degli eventi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Il quadro storico è ricostruito minuziosamente ma chiaramente, dando modo di conoscerlo anche a coloro meno ferrati su quel periodo. Sono gli anni in cui si comincia ad apprendere dell’esistenza di Cosa Nostra in America e delle ferrate iniziative per combatterla condotte da Bob Kennedy, gli anni di presidenza di John Kennedy e di Nixon. I protagonisti dell’opera interagiscono con tale scenario influenzandolo, così come si evince grazie a questo incredibile libro.

L’evento cardine attorno al quale ruota la narrazione è però quello che è rimasto, prima di quest’opera, un grande mistero della storia americana: la scomparsa di Jimmy Hoffa nel 1975.

“In un cottage nelle vicinanze di un lago, in una stanza affollata dai parenti di Jimmy Hoffa, angosciati e in lacrime, l’FBI trovò un quadernetto giallo. Hoffa lo teneva accanto al telefono e sopra ci aveva scritto due nomi a matita: “Russ & Frank”. “Russ & Frank” erano tra i più intimi amici e fedeli alleati di Jimmy Hoffa. Il gigantesco Frank dai muscoli d’acciaio gli era stato così fedele e così vicino durante le sue vicissitudini con la legge e i suoi scontri con Bobby Kennedy che Jimmy lo considerava uno di famiglia.”

Jimmy Hoffa è scomparso dal 30 luglio 1975 e un alone di oscurità circonda la sua fine. Tra i maggiori indiziati risaltano i nomi dei suoi fedeli amici Russell Bufalino e Frank Sheeran, ma non vi è alcuna certezza in merito al loro coinvolgimento e allo svolgimento dei fatti. Ma l’autore, forte del proprio ingegno e con estrema premura, riesce finalmente a estrapolare la verità dalla bocca dell’Irlandese e a chiarire quella e altre vicende.

Brandt non ha timore nello scavare e nel rivoltare, riesce così a giungere alla fine del suo impervio tragitto e a svelare con precisione ciò che successe quel lontano giorno del 1975, e a riportarlo su pagine dalle quali trapelano tutta la sua intraprendenza e dedizione al caso. Ci consegna un resoconto accurato e affascinante, in grado di calarci nei funzionamenti reconditi di Cosa Nostra.

Ne trapela un irresistibile dipinto che coglie il precario equilibrio di vite condotte sul filo del rasoio, che, incitate dal proprio potere, corrono il perenne rischio di sbilanciarsi troppo e di crollare come Icaro.

I personaggi principali che figurano sulla scena sono tratteggiati in chiaroscuro, per quanto possano essere considerati delinquenti di dubbia moralità hanno in sé una propria etica e aspetti positivi; incarnare il male assoluto privo di sfumatura sarebbe stato facile, ma oltre che poco reale avrebbe privato il libro di un aspetto che lo arricchisce e che fa presa profondamente nel lettore.

Sarà inevitabile ritrovarsi a simpatizzare con Frank Sheeran, nonostante i numerosi misfatti che ha alle spalle. Brandt mostra il lato umano e i principi che lo animano, e ci trasmette un po’ del rapporto che era venuto a crearsi tra loro consegnandoci un’immagine inedita e di forte impatto. D’altronde la fortuna di opere appartenenti a questo filone è dovuta non solo al fascino intramontabile del male, ma anche alla capacità di avvicinarli a noi, come ad esempio avviene nella serie cult dei Soprano, menzionata anche nel testo.

“«Ho fatto casino per ottantatré anni e ho preso a calci un po’ di culi. Ecco quel che ho fatto».”

La scrittura è piacevole e non si incaglia neppure laddove gli intrighi sono piuttosto aggrovigliati, una penna limpida chiarisce e approfondisce senza mai sovraccaricare oltremodo. Interessanti sono i richiami alle opere incentrate sullo stessa tematica e a film appartenenti al medesimo genere, ma ciò che rappresenta la punta di diamante è l’aver trasposto in modo fedele il “codice etico” e i modi di dire tipici dell’ambiente mafioso filtrati dall’Irlandese. Il testo è corredato di numerose perifrasi dello slang della malavita che contengono un messaggio non chiaramente identificabile: ad esempio “imbiancare le case” che indica azioni omicide. Proprio tale circonlocuzione è rinvenibile nel primo dialogo tra Hoffa e Sheeran ed è presente nel titolo all’opera originale I Heard You Paint Houses.

Charles Brandt si muove impavido in un labirinto dedalico e tenebroso rischiarandolo finalmente di luce, una luce così forte che abbaglia e seduce il lettore inchiodandolo a questo libro memorabile.

Charles Brandt

È nato a New York. Già insegnante d’inglese, dal 1976 lavora come avvocato e investigatore privato. Considerato tra i più brillanti legali d’America, è stato procuratore generale dello Stato del Delaware. È spesso richiesto il suo intervento per interrogare criminali particolarmente reticenti, ed è autore di diversi libri nati dalla sua esperienza professionale.

Materiale fornito dalla Casa Editrice

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