Recensione: “Ti avrei chiamata Nina” di Caterina Falchi

Buongiorno Lettori!
Oggi desidero suggerirvi di vero cuore la storia di Caterina Falchi e il suo speciale racconto, così piccolo e leggero nelle dimensioni eppure così grande e pesante nel  contenuto: “Ti avrei chiamata Nina” è la descrizione ironica e dolorosa del cammino intrapreso dall’autrice per sentirsi chiamare mamma, cammino che si è però dimostrato più arduo del previsto.

Ti avrei chiamata Nina

Caterina Falchi 

  • Copertina flessibile: 52 pagine
  • Editore: Alcheringa (30 ottobre 2019)

Recensione a cura di Francesca Simeoni

Poco più di trent’anni, studi terminati, un lavoro, qualche storia sbagliata e poi l’Uomo della vita, con cui mettere su famiglia. Ma qualcosa si inceppa. Quel fagottino zuccheroso tanto desiderato non vuole arrivare, nonostante i tentativi mirati, nonostante le cure ormonali, nonostante le preghiere silenziose bagnate da lacrime calde. Con un estremo rispetto verso la vita, ma con un tocco di ironia che per fortuna l’ha salvata in più di un’occasione, l’autrice ha voluto mettere su carta la sua esperienza di “donna di coppia diversamente fertile”. Per se stessa e per tutte le altre donne che di questa cosa non ne parlano, ma che per questa cosa soffrono e si sentono sole nel loro dolore di donne a metà. Un’esperienza forte, a volte lancinante, a volte anche divertente, ma che l’ha cambiata per sempre. Perché il diventare madre, nonostante tutto, non è assolutamente scontato.

“Perché poi alla fine è tutto solo un viaggio. Perché poi alla fine ci ritroviamo, volenti o nolenti, su questo treno che farà centinaia di fermate, attraverserà gallerie, farà salire e scendere migliaia di passeggeri, ma proseguirà imperterrito la sua corsa. Il buon Liga dice che tutti vogliono viaggiare in prima, io non chiedo tanto. Mi basta viaggiare tranquilla, in uno scompartimento per lo meno confortevole, che sia caldo d’inverno e fresco d’estate, che abbia un bel finestrino panoramico dal quale godermi il paesaggio. E invece mi ritrovo in una carrozza piuttosto malandata, una di quelle littorine un po’ retrò, prive di riscaldamento o di aria condizionata, con i finestrini bloccati e i sedili di similpelle che ti fanno talmente sudare che quando ti alzi controlli con la coda dell’occhio, e non senza una certa ansia, se per caso hai lasciato involontariamente il segno umidiccio delle tue chiappe sulla seduta”

A trent’anni Caterina trova il vero amore, l’Uomo con la U maiuscola, la sua persona, l’unica con cui sarebbe stato possibile costruire una famiglia.

E così nel suo cuore comincia a farsi spazio il desiderio di diventare mamma, quell’istinto materno che lei stessa pensava di non avere.

“Arrivò l’uomo diverso dagli altri, quello che mi dava fiducia incondizionata, quello al quale mi affidai e al quale non avrei avuto nessuna paura a lasciargli il mio tesoro più caro. Arrivò l’uomo che mi faceva sentire amata per quello che ero e che mi faceva muovere le corde più profonde, con il quale trovavo un’intesa totale, sia mentale sia fisica. Ero diffidente, la storia precedente finita con una dolorosa e inevitabile separazione mi aveva segnata più di quanto non pensassi. Mi ero sentita ignorata, lasciata sola, non curata, e soprattutto sapevo che la persona con cui stavo non avrebbe mai potuto essere il papà dei miei bambini. Ma non per qualche problema fisico o medico. Perché semplicemente non era Lui. Questo, invece, sì. E allora cosa c’era di diverso? Perché prima no e ora sì? Cos’era questa voglia di test di gravidanza positivo e pancia lievitante? Era forse quello che chiamano istinto materno? Era bastato così poco? Era bastato un uomo, anzi Uomo, diverso? Evidentemente, sì.”

Ma non sempre tutto procede come nelle favole e quel bimbo – anzi bimba perchè sarebbe nata una bella femminuccia, Nina, Caterina ne è convinta  – così desiderato tarda ad arrivare.

Caterina si sottopone ad innumerevoli visite ed altrettanti esami, sino ad intraprendere il gravoso percorso della procreazione assistita.

Ogni mese però lo stesso dolore, che anzi non è mai lo stesso, è un dolore che cresce e matura sino a divenire consapevolezza ed accettazione.

“È un cammino impegnativo e, se decideste di intraprenderlo, non so dirvi se questo rafforzerà il vostro rapporto di coppia, ma so di sicuro che lo cambierà. Dipende da chi avrete accanto. Dipende se l’uomo al vostro fianco inizia per la ‘u’ maiuscola. Se lo è, allora siete a cavallo. La mancata maternità vi segnerà per sempre, diventerà parte di voi, non vi dico che riuscirete a cancellare il problema dalla vostra vita, perché per me non è così. Sarà un fido vostro compagno che influenzerà alcune giornate, e molto probabilmente le renderà di merda. Dovrete avere la forza di andare oltre, dovrete trovare altri modi di dare amore, dovrete cercare l’amore attorno a voi e affidarvici completamente. Dovrete riuscire ad avere la forza di parlarne senza sentirvi in difetto, senza vergognarvi. Io ce l’ho fatta. A chi mi chiede se ho figli rispondo che no, non siamo stati fortunati e non ne abbiamo, questo senza cercare la pietà di chi mi sta davanti, ma semplicemente dicendo con serenità come stanno le cose”

Questo libro è un piccolo capolavoro di verità e ironia, di lacrime e sorrisi, di speranza e vita.

Caterina Falchi racconta la sua vita, la sofferenza per la mancata maternità, le difficoltà incontrate nel rapportarsi con le persone che la circondano paradossalmente sempre incinta e dotate di una delicatezza assolutamente inesistente, la forza di reagire e la serenità che si accompagna alla consapevolezza del proprio destino.

Questo libro mi è piaciuto tantissimo e sono convinta debba essere letto non solo da chi ha attraversato la tempesta in cui l’autrice si è trovata, ma anche e soprattutto da chi, come me, ha avuto la fortuna di sentirsi chiamare mamma, perché di fortuna si tratta e chi l’ha avuta deve ricordarsi di essere sempre riconoscente per il dono ricevuto e rispettoso nei confronti chi non ha potuto bearsi della medesima benedizione.

Materiale fornito dall’autrice

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