Recensione: “L’ albero della vergogna” di Ramiro Pinilla

Cari lettori, oggi vi porto con me in Spagna, nel 1937, in un tempo che ha segnato un pezzo di storia triste e doloroso per quel Paese ma in cui non sono mancati esempi di umanità, amore e compassione per il prossimo.

L’ albero della vergogna

Ramiro Pinilla

Traduttore: Raul Schenardi
Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 27 febbraio 2020
Pagine: 279 p., Brossura
EAN: 9788893253871

Recensione a cura di Maria Ruggieri

All’indomani della vittoria di Franco, il piccolo paesino di Gexto, nei Paesi Baschi, è un luogo paralizzato dalla paura: rappresaglie ed esecuzioni da parte di “quelli della Falange” sono all’ordine del giorno, e poco a poco gli uomini stanno scomparendo: alcuni sono caduti in guerra, altri vengono portati via in passeggiate dalle quali non si fa più ritorno, oppure fucilati di fronte alle loro famiglie, fra le grida delle loro donne. Ma chi c’è dall’altra parte? Altri uomini. Questa è la storia di Rogelio Cerón, uno di loro, un falangista ventenne che fa quello che fa senza sapere bene perché. Un giorno uccide un maestro repubblicano sotto lo sguardo del figlio, un bambino di dieci anni; per lui niente sarà mai più lo stesso, quegli occhi gli rimarranno impressi nella memoria per sempre: occhi fissi, freddi, che non piangono, ma che promettono vendetta. Trent’anni dopo, gli abitanti del paesino si chiederanno quale mistero si celi dietro la figura solitaria del “pover’uomo della baracca”, che da molto tempo conduce una vita da eremita prendendosi cura di un albero di fico, sopportando in silenzio l’assedio di un vicino convinto che sotto la pianta ci sia un tesoro. Cosa si nasconde, realmente, sotto quell’albero? Qual è il suo significato? Un romanzo sulla vendetta e sul perdono, sulle sconfitte e le umiliazioni, sulla memoria di un popolo, le ferite di un’intera generazione e la forza dirompente della Storia, che entra nella quotidianità e la stravolge.

Un romanzo avvincente, la cui storia si svolge nella piccola cittadina di Gexto, in un periodo storico complicato e burrascoso. E’ la storia incredibile di Rogelio Céron, giovanissimo falangista che insieme ai suoi amici aiuta i vittoriosi franchisti a “ripulire” la Spagna dai rossi separatisti perpetrando, di notte, orrendi crimini contro tutti i nemici del comandante Franco.

E’ la storia della sua vita, di una vita vissuta cavalcando l’onda della vittoria, schierato dalla parte dei vincitori, al grido di “Viva la Spagna!”.

Ad un certo punto, però, la vita di Rogelio prende una piega del tutto inaspettata e lui decide di cambiare strada e di inseguire i suoi pensieri e le sue sensazioni.

Si trasferisce in un piccolo appezzamento di terra nuda, senza niente per coprirsi e mangiando quello che gli porta gentilmente Cipriana, moglie del sindaco in carica, che ha per lui una devozione particolare.

Inizia, così, a vivere come un eremita, venerato da centinaia di persone che accorrono per guardarlo e pregarlo, incurante di ciò che gli accade intorno, delle minacce che vengono dall’esterno e di tutto quanto esiste al di fuori del piccolo terreno, su cui i “fedeli” hanno costruito per lui una piccola baracca di legno.

Una figura suggestiva che nel piccolo paese tutti ricorderanno per decenni, non potendo dimenticare quello strano falangista con la camicia blu che aveva attirato su di sé, non si sa come, l’attenzione di tutti e che era rimasto fermo nello stesso luogo per trent’anni, senza mai allontanarsene o distoglierne lo sguardo.

Quando si accorgono che sul pezzo di terra che Rogelio sorveglia sta per germogliare un fico, gli abitanti iniziano a soprannominarlo Ficodindia, poichè scacciava tutti quelli che si avvicinavano all’albero. La domanda che circolava nel paese era: “poteva essere pericoloso un individuo così devoto alle piante?”

Tutti sanno, infatti, che Rogelio fa parte della falange, una milizia di persone che si occupa di ripulire il paese di Gexto dai rossi.

In paese si vive un clima di terrore, tanto che tutti hanno paura di uscire, di fare qualunque cosa, perché il pensiero comune è: “siamo formiche sotto la suola dei loro stivali, possono fare di noi quello che vogliono e ci uccideranno. L’unico modo per salvarci è non farci vedere né sentire. Nessun rumore, nessuna uscita, se di dimenticano di noi può darsi che non ci uccidano. Sono ancora lì fuori e non se ne andranno mai. Questa volta no ne resterà neanche uno.”

Ecco qual’era il clima terribile che i falangisti avevano instaurato e a cui non ci si poteva sottrarre. Loro, armati e organizzati in bande, andavano di notte nelle case di coloro che sapevano essere contrari a Franco e li prendevano per portarli con sé nelle famose “passeggiate”, da cui non tornava nessuno. Tutti lo sapevano, tutti sapevano che c’erano fosse comuni o che i cadaveri venivano lasciati sul posto e spesso non avevano nè una degna sepoltura, né un funerale.

Rogelio partecipa volentieri, con l’entusiasmo dei suoi diciannove anni, a queste incursioni nelle case del nemico.

La spagna è nostra. Ce la stiamo conquistando come veri uomini: a viso aperto e con un atteggiamento inflessibile.”

Questo è il motto dei falangisti. Durante una di queste missioni, conosciamo il resto della compagnia, con a capo Pedro Alberto, e conosciamo anche Ermo, un delatore, uno spione che denuncia un maestro e la sua famiglia come rossi per impossessarsi della sua casa. I maestri, all’epoca, erano le vittime preferite perchè “i maestri sono i più pericolosi, diffondono certe idee fra gli alunni, propagano il comunismo…”

Durante quella spedizione, però, succede qualcosa di imprevedibile che cambierà per sempre la vita di tutte le persone presenti.

A cominciare da Gabino, figlio del maestro denunciato, che all’età di dieci anni vede sei uomini portare via da casa in malo modo suo padre e suo fratello sedicenne.  Quel momento sarà per lui la svolta. Fissa il suo sguardo indagatore, duro, minaccioso e risoluto sui tutti i membri di quella mortale spedizione e alla fine decide di fermarlo proprio su Rogelio.

Quello sguardo perseguiterà il falangista per tutta la vita e sarà il motivo per cui cambierà per sempre.

La missione viene compiuta, ma per lui sarà l’ultima perché non si sentirà più a suo agio con i suoi compagni, da cui cerca di divincolarsi, nonostante tutti i loro sforzi per trattenerlo. 

Nessuno ha capito cosa stia succedendo nell’anima di Rogelio, pensano che sia troppo debole per sopportare quelle nefandezze e lo spronano, lo incitano a “pensare positivo”, a pensare alla missione benefica che stanno compiendo per la Spagna.

La tua fede falangista non vacilla. Ce l’hai nelle ossa. Se il tuo stomaco si ribella un’altra volta, pensa che non stiamo uccidendo, stiamo facendo pulizia. E’ una purificazione.”

Ma a Rogelio non basta questa motivazione e segue il suo istinto e il suo cuore.

Così, quella stessa terribile notte, torna sul luogo del delitto e scopre con suo grande stupore che i cadaveri dei due uomini che ha ucciso sono spariti.

Non se ne capacita, ma intuisce che quel bambino ne è il responsabile.

Il suo sguardo lo perseguita anche nei giorni successivi, e torna nei suoi incubi. Rogelio inizia a pensare che, quando compirà sedici anni, quel bambino lo ucciderà per vendicare la morte del padre e del fratello. Si sente soggiogato da questa idea, che per lui è reale e lo rende fragile e vulnerabile.Inizia a passare le sue notti vicino alla tomba, nella speranza di vedere il bambino e di  carpirne i pensieri e le emozioni.

Che cosa mi è successo per credere che questo marmocchio mi ucciderebbe nel corso del tempo? Sono venuto, sì, ma si tratta di compassione, il dolore costringe il poveretto a fare qualcosa per i suoi cari, occuparsi della loro tomba, starle vicino, abbellirla e in un certo senso è logico che chieda l’aiuto di uno dei carnefici. … mi ha scelto. Tutto qui.”

Quando Rogelio prende consapevolezza che è quello il suo destino, si organizza di conseguenza. Lascia tutto e si trasferisce vicino alla tomba di quelli che ha ucciso per sorvegliarla e fare in modo che nessuno la calpesti. Sempre avvolto dal silenzio, aiuta il ragazzino a piantare su quella tomba un ramo di fico, che poi attecchirà fino a diventare un grande fico, come quello che nasceva nel giardino della casa in cui abitava. Già immagina il motivo per cui Gabino prova innumerevoli volte a far attecchire un albero di fico sulla tomba.

Rogelio ha molto tempo per pensare e la conclusione dei suoi pensieri è che “sono poche le cose che ho imparato in questa vita, e una di queste è che la benedizione dell’anima si trova nell’armonia. “

Lui e il bambino non hanno mai scambiato neanche una parola e i suoni tra loro sono proibiti per non attentare all’armonia che li protegge.

Qualcuno ha detto che le parole non comunicano, ma confondono. Non ci avevo mai creduto fino ad oggi.”

“Io e lui abbiamo vissuto una relazione indimenticabile, la migliore delle relazioni che due creature viventi possano stabilire. Non me lo sarei mai immaginato. Con il bambino ci scambiavamo i pensieri più reconditi. Chi o che cosa ha compiuto un simile miracolo? Le parole, la loro assenza. Dovrò ammettere che le parole sporcano.”

I suoi ex compagni falangisti provano in tutti i modi a distoglierlo da quella vita e dall’intenzione di rimanere su quel pezzo di terra, ma lui non si muove e cerca di spiegare le sue motivazioni: “la vita mi ha condotto su una via inattesa. Sono qui per salvarmi la vita.”

Loro, però, però non si arrendono perché non capiscono fino in fondo le vere motivazioni di Rogelio e i sentimenti che hanno smosso la sua anima.

E’ un romanzo speciale, avvincente, che lascia il lettore incollato alle sue pagine perché vuole capire come sia possibile arrivare a una tale drastica decisione di vita.

Un romanzo in cui si confondono sentimenti forti come la compassione, l’amore, l’odio, la vendetta, la voglia di rinascita. Sembra di vivere insieme a Rogelio su quel pezzo di terra. Difficile non immedesimarsi in un uomo così fedele a se stesso e ai nobili sentimenti che nascono nel suo animo e che lo vogliono redimere.

Materiale fornito dalla casa editrice

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